Leo Messi suggella la proiezione della propria deificazione siglando cinque reti nelle prime due gare ( e avrebbero potuto essere di più, non solo per il rigore mancato), elevandosi a cannoniere principe nella storia della competizione, Mbappe ed Haaland sublimano l’onnipotenza nella contemporaneità (con il francese che, alla terza edizione, dista solo due lunghezze dal fuoriclasse argentino) e Cristiano Ronaldo ricorda al globo chi detiene il maggior numero di marcature siglate nella storia del football (Pelé e i gol non ufficialmente riconosciuti permettendo).
Per quale motivo, però, i numeri sembrano legittimare una capacità realizzativa superiore che sembra espandersi ed ampliarsi di edizione in edizione?
Perché il calcio moderno sembra “facilitare” la possibilità che vengano raggiunte cifre ben superiori alle bastevoli sei marcature grazie alle quali era possibile trionfare nelle edizioni precedenti (Kempes nel ‘78, Rossi nel 1982, Lineker quattro anni più tardi, Schillaci nel ’90, Stoichkov e Salenko nel ’94, Suker nel ’98, Kane nel 2018), finanche alle sole 5 messe a segno da Snejider, Forlan, David Villa e Müller nel 2010, nonché Klose nel 2006?
I calciatori odierni sono atleti formidabili che possono far affidamento su interi staff che hanno il compito di dedicarsi minuziosamente alla loro nutrizione, al recupero, fornendo, dal punto di vista tattico, una conoscenza dettagliata degli avversari e delle altrui finezze, individuali e collettive, relative alla complessità dell’esecuzione dei sistemi di gioco.
Un top player contemporaneo riesce a mantenere una maggiore lucidità sotto porta, anche in caso di partite ravvicinate, che i giocatori del passato, stremati dai carichi estivi e con tecniche di recupero rudimentali, non potevano avere.
Altresì le regole favoriscono oggi nettamente i giocatori offensivi: interventi da dietro o falli sistematici che un tempo venivano tollerati oggi portano a espulsioni repentine.
I recuperi extralarge attualmente in vigore aumentano i minuti reali di gioco, e la presenza del VAR assegna molti più calci di rigore per falli di mano o trattenute in area che prima sfuggivano all’arbitro o semplicemente non rientravano, in un calcio evidentemente più ruvido e battagliero, nella casistica di situazioni da punire.
Quanti gol avrebbero siglato Maradona, Baggio, Van Basten, se fossero stati sanzionati i falli che non avrebbero potuto subìre, se avessero conseguentemente potuto usufruire di un maggior numero di punizioni e di rigori da calciare? Quanto avrebbero giovato di quelle espulsioni che avrebbero provocato con il metro attuale?
Di recente Roby ha dichiarato che Diego avrebbe nel calcio moderno segnato non meno di cinque reti a partita, per i falli che non avrebbero potuto fargli, per le punizioni ed i rigori di cui avrebbe ulteriormente usufruito per i falli subiti e per le espulsioni per lo stesso motivo (senza altresì soffermarsi sulla diversa leggiadria di scarpette, pallone e terreni di gioco, evidentemente decisamente più “ardui” da addomesticare).
E, soprattutto, quante reti sarebbero state in numero maggiore siglate se in passato fosse stato sciorinato un calcio decisamente più offensivo, distante dalla concezione che pareggiare fosse tollerabile, prima che l’introduzione dei tre punti in caso di vittoria comportasse svoltare verso la sistematica ricerca del successo?
Negli anni ottanta e novanta si faceva infatti ancora leva sulla “media inglese”, vale a dire su un cammino che prevedeva pareggiare in trasferta e vincere in casa.
Fino agli anni novanta il più classico dei risultati per le società chiamate a trionfare era rappresentato da una vittoria col doppio scarto senza subire reti, con l’obiettivo di gestire l’incontro senza la “spasmodica” ricerca di andare oltre.
Oggigiorno l’educazione alla continua ricerca di un’intensità costante che elevi prestazioni e la possibilità di agguantare quante più marcature possibili ha consentito agli attaccanti più forti di raggiungere vette numeriche poderose.
Per fare un parallelismo, è come se la Juve negli anni ottanta si accontentasse di battere Cesena, Ascoli o Catanzaro per due a zero al massimo mentre oggi il Bayern, seppur consapevole di poter vincere con il “minimo” sforzo la Bundesliga, raggiunge i 140 gol in una stagione perché stimolare i propri giocatori a segnare quanti più gol possibili rappresenta la certificazione di superare la soglia di quei limiti inconsci posti dal torneo nazionale che potrebbero compromettere il raggiungimento massimale dei picchi individuali, necessari poi per sciorinare consapevolezza e prestazioni indispensabili in incontri come quelli adempiuti contro Real Madrid e Paris Saint Germain nelle recentissime, splendide, eliminatorie continentali.
Inoltre, una compagine che arriva in fondo a un torneo disputa oggi inevitabilmente complessivamente più partite (basti pensare non solo a mondiali ed europei, ma al percorso da affrontare in Champions League:otto gare sono garantite, arrivare in fondo passando eventualmente dai play-off significa poterne disputare 17…in passato la Coppa dei Campioni prevedeva al massimo nove incontri, con l’aggravante dell’eliminazione diretta: in alcuni casi, ricordando che per disputarla occorreva innanzitutto necessariamente vincere il campionato nazionale, una decina di partite potevano essere giocate addirittura in tre o quattro edizioni).
Di conseguenza, i grandi attaccanti delle nazionali d’élite hanno molte più praterie temporali e minuti a disposizione per incrementare il proprio bottino di gol nello stesso torneo rispetto alle leggende degli anni ’90, ’80, ’70, ’60.
Inserire più squadre significa oltretutto aprire le porte a nazionali o club con un ranking molto più basso.
Nelle prime partite del girone le grandi potenze affrontano spesso avversari nettamente inferiori.
Questo permette ai top player di segnare agevolmente doppiette o triplette, accumulando un enorme vantaggio statistico.
Così è.
Se vi pare.

BIO: ANDREA FIORE
Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.











2 risposte
Diciamo che restiamo nel terreno delle opinioni, e come tali sono tutte rispettabili. Quella di Roberto Baggio può tranquillamente non coincidere con quella di altri grandi ex calciatori. Personalmente continuo a pensare che Maradona, naturalmente preparato con i metodi atletici, nutrizionali e scientifici di oggi, non avrebbe necessariamente segnato più di Messi. Avrebbe però inciso ancora di più sul gioco. Diego non era tanto terminale dell’azione quando vero e proprio sistema. Era il sole attorno al quale orbitavano tutti gli altri pianeti, da un Giove fino al più piccolo dei Plutoni. Ogni possesso passava dai suoi piedi e, quasi sempre, ne usciva migliorato.
Maradona era un regista offensivo nel senso più pieno del termine. Costruiva, rifiniva, accelerava, rallentava, andava a prendersi il pallone nella propria metà campo, pressava, si allargava sulle corsie e poi tornava al centro a dettare l’ultima giocata. A mio avviso rappresentò un’evoluzione del già rivoluzionario Johan Cruijff, perché unì la libertà del calcio totale a una capacità di decidere le partite praticamente da solo. È per questo che credo avrebbe valorizzato qualsiasi centravanti: anche un attaccante di mestiere, senza essere un fuoriclasse assoluto, avrebbe probabilmente raggiunto cifre importanti giocando accanto a lui. Quando hai un giocatore capace di vedere linee di passaggio che gli altri nemmeno immaginano, anche il lavoro del numero nove diventa infinitamente più semplice.
Ci sono tanti modi di giocare ed interpretare il calcio , dipende da chi e dove si giuoca , il gioco rispecchia la cultura e tradizione di ogni paese , Il calcio globale ed intendo la mischia di culture filosofie diverse , strategie di giuoco , stili diversi , ed altro ha portato ad una nuova evoluzione , tante nazioni hanno perso la loro identità passata ed altre hanno creato una nuova identità pur mantenendo delle proprie caratteristiche , per esempio ,quello sud americano molto creativo , individuale e spontaneo , altri più speculativi e strategici . La scienza oramai alla portata di tutti da un contributo molto importante dal punto di vista Fisiologico , Psicologico , Alimentare , Medico e con le varie metodologie di Match Analisi dove si studia anche l’avversario è sempre più difficile avere risultati scontati , certamente il giocatore fuori classe può fare la differenza , ma un buon collettivo può contrastare ogni tanto questa differenza ,,,,, Il calcio giuocato cambia e questo è il bello di questo giuoco Amato in tutto il Mondo . Bennycoach