WORLD CUP ’26 – GLI ANNI IN CUI MESSI ERA CONSIDERATO FINITO

Lionel Messi, a quanto pare, ha il vizio di sopravvivere ai necrologi sportivi scritti troppo in fretta. Oggi è ancora lì, sulla cresta dell’onda, dopo essersi preso anche il lusso di lasciare alle spalle Klose nella graduatoria dei cannonieri mondiali: cinque gol rifilati tra Algeria e Austria e la sensazione che, nel suo caso, la carta d’identità sia poco più di un fastidio burocratico. Eppure non molti anni fa, attorno alla Pulga, si respirava già quell’aria da tramonto che il calcio distribuisce ai suoi fuoriclasse non appena osano invecchiare o, peggio ancora, mostrarsi umani.

Messi ha vinto il Mondiale a trentacinque anni, quando per una parte del circo mediatico era già un campione in fase terminale, logorato da una stagione non memorabile con la maglia del Paris Saint-Germain. Ma per capire come si sia arrivati a celebrarne con tanta disinvoltura la presunta fine, bisogna fare un passo indietro. Anzi, più d’uno.

Il primo vero necrologio fu scritto, in un certo senso, dallo stesso Messi. Accadde nel giugno del 2016, al termine della finale di Copa América persa ai rigori contro il Cile. L’Argentina aveva appena collezionato la terza finale persa in tre anni — il Mondiale del 2014 e due Coppe America consecutive — e Messi, che in quella notte di East Rutherford aveva anche sbagliato il proprio rigore, si presentò davanti ai microfoni con la faccia di chi non aveva più nulla da proteggere. Disse che per lui la nazionale era finita, che era la terza finale persa e che faceva troppo male, che avrebbe voluto portare un titolo all’Argentina ma se ne andava senza esserci riuscito. Non era ancora il Messi finito del pallone; era, semmai, il Messi finito di dolore. E per molti bastò quello.

Da quel momento il racconto attorno alla Pulga cambiò tono. C’era il simbolo di una grandezza incompiuta, il fuoriclasse meraviglioso ma prigioniero di una maledizione nazionale, l’uomo che non riusciva a diventare Maradona e che, anzi, sembrava schiacciato dal confronto con il fantasma più ingombrante che il calcio argentino potesse consegnargli. Quel ritiro, poi rientrato, fu letto da molti come un cedimento, da altri come una resa, da altri ancora come la prova che Messi, di fronte al peso della patria, non sapesse reggere il colpo. In realtà era soprattutto il gesto estremo di un campione consumato da un’aspettativa disumana, trattato come se la mancata onnipotenza fosse una colpa.

Nel 2018, mentre Cristiano Ronaldo toccava uno dei suoi apici, vincendo la Champions League con il Real Madrid e firmando contro la Juventus una delle rovesciate più spettacolari mai viste nella competizione, molti erano pronti a consegnargli definitivamente lo scettro. Poco importava che Messi, nel frattempo, continuasse a viaggiare alla sua scandalosa normalità: circa un gol a partita, cifre da alieno, una continuità che in qualsiasi altro calciatore sarebbe stata considerata miracolosa e che, nel suo caso, veniva invece usata come parametro per misurarne il presunto declino.

È forse questa la prova più eloquente della sua grandezza: Messi è stato talmente dominante da rendere sospetto perfino l’eccellente. Stagioni da quarantacinque o cinquanta gol diventavano quasi il segnale di un calo, il sintomo di una divinità che smetteva di essere onnipotente. Poi arrivò Parigi, con i suoi undici gol nella prima stagione e i ventuno nella seconda, numeri che per un attaccante normale sarebbero stati più che dignitosi e che, applicati a Messi, bastarono a far partire il solito leitmotiv: è finito, non incide più, il trono è passato altrove.

A rafforzare questa sentenza sommaria contribuì anche l’umiliazione del Barcellona contro il Bayern Monaco nell’agosto del 2020, quel feroce 8-2 di Lisbona, giocato in gara secca nella surreale estate del calcio post-Covid. Per molti osservatori fu la pietra tombale sulla parabola del fuoriclasse argentino, il momento in cui il sorpasso di Cristiano Ronaldo venne dato per acquisito, quasi fosse una formalità. In realtà, più che la fine di Messi, quella partita raccontava la fine di un Barcellona sfiancato, confuso, mal costruito e ormai incapace di proteggere il proprio uomo simbolo. Nel calcio, quando una squadra crolla, il modo più semplice per spiegare la disfatta è dichiarare calcisticamente morto il suo campione più grande.

Eppure, proprio mentre lo si dava per finito, Messi stava facendo ciò che i fuoriclasse veri sanno fare meglio dei loro imitatori: si stava reinventando. Contro Algeria e Austria ha percorso rispettivamente 6,8 e 7,9 chilometri, poco più del sessanta per cento della media dei compagni, che di fatto corrono anche per lui. Detta così, sembra quasi un’accusa. In realtà è la fotografia più fedele del Messi tardo: un uomo che si muove poco, ma quasi sempre dove serve; che cammina molto, ma pensa per tutti.

Riecheggiano il tal senso le parole di Pep Guardiole, proferite in tempi non sospetti: “Il fatto che cammini è la cosa che mi piace di più. Non è fuori dalla partita, è dentro la partita. Muove continuamente la testa. A destra, a sinistra, a sinistra, a destra. Sa esattamente cosa sta per succedere. Non sta correndo, eppure osserva costantemente tutto quello che accade. Fiuta dove si trovano i punti deboli della linea difensiva. Dopo 5-10 minuti ha già una mappa nei suoi occhi e nel suo cervello che gli permette di sapere esattamente dove si trova lo spazio e qual è il quadro generale della situazione. È come trovarsi nella giungla e dover sopravvivere. E lui sa che, se si muove da una parte o dall’altra, troverà più spazio per attaccare“.

Già intorno ai trent’anni il suo calcio stava cambiando pelle. Il Messi dei primi anni al Barcellona, quello che divorava metri, strappava in conduzione e partecipava al pressing con generosità quasi da comprimario, stava lasciando spazio a un giocatore più centrale, più selettivo, meno istintivo e più politico. Ha sottratto corsa per aggiungere pensiero, ha ristretto il raggio delle accelerazioni per allargare quello delle intuizioni. Dai trentacinque anni in poi il processo si è compiuto: ha perso metri nelle gambe e guadagnato secondi nella testa, trasformandosi in un regista offensivo travestito da numero dieci, capace di restare ai margini dell’azione per poi impadronirsene nel momento decisivo.

Per capire la portata di questa metamorfosi bisogna ricordare quanto fosse stata tormentata, prima del trionfo, la sua storia con l’Argentina. Nel 2010 non segnò neppure un gol al Mondiale; nel 2014 arrivò fino alla finale, ma senza offrire quella sensazione di dominio assoluto che il mondo pretendeva da lui; nel 2018 andò in scena la versione più malinconica della Pulga, intrappolata dentro un’Argentina confusa, fragile, tatticamente sgangherata. Messi fu massacrato, accusato di non saper trascinare una nazionale modesta, di non riuscire a compensarne i limiti strutturali e le defaillance dei commissari tecnici. In altre parole, gli si imputava di non essere onnipotente.

Nel frattempo Cristiano Ronaldo arricchiva il proprio curriculum con un Europeo e una Nations League, due trofei che per il Portogallo avevano il peso della storia e che contribuirono ad alimentare la sensazione di un sorpasso ormai compiuto. Da una parte c’era il leader trascinatore, l’uomo delle finali, il campione che sembrava piegare anche i limiti di una piccola nazione. Dall’altra, si diceva, c’era un Messi sublime ma incompleto, capace di dominare il club e non la patria. Era un racconto seducente, semplice, e come tutti i racconti semplici aveva il difetto di essere largamente incompleto: scambiava le insufficienze dell’Argentina per i peccati di Messi e trattava come colpa personale ciò che era in larga parte il riflesso di una nazionale mal costruita, isterica, spesso affidata più alla nostalgia che alle idee.

Il punto, semmai, è che Messi ha impiegato più tempo di altri per trovare con l’Argentina il contesto che il Barcellona gli aveva garantito per una vita: compagni disposti a correre per lui, a coprirlo, a riconoscere che la sua apparente immobilità non era pigrizia ma amministrazione del genio. Solo quando l’Albiceleste ha smesso di chiedergli di essere ovunque e ha cominciato a chiedergli di essere decisivo, Messi ha potuto completare la propria metamorfosi. È rimasto Messi proprio perché ha accettato di non esserlo più nello stesso modo: ha smesso di occupare tutto il campo per occupare meglio gli attimi decisivi, ha delegato ai compagni la fatica materiale per conservare a sé quella spirituale, cioè il privilegio di scegliere, di vedere prima, di decidere quando e dove la partita dovesse piegarsi al suo talento.

Il Mondiale ha rappresentato la smentita più elegante di un equivoco durato troppo a lungo. L’equivoco di chi ha scambiato le insufficienze delle sue nazionali precedenti per i limiti del suo calcio, e l’equivoco di chi ha ridotto il confronto con Cristiano Ronaldo a una banale contabilità di gol, trofei e palloni d’oro: come se bastasse una tabella Excel per risolvere una discussione che, invece, dovrebbe fare i conti con la complessità.

Ed è proprio questa la parola che, a mio avviso, andrebbe scolpita accanto ai nomi di Messi e Cristiano Ronaldo: complessità. Conta il contesto, conta la squadra, conta il sistema, conta il modo in cui un allenatore ti usa, conta perfino il Paese che ti chiede di essere insieme campione, simbolo e parafulmine. Messi e Cristiano sono stati due calciatori troppo diversi per essere ridotti a un verdetto notarile.

Cristiano Ronaldo è stato una macchina agonistica di ferocia quasi inedita. Messi è stato, ed è, un interprete più legato alla lettura del gioco, alla relazione con il pallone, alla capacità di piegare il contesto alla propria intelligenza calcistica. L’uno ha rappresentato la volontà che si fa potenza; l’altro il talento che diventa linguaggio. Stabilire in termini oggettivi chi sia superiore all’altro, come se il calcio fosse una scienza esatta e non un intreccio di stili, sistemi, contesti, epoche, allenatori e compagni, mi è sempre sembrato un esercizio sterile. Si può avere una preferenza, un gusto, perfino un’ossessione. Ma non parlino di oggettività. In sintesi, Messi non è oggettivamente superiore a Cristiano Ronaldo, così come Cristiano Ronaldo non è oggettivamente superiore a Messi. Sono stati due fenomeni irripetibili, due modi opposti e complementari di dominare un’epoca, due calciatori che appartengono di diritto alla ristrettissima aristocrazia dei migliori di sempre. Il privilegio, per chi ha ancora un minimo di rispetto per la complessità del calcio, non è stabilire chi dei due sia stato ‘oggettivamente’ superiore, bensì è averli avuti entrambi.

BIO: VINCENZO DI MASO

Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.

Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia. 

Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.

Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.

Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.

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