DIEGO E LEO, MARADONA E MESSI: L’ARGENTINA CHE HA AVUTO QUATTRO NUMERI 10

«La vita è una tombola», canta Manu Chao. E se esiste un Paese che sembra confermare quel verso, quello è l’Argentina. Una terra capace di produrre scrittori che hanno trasformato i labirinti in letteratura, musicisti che hanno fatto della nostalgia una forma d’arte e calciatori che hanno smesso di essere semplici atleti per diventare simboli collettivi.

La vita è una tombola. E all’Argentina, nel giro di pochi decenni, sono usciti due numeri che nessun altro Paese ha mai avuto la fortuna di pescare. O forse quattro.

Perché l’Argentina non ha avuto soltanto Diego Armando Maradona e Lionel Messi.

Ha avuto Diego e Maradona.

Ha avuto Leo e Messi.

Quattro identità diverse racchiuse in due uomini.

Fernando Signorini, amico e storico preparatore atletico del Pibe de Oro, spiegò questa differenza meglio di qualsiasi biografo: «Con Diego andrei dovunque. Con Maradona non farei un passo».

Dentro quella frase c’è l’intera storia di un uomo che visse due vite contemporaneamente.

Diego era il ragazzo di Villa Fiorito. Il bambino nato in una delle periferie più povere di Buenos Aires. Quello che conosceva il valore di un pallone perché spesso era l’unica ricchezza disponibile. Era il figlio, il fratello, l’amico. Aveva le fragilità di chi cresce troppo in fretta e la fame di chi vuole cambiare il proprio destino. Chi lo ha conosciuto racconta una persona generosa fino all’eccesso, incapace di dire no a chi chiedeva aiuto e altrettanto incapace di proteggersi dai propri demoni.

Maradona, invece, era un’altra cosa.

Era il personaggio.

Il simbolo.

L’icona.

L’uomo che trasformò il calcio in una questione culturale e sociale.

Per questo Napoli lo adottò come uno di famiglia. Per questo ancora oggi il suo volto campeggia sui murales come quello di un santo laico. Maradona rappresentava il riscatto di chi si sentiva guardato dall’alto verso il basso. Il Sud contro il Nord. La periferia contro il centro. I piccoli contro i potenti.

Quando nel 1986 attraversò la difesa inglese in quello che sarebbe diventato il gol più famoso della storia del calcio, non stava semplicemente segnando una rete. Stava scrivendo una pagina dell’immaginario collettivo argentino. Nella voce emozionata di Víctor Hugo Morales, che arrivò a evocare un “aquilone cosmico” venuto da un altro pianeta, quel gol assunse una dimensione che andava oltre lo sport. Era arte popolare. Era rivincita. Era letteratura in movimento.

Forse per questo tanti artisti argentini si sono riconosciuti in lui. Osvaldo Soriano vedeva nel calcio una forma di racconto nazionale e Maradona ne era il protagonista perfetto. Andrés Calamaro e Fito Páez ne hanno celebrato la grandezza e le contraddizioni. Persino chi non seguiva il pallone intuiva che in quell’uomo c’era qualcosa di romanzesco. Come certi personaggi di Ernesto Sabato, destinati a essere consumati dalla propria intensità.

Maradona viveva sempre al limite. Delle regole. Delle emozioni. Del proprio corpo.

E forse proprio per questo milioni di persone lo hanno amato.

Poi, quando il mondo pensava che una storia del genere non potesse più ripetersi, da Rosario arrivò un ragazzo completamente diverso.

Leo.

Prima ancora di Messi.

Leo era il bambino che passava ore con il pallone tra i piedi e che parlava poco. Il ragazzo che affrontò una terapia per la crescita mentre rincorreva un sogno troppo grande per la sua età. Il nipote che guardava la nonna Celia dagli spalti e che, ancora oggi, continua a dedicarle ogni gol con lo sguardo rivolto al cielo.

Quando lasciò l’Argentina per trasferirsi in Catalogna aveva poco più di tredici anni. Non portava con sé il carisma travolgente di Maradona. Non possedeva quella capacità quasi magnetica di occupare ogni stanza. Era introverso, riservato, protettivo nei confronti della propria famiglia. Mentre Diego sembrava voler abbracciare il mondo intero, Leo pareva voler custodire il proprio piccolo universo.

Per molti anni una parte dell’Argentina non riuscì a comprenderlo.

Lo considerava troppo europeo.

Troppo silenzioso.

Troppo distante.

Ogni sua partita veniva confrontata con il fantasma di Maradona.

Un confronto impossibile.

Perché Leo non era chiamato a diventare Diego.

Doveva diventare se stesso.

Ed è qui che nasce Messi.

Non il ragazzo di Rosario.

Il fenomeno.

L’artista.

Il professionista.

Se Maradona assomiglia a un personaggio uscito da un romanzo sudamericano, Messi ricorda una composizione di Astor Piazzolla. Ogni nota sembra inevitabile. Ogni movimento appare semplice fino a quando qualcuno prova a ripeterlo.

La sua carriera al Barcellona ha ridefinito il concetto stesso di continuità. Con Guardiola raggiunse un livello di armonia calcistica che molti considerano irripetibile. Ma ridurre Messi ai trofei significherebbe perdere la parte più interessante della sua storia.

Perché anche lui ha conosciuto il fallimento.

Le finali perse con l’Argentina.

Le critiche.

La frustrazione.

Le lacrime.

La tentazione di lasciare la nazionale.

Per anni è stato accusato di non essere abbastanza argentino. Un’accusa paradossale per chi portava sulle spalle il peso di un intero Paese.

La sua grandezza è emersa proprio in quei momenti.

Non quando vinceva.

Quando continuava a tornare.

Quando accettava il peso delle sconfitte.

Quando decideva di riprovarci.

La Copa América del 2021 e il Mondiale del 2022 hanno chiuso un cerchio che sembrava destinato a rimanere aperto per sempre. Non hanno trasformato Messi in Maradona. Hanno liberato Messi dall’obbligo di esserlo.

Ed è forse qui che le due storie si incontrano davvero.

Maradona e Messi vengono spesso raccontati come opposti.

In realtà sono parenti stretti dell’anima argentina.

Maradona rappresenta l’Argentina ribelle, passionale, imprevedibile. Quella che canta più forte quando soffre. Quella che affronta il mondo a testa alta anche quando sa di essere sfavorita.

Messi rappresenta l’Argentina paziente, laboriosa, silenziosa. Quella che costruisce senza fare rumore. Quella che continua a lavorare mentre gli altri discutono.

Uno è il tango ballato in una notte di Buenos Aires.

L’altro è una melodia di Piazzolla che cresce lentamente fino a diventare indimenticabile.

Uno incendia.

L’altro illumina.

Eppure entrambi raccontano la stessa storia.

La storia di un Paese che ha sempre cercato di trasformare il talento in speranza.

Forse per questo il dibattito su chi sia stato il più grande continua a sembrare una domanda sbagliata.

Perché Diego e Leo appartengono agli uomini.

Maradona e Messi appartengono ormai al patrimonio emotivo di milioni di persone sparse nel mondo.

L’Argentina ha avuto la fortuna irripetibile di conoscerli entrambi.

Anzi, di conoscerli tutti e quattro.

BIO: Vincenzo D’Aniello è nato ad Aversa (CE) il 25-5-1985 . È in possesso della licenza di allenatore UEFA/B e ha allenato in diverse categorie e in diverse scuole calcio della provincia di Caserta e Napoli.

4 risposte

  1. Complimenti, una bellissima riflessione. Un parallelo non banale tra le due, anzi quattro figure che dà valore a tutto. Complimenti ancora.

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