MICHAEL OWEN: IL MONDO AI SUOI PIEDI

Francia ’98 passa alla storia per diversi motivi: è il primo Mondiale a trentadue squadre; la Francia vince in finale contro il Brasile grazie (anche) alla doppietta di Zidane; la debuttante Croazia si classifica terza; le tensioni precedenti la partita tra Iran e Stati Uniti della fase a gironi; il quasi gol di Roberto Baggio contro la Francia ai quarti (e la traversa di Di Biagio nella stessa lotteria dei rigori) e l’introduzione del golden gol.

A quel Mondiale prendono parte, per l’undicesima e nona volta, Argentina e Inghilterra. Nella storia dei campionati del Mondo, le due Nazionali si sono affrontate finora cinque volte: la prima a Cile ’62 nella fase a gironi, l’ultima, ancora nella fase a gironi, a Giappone-Corea ’02. Argentina-Inghilterra non è una partita come le altre: da una parte i Maestri, dall’altra quelli della “nuestra”, da una parte chi inventa il calcio e dall’altra chi la passione per il gioco del calcio. Sono due le partite più famose tra Albiceleste e Nazionale dei Tre leoni: i quarti di Inghilterra ’66, con vittoria inglese e la celebre espulsione del capitano argentino Antonio “el Rata” Rattin (la cui sceneggiata interrompe la partita per undici minuti) e quelli di Messico ’86, dove il 22 giugno 1986, Diego Armando Maradona entra nella storia del calcio con due gol storici e la telecronaca di Victor Hugo Morales diventa un omaggio al numero dieci di Villa Fiorito e al calcio.

Le due Nazionali si affrontano negli ottavi di Francia ’98, dove sono tra le favorite per la vittoria finale: le loro rose sono tra le più forti e complete tra le trentadue partecipanti. Teatro dell’incontro è lo stadio Guichard di Saint-Etienne. La partita è decisa a rigori e durante i tempi regolamentari David Beckham viene espulso per un fallo di reazione su Diego Pablo Simeone: uno dei giocatori più attesi della manifestazione è cacciato per un sciocco fallo di reazione su un avversario (che lo provoca molto durante la partita). Un gesto che scatenerà l’ostracismo nei suoi confronti da parte dei tifosi inglesi per almeno tre anni.

Eppure quell’Argentina-Inghilterra fa conoscere al Mondo un diciottenne inglese con la maglia numero 20. Un ragazzo in forza al Liverpool e alla nona presenza in Nazionale. Un giocatore veloce, molto tecnico ed autore di uno dei gol più belli di quel Mondiale (e della storia dei Mondiali): Michael Owen.

Sconosciuto ai più (ma molto noto nonostante la giovane età in Premier League e agli addetti ai lavori), Owen “sfrutta” Francia ’98 come trampolino di lancio per la sua carriera che, tra il 2000 ed il 2004, lo vede tra i più forti calciatori del Mondo.

Partiamo da un presupposto: la stagione 1997/1998 (quella che porta al Mondiale francese), vede Michael Owen segnare diciotto reti in campionato con la maglia del Liverpool. Con questi numeri, Michael si presenta ai nastri di partenza di Francia ’98 con i galloni di “giovane da attenzionare” in una Nazionale (quella guidata da Glenn Hoddle) che può contare su gente come Shearer, Beckham, Sheringham, Adams e Ince. Nazionale dei Tre leoni che vuole vincere la Coppa del Mondo dopo la brutta prestazione dell’Europeo casalingo di due anni prima. Ma chi è questo ragazzino tutto velocità e freddezza sotto porta?

Da Chester a Liverpool nel nome di Ian Rush. Nasce il Wonder boy di Sua Maestà

Michael Owen nasce a Chester, a pochissimi chilometri dal confine con il Galles: Regno Unito ma, calcisticamente, Inghilterra. I genitori sono degli sportivi e vogliono che i loro figli facciano sport. Michael inizia con la boxe, capisce ben presto che non avrà futuro e allora si dà al calcio, spinto anche dal padre che era stato in passato discreto calciatore. “Michele”non può fare scelta migliore!

Il padre Terry è un ex calciatore che, dopo aver iniziato la carriera all’Everton, con solo due presenze, ha però giocato lontano dai grandi palcoscenici. Terry tifa everton e Michael lo “segue” nel tifo e scopre ben presto di supportare una squadra tra le più iconiche del calcio d’Oltremanica, una squadra che però non sempre arriva nelle prime posizioni. L’Everton è la squadra più antica di Liverpool ma è la seconda per numero di successi dopo il Liverpool FC, i Reds. E dove inizia a giocare seriamente Michael Owen? Nel Liverpool, ovviamente!

Il ragazzo non sente il peso della maglia dei rivali della sua squadra del cuore: tra gli undici e i diciassette anni Michael Owen è una macchina da gol sia con i Reds che con le Nazionali giovanili inglesi. Si parla di una similitudine con Ian Rush, l’idolo della Kop che avava debuttato a diciotto anni proprio nel Chester City, nell’aprile del 1979, davanti agli occhi di Terry Owen, otto mesi prima della nascita del figlio Michael. L’attaccante gallese in quindici stagioni Reds giocherà 660 partite, segnando 346 reti e vincendo tutto.

Il paragone è forte. Ma Owen tira dritto: prima partita da professionista (il 6 maggio 1997 contro il Wimbledon), primo gol. Unico gol di quella stagione, ma ormai per lui le porte della prima squadra, allenata da Gérard Houllier, non possono restare chiuse. Il Liverpool è, in quel periodo, una nobile decaduta del calcio europeo: non vince il titolo dal 1990, la FA dal 1992, la Coppa di Lega dal 1995 e in Europa non compare negli albo d’oro dal 1984, prima cioè dei fatti dell’Heysel. Houllier crede tanto nel giovane ragazzo di Chester e lui lo vede come un vero mentore: il coach plasma, Owen recepisce.

Sarà lui il nuovo idolo della Kop? Sarà lui il nuovo Rush? Sarà lui quello che riporterà il Liverpool a vincere in Europa?

Nella sua seconda stagione da professionista, Owen vince (a ex equo con altri due giocatori) la classifica marcatori della Premier League, una cosa che a un giocatore Reds non capitava dal 1988, dai tempi di John Aldridge. E cosa fa, Michael Owen, la stagione successiva ? Con altre 18 reti, rivince la classifica marcatori: è la prima volta che un giocatore del Liverpool bissa. Ancora niente titolo ad Anfield Road ma, per dirla all’inglese, “a star is born”.

La consacrazione di Francia ’98. L’annus mirabilis 2001

Tra il 1998 e il 2004, Michael Owen è senza dubbio il giocatore più forte d’Inghilterra, uno dei top in Europa ed uno dei migliori del Mondo.

Se in Inghilterra in tanti sanno chi è, gli altri lo scoprono il 30 giugno a Saint-Étienne contro l’Argentina in quegli ottavi tra due Nazionali che, dalla fine della guerra delle Malvinas/Falklands in poi, non si amano. Fino al minuto 16, le due squadre sono 1-1: Shearer risponde a Batistuta.

Al minuto 16 tutti si alzano in piedi: Beckham prende palla a centrocampo, la passa all’accorrente Owen che di tacco beffa Chamot (29 anni e tanta esperienza internazionale), supera Ayala (25 anni e altrettanta esperienza internazionale), arriva in area di rigore e batte il portiere Roa con un destro all’incrocio dei pali. Un gol da manuale, un gol clamoroso. Tutto a 18 anni con il peso della maglia inglese sulle spalle. Michael gioca come un veterano e tutti chiedono informazioni su di lui. Il Liverpool non lo cede, tiene duro e, grazie a lui, nel biennio 2000-2001, i Reds toccano cime che dalle parti del Merseyside mancano da tanto, troppo tempo. Arrivano, in serie: Coppa d’Inghilterra, Coppa di Lega, Community Shield, Coppa Uefa e Supercoppa europea.

Owen il 12 maggio segna nella finale di FA Cup contro l’Arsenal la doppietta decisiva che ribalta il risultato, il 16 maggio segna uno dei rigori che decidono la finale di Coppa Uefa contro l’Alaves, il 24 agosto segna il gol decisivo nella finale di Supercoppa Uefa contro il Bayern Monaco campione d’Europa e il 1° settembre segna tre gol pesantissimi in Nazionale contro la Germania che cade 5-1 in casa sotto i colpi della Nazionale di Sua Maestà. Owen tra il 1996 ed il 2001 gioca 162 partite e segna ottantatre reti, tantissime decisive.

Owen gioca per sei stagioni accanto a Robbie Fowler, un altro pezzo di storia di Anfield Road. Sono totalmente diversi (in tutti i sensi), ma in campo si completano: uno è wild, l’altro è un wonder boy, uno è figlio della working class mentre l’altro è ciò che i padri vorrebbero per le loro figlie. Nel 1999 Owen si infortuna al tendine rotuleo resterà fuori un po’ di tempo ma al rientro in campo sembra che non si sia mai infortunato. Sarà però il primo di una lunga serie di infortuni che diventeranno determinanti per il futuro della sua carriera.

Al termine del campionato 2000/2001 i Reds arrivano terzi a undici punti dai campioni del Manchester United ma Liverpool si qualifica in Champions League: è dalla stagione 1984/1985 che la squadra più titolata del Merseyside non si qualifica alla coppa più importante d’Europa.

Il clou di quel 2001 eccezionale per Owen arriva il 17 dicembre: France Football gli conferisce il Pallone d’oro. Dopo ventuno anni, un calciatore inglese vince il più ambito premio calcistico individuale al Mondo: nel 1979 (il suo anno di nascita) lo vinse, per la seconda volta, Kevin Keegan. Dietro al Wonder boy di Chester in classifica vi sono giocatori quali Raul e Oliver Kahn, staccati di 36 e 62 punti. A 22 anni e tre giorni, Michale Owen diventa il secondo più giovane vincitore del trofeo dopo Ronaldo Nazario. L’assegnazione spacca l’opinione pubblica, come spesso sono le assegnazioni del Pallone d’oro: c’è chi lo considera troppo giovane, c’è chi non lo ritiene ancora un calciatore affermato, c’è chi dice che non se lo merita, c’è chi dice che il premio sarebbe dovuto andare a Raul o a Kahn. Forse non è il giocatore più forte, ma sicuramente è quello più decisivo in quell’anno solare. Owen nel 2001 è davvero il giocatore più forte del Mondo: i numeri sono dalla sua e i numeri non mentono mai.

Estate 2004: Michael Owen galactico

Owen ha numeri importanti fino alla stagione 2003/2004, guidando l’attacco del Liverpool e facendolo tornare ai ranghi che gli spettano. Ma a quasi 25 anni, il giocatore sente che i Reds gli stanno stretti: vuole altro, vuole vincere di più, vuole vincere la Champions League. E nell’estate 2004 si fa avanti una squadra che di Champions League ne ha vinte nove ed è una squadra dal pedigree incredibile: il Real Madrid.

Owen firma con le merengues ed il Liverpool incassa 25 milioni di euro, una grande plusvalenza. Owen prende il numero 11 e nello spogliatoio madridista si presenta con gli altri due arrivi estivi, il difensore Samuel ed il connazionale Jonathan Woodgate. Owen è l’ultimo acquisto top da parte del presidente Florentino Perez: Owen è diventato un galáctico, l’ultimo di una serie di arrivi che dal 2000 (e fino al 2004) portano nella capitale spagnola, sponda camiseta blanca, gente come Luis Figo, Zinedine Zidane, Ronaldo Nazario e David Beckham, uniti a rose fortissime che comprendono Raul, Guti, Roberto Carlos, McManaman e Makelele. I risultati non sono quelli sperati (in quattro stagioni, tra l 2000 ed il 2004, la squadra vince due titoli nazionali, due Supercoppa spagnola, una Champions ed una Supercoppa europea) e Owen è chiamato a portare il club in alto. Il Real arriva però secondo dietro al Barcellona di Rijkaard ed esce in Champions agli ottavi per mano della Juventus. Il destino vuole che a vincere quella Champions sia proprio il Liverpool che, a Istanbul, alza al cielo la sua quinta “coppa dalle grandi orecchie” a distanza di ventuno anni dall’ultima: una finale pazzesca vinta ai rigori contro il Milan dopo la grande remuntada da 3-0 a 3-3 in soli sei minuti nel secondo tempo.

Owen a Madrid fa bene…ma non benissimo: in 45 partite segna sedici reti, di cui tredici in Liga e una sola in Champions. Ci si attendeva molto di più da lui e nell’estate 2005 è già di troppo nel Real, diventando (forse) il più deludente degli acquisti galattici di Perez. Il patron madridista continua a raccogliere “figurine”: via Owen, dentro Robinho.

Che fare ora? Si guarda intorno e decide di tornare in Inghilterra.

Gli anni a Newcastle, Manchester e Stoke City. Troppi infortuni e la mancanza di stimoli

Nell’estate 2005 Michael Owen è sul mercato e al giocatore arrivano due offerte, molto diverse: una da parte del Liverpool e l’altra del Newcastle United. Il Liverpool vorrebbe riportare a Anfield Road il golden boy di Chester, ma il Real chiede troppo (17 milioni) e i Reds ne offrono “solo” dodici: il Newcastle United, squadra storica del calcio inglese, ma lontana dai grandi palcoscenici, mette sul piatto 18 milioni e Owen diventa un magpie.

Michael rimane nel Tyne and Wear quattro anni, facendo, nel complesso, discretamente ma senza impressionare. I tifosi bianconeri all’inizio sognano: il tandem d’attacco del club, per la stagione 2005/2006, è composto dai due attaccanti inglesi in campo quel 30 giugno 1998 al “Guichard”, Owen e Alan Shearer. Poter vedere in campo due tra i più forti attaccanti della storia del calcio inglese esalta la tifoseria e la gente accorre numerosa alla presentazione del Wonder boy a St James’ Park. Owen segnerà dieci reti mentre per Shearer alla sua ultima stagione i centri saranno 7: il Newcastle si classificherà quattordicesimo. Sarebbe dovuto essere il Newcastle di Michael Owen ma gli infortuni cominciano ad incidere su presenze e rendimento(7 goal in 12 presenze nel 2005/06 mentre nella stagione 2006/2007 scenderà in campo solo 3 volte)

Il 26 dicembre 2005 torna per la prima volta da avversario a Anfield Road e l’atmosfera per lui è ostile, la Kop non gli perdona la scelta di essere andato a giocare in un Club rivale oltre ad aver tradito la causa Reds per i miliardi di Madrid.

A Newcastle sembrava che Michael fosse rinato ma, il 31 dicembre 2005, contro il Tottenham, si frattura il metatarso. Ritornerà a giocare nel marzo successivo con obiettivo il Mondiale tedesco del 2006. Mondiale che indirizza, non ancora ventisettenne, la sua carriera verso il declino: nella terza partita contro la Svezia, giocata il 20 giugno 2006, nella fase a gironi, dopo solo quattro minuti, l’attaccante si infortuna gravemente ai legamenti e sarà costretto ad uno stop di dieci mesi. Subirà altri infortuni che ne minano l’integrità fisica. Al termine della stagione 2008/09 i Magpies retrocedono nel Championship. Owen si svincolerà dal Club mettendosi sul mercato.

È ormai un ex giocatore e per tre anni milita nel Manchester United (2009-12)orfano di Cristiano Ronaldo (passato al Real Madrid) ma che ha alla guida Sir Alex Ferguson ed è una squadra altamente competitiva. I tifosi non sono molto contenti del suo arrivo, tra chi pensa che sia davvero un ex giocatore e chi non dimentica che abbia vissuto diverse stagioni da protagonista nel Liverpool, grande rivale dei Red Devils. È proprio Ferguson a credere in lui e a pensare che all’ Old Trafford si riscatterà.

L’anno dopo lo United vincerà il titolo, ma la presenza di Owen è molto limitata (solo due gol in campionato), chiuso dal talento di Berbatov, Rooney e “Chicharito” Hernandez. Unica nota da sottolineare nelle tre stagioni all’Old Trafford, l’eredità della maglia numero 7, una maglia non per tutti dalle parti di Old Trafford ed indossata in passato da gente che ha fatto la storia: Best, Robson, Cantona, Beckham e Cristiano Ronaldo.

Owen come detto è afflitto da troppi infortuni, sembra averne anche abbastanza del football, quel football che lo ha fatto conoscere in tutto il Mondo. Chiude con il calcio al termine della stagione 2012/2013 con la maglia dello Stoke City, club di basso cabotaggio della Premier, che si piazza tredicesimo in classifica. La Premier League da qualche anno ha superato la Serie A italiana ed è il campionato più ricco, bello e tecnico del Mondo. Michael è stanco, non sente più suo questo mondo e decide di ritirarsi.

Dopo il ritiro si è dato all’ippica (nel senso che ha un ippodromo e diversi cavalli), ha fatto l’opinionista tv ed è rimasto nel “giro”.

Cosa rimane oggi di Michael Owen? Per tanti, un giocatore a metà tra l’incompiuto ed il sopravvalutato. Un giocatore dal grande potenziale apparso come un faro quella sera di quasi 28 anni fa durante un ottavo di Francia ’98 e che la sua corsa ed il suo piede destro lo hanno reso implacabile sottoporta e un idolo per tantissimi millennials.

Sicuramente la carriera del Wonder boy di Chester ha uno spartiacque con l’anno di Madrid: what if se non fosse andato in Castiglia e fosse rimasto a Liverpool?. Non si saprà mai, ma per chi ama il calcio basta ricordare quel ragazzino che poteva diventare un pugile ma che è rimasto stregato dal calcio e che, a conti fatti, il calcio lo ha reso uno dei grandi di questo sport. Con buona pace di chi non la pensa così.

BIO Simone Balocco: Novarese del 1981, Simone è laureato in scienze politiche con una tesi sullo sport e le colonie elioterapiche nel Novarese durante il Ventennio. Da oltre dieci anni scrive per siti di carattere sportivo, storico e “varie ed eventuali”. Tifoso del Novara Calcio prima e del Novara Football Club dopo, adora la sua città e non la cambierebbe con nessun altro posto al Mondo. Collabora da tempo con la redazione sportiva di una radio privata locale e ha scritto tre libri, di cui due sul calcio. I suoi fari sono Indro Montanelli e Gianni Brera, ma a lui interessa raccontare storie che possano suscitare interesse (e stupore) tra i lettori. Non invitatelo a teatro ma portatelo in qualunque stadio del Mondo e lo farete felice.

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