
«…..ciò che vedo, è che lo allenano in maniera isolata allontanandolo dal gruppo. Questa non è individualizzazione dell’allenamento, tantomeno allenamento specifico, perché la specificità nel calcio è giocare» (Oscar Cano).
Ed è grave sempre. Ma diventa un vero e proprio misfatto quando tutto ciò si consuma nei settori giovanili, soprattutto nella prima formazione, quella più delicata, più sensibile, più determinante per la costruzione del rapporto tra il bambino, il gioco e il mondo.
Non ci conosciamo personalmente, fino a qualche anno fa non sapevamo neppure dell’esistenza l’uno dell’altro, eppure su molti aspetti profondi del gioco del calcio siamo approdati alle stesse conclusioni.
Questo accade quando si studia seriamente il gioco, quando lo si osserva senza filtri ideologici o interessi di mercato, quando si mette il giocatore – e non il profitto – al centro del processo formativo.
Si parla sempre più spesso di individualizzazione dell’allenamento nel calcio giovanile. Ma ciò che vedo quotidianamente nei campi racconta tutt’altro: giovani calciatori isolati dal gruppo, separati dal contesto di gioco, allenati in maniera frammentata, decontestualizzata, lontana dalla realtà autentica del calcio.
Questo non è individualizzare. Questo è isolare. E non è nemmeno allenamento specifico, perché – come ricordava Oscar Cano – la specificità nel calcio è giocare. Giocare dentro relazioni, spazi, tempi, avversari, compagni, pressioni emotive e decisionali. Giocare dentro un contesto che dia senso e significato agli agiti del calciatore. L’individualizzazione vera non separa il giocatore dal gioco. Al contrario, lo immerge ancora di più nella sua complessità.
Riconosce che ogni giocatore apprende in modo diverso, ma sempre dentro la stessa realtà: quella del gioco.
La battaglia che sto conducendo – a tutti i livelli – è prima di tutto culturale. È una battaglia contro una certa idea di calcio giovanile sostenuta dalla logica del mercato e del profitto, che ha bisogno di semplificare, misurare, standardizzare e “produrre” giocatori come fossero asset finanziari.
Isolare per controllare. Scomporre per vendere. Accelerare per monetizzare.
Ma il calcio non funziona così. E soprattutto i bambini e i giovani calciatori non crescono così. Il gioco non si somma: emerge. Il giocatore non si costruisce a pezzi: si forma nell’esperienza. La qualità non si allena fuori dal contesto: nasce dentro la realtà autentica del gioco.
Individualizzare significa progettare contesti ricchi, adattivi, significativi. Significa permettere a ogni giocatore di esprimere il proprio modo di stare nel gioco, non di allontanarsene. Significa avere il coraggio di andare contro corrente, anche quando il mercato spinge nella direzione opposta.
È una battaglia lunga, spesso scomoda. Ma è una battaglia necessaria.
Per il gioco.
Per i giocatori.
Per il futuro del calcio.
“Su questo tema è auspicabile, così come già evidenziato, che il neo Presidente del Settore Tecnico prenda una posizione chiara e tempestiva. Perché qui non è in gioco una scelta metodologica tra le tante, ma la tutela del senso formativo del calcio giovanile e della prima formazione, che dovrebbe essere patrimonio culturale condiviso e non terreno di sperimentazione funzionale al mercato”.











2 risposte
Buongiorno.
Complimenti per l’articolo Sig. Raffaele, preciso e dettagliato: il “campione” in erba deve essere fatto emergere perché porta soldi. A lui, alla sua famiglia, al suo procuratore: ma il calcio è uno sport di squadra, e come sottolinea nel suo libro Filippo Galli, “Un pallone tra le stelle”, quello che tutti definivano “il maestro” alla fine smette di giocare perché appena capiscono il suo gioco viene bloccato e perde ogni interesse in uno sport che invece avrebbe potuto dargli molte soddisfazioni nella vita, a tutti i livelli.
E concordo pienamente con lei quando scrive che in gioco c’è il futuro del calcio: speriamo che sempre di più ci sia la tendenza ad usare il “calcio eretico” e sempre meno quello individualistico.
Buona giornata
Luigi Lanini
Buongiorno Luigi,
La ringrazio di cuore per il suo commento così attento e appassionato. Condivido pienamente il suo pensiero: il calcio è uno sport di squadra e valorizzare il gioco collettivo, l’autenticità e la creatività dei ragazzi è fondamentale, ben oltre l’interesse economico. Le sue parole sul “maestro” e sul futuro del calcio risuonano perfettamente con la visione che cerco di trasmettere. Spero davvero che sempre più allenatori e dirigenti adottino un approccio che dia spazio al gioco autentico e alla crescita integrale dei giovani calciatori.
Grazie ancora per il supporto e la riflessione condivisa.
Buona giornata anche a lei!