A una domanda relativa al suo approccio metodologico, Marcelo Bielsa risponde così:
“Sai qual è il mio modo di lavorare? Sono 40 anni che osservo le giocate. Le giocate sono soluzioni ai problemi che presenta il gioco. Ad esempio, non sei un buon dribblatore: tocchi la palla, vai a ricevere il passaggio di ritorno, chiudi un 1-2 ed elimini un avversario.
Questa è una giocata, mi capisce? C’è uno spazio vuoto tra il terzino e il difensore centrale avversario, un corridoio, e c’è un cambio di campo di un centrocampista. Questa è una giocata.
Sono 40 anni che faccio questo: guardo le giocate e, quando vedo che una giocata si ripete molte volte ed è efficace, dico che questo è il calcio, il calciatore ha costruito una soluzione efficace per un problema riconoscibile. Ha capito il concetto? Perché è difficile capire questo concetto? Perché immaginate che ogni volta che voglio spiegarlo in questo modo, l’unica cosa che ottengo è rifiuto. Perché è così complicato da spiegare, beh, ma per me questo è il punto centrale. E tutti i miei esercizi, o la maggior parte di essi, portano il nome del giocatore da cui li ho copiati. Li trasformo in esercizi, li incorporo in un metodo e li utilizzo nell’allenamento in base a ciò che ritengo necessario per la squadra. Mi capisce? Quindi lavoro su una base di 300 esercizi e progetto gli allenamenti.
Perché l’importante è capire che io non intervengo nel calcio, lo copio. Perché intervenire nel calcio è un male degli allenatori. Vogliono che il calcio funzioni in base alla loro immaginazione, ma l’unica immaginazione che conta nel calcio è quella dei giocatori”.
Bielsa porta avanti un mio grande cavallo di battaglia, cioè l’importanza di avere giocatori che non siano capaci solo di “interpretare uno spartito”, ma di “trovare soluzione” ai problemi che la partita ti pone.
È uno dei concetti che ho provato a far passare nel mio intervento nel podcast “La crepa” de Il Sole 24 ore.
Il calcio, del resto, è un continuo susseguirsi di problemi da risolvere, ogni volta diversi.
Ogni dribbling, uno-due, passaggio filtrante o cambio gioco nasce da una situazione concreta vissuta nel gioco, che i calciatori devono essere in grado di vedere, analizzare e risolvere.
Quando dico che non si gioca più negli oratori, e per questo non ci si può trincerare dietro al classico “si è sempre fatto così”, intendo questo.
Non è l’assenza del gioco libero il problema in quanto tale.
Problematico diventa il fatto che nel momento in cui il contesto di crescita muta, anche per motivi (come quelli sociali) che nulla hanno a vedere direttamente col calcio, si deve essere in grado di far mutare anche l’ambiente di apprendimento.
Come possiamo pretendere, del resto, che un giocatore impari a cercare soluzioni se lo alleniamo in contesti slegati dal “gioco”?
Se le giocate “emergono dal gioco”, la capacità che ogni giocatore può sviluppare di trovare soluzioni ai “problemi” non può essere costruita “fuori” dal gioco.
Ecco perché credo che sia necessario costruire “ambienti di apprendimento” che riproducano il caos, gli spazi, i tempi, le pressioni e le incertezze della partita.
Come dico sempre: “stoppare” il pallone non deve voler dire solo “fermarlo”, così come “trasmetterlo” non può voler dire solo fargli coprire una certa distanza o “condurlo” non può significare solo “spingerlo davanti a sé”.
Tutti i gesti di tecnica di base devono essere calati in un contesto di gioco ed essere funzionali alle scelte da compiere in campo, ovvero alla ricerca di soluzioni ai problemi che la partita ti presenta.
Serve che la scelta abbia una conseguenza e che l’errore abbia un senso: serve che la tecnica sia, appunto, funzionale al gioco e non scollegata da esso.
Io sono convinto che oggi non sia tanto la “tecnica di base” a mancare in questo Paese quanto, soprattutto, la capacità di renderla funzionale “al gioco”, appunto.
Aspetto, questo, che si ricollega con quello della “personalità” che i giocatori sono poi in grado di mettere in campo.
Del resto chi si limita ad “eseguire” va a soffocare, di fatto, la propria personalità, al contrario di ciò che fa chi si assume la responsabilità di trovare soluzioni ai problemi che gli vengono posti.
Costruire contesti di apprendimento “in gioco” significa provare a dare al giocatore gli strumenti per risolvere problemi veri che sono intrinseci al gioco stesso, non esercizi artificiosi calati dall’alto.
Perché il calcio funziona quando l’immaginazione che guida il gioco non è quella dell’allenatore, ma quella dei giocatori.
È lì che, come dice Bielsa, nascono le giocate.
È lì che nasce il calcio.

BIO: “Francesco Federico Pagani, classe 1985: nasce in una famiglia di ginnasti, in una provincia di baskettofili. Dopo una giovinezza passata a dare calci ad un pallone nei posti più impensabili diventa prima giornalista pubblicista e poi osservatore professionista diplomato a Coverciano, professione che svolge attualmente.
Le magie di Roberto Baggio ad USA 94 gli hanno segnato la vita per sempre.”










Una risposta
“Dobbiamo educarli all’incertezza del gioco a partire dalla prima formazione e non a ripetere meccanicamente.”
Il gioco non è un insieme di gesti da riprodurre in modo meccanico, ma un ambiente dinamico, imprevedibile, complesso, in cui ogni azione dipende da ciò che avviene momento per momento.
Per questo, educare il giovane calciatore all’incertezza del gioco è fondamentale: significa accompagnarlo verso un modo di giocare più consapevole, adattivo, creativo e realmente competente.
Il gioco del calcio come tutti gli sport di invasione è un sistema complesso in cui nulla si ripete identico:
gli spazi si aprono e si chiudono,
i tempi cambiano rapidamente,
la palla transita da uno stato all’altro in modo non lineare,
le intenzioni di avversari e compagni si trasformano continuamente.
Educare all’incertezza significa formare giocatori capaci di leggere ciò che accade, anticipare probabilisticamente gli scenari futuri, adattarsi ai cambiamenti e agire in modo funzionale.
La ripetizione meccanica, invece, allena gesti isolati e decontestualizzati, incapaci di dialogare con la realtà del gioco.Educare all’incertezza significa allora:
immergere il giovane in situazioni di gioco autentiche,
permettergli di costruire significato attraverso l’esperienza,
favorire un apprendimento non lineare, ricco di variabilità,
sostenere l’intenzionalità, la creatività e l’adattamento in tempo reale.La ripetizione meccanica produce giocatori che:
eseguono correttamente un gesto isolato, ma non sanno cosa farne nella complessità del gioco reale.
Il gesto tecnico, se non nasce da una intenzione situata, resta povero, rigido, fragile.
Il giocatore impara la soluzione, ma non impara a leggere il problema.
Così, quando la situazione cambia — come avviene sempre nel calcio — resta prigioniero della ricerca della “giusta esecuzione” anziché percepire relazioni, interazioni e possibilità emergenti.
Educare all’incertezza non è una moda metodologica, ma una necessità per chi vuole formare giocatori davvero competenti.
Il calcio non è un insieme di movimenti da riprodurre, ma un mondo in costante trasformazione in cui le condotte emergono dalla relazione viva tra corpo, intenzioni e ambiente.
La ripetizione meccanica appartiene a una pedagogia riduzionista; l’incertezza appartiene alla realtà autentica del gioco.
È dentro questa realtà che il giovane calciatore costruisce significato, identità, competenza e creatività.
E non si deve avere timore perché i bambini sono i ” maestri dell’imprevedibile” e sanno benissimo ” so-stare” nella complessità. Occorre solo, se è necessario, aiutarli e non sostituirsi a loro