LA PALLA…DAVVERO VOGLIAMO LASCIARLA AGLI AVVERSARI??

Non è passato inosservato, negli ultimi giorni, un intervento del noto giornalista Andrea Marinozzi, che ha trovato ampia diffusione nei canali social, atto a dimostrare come, nel football dei nostri giorni, l’azione manovrata da sviluppare sul campo di gioco tenda a portare pochi vantaggi alle squadre che la pongono in essere, a differenza del cosidetto “gioco in transizione” più proficuo e più redditizio quanto a reti realizzate e occasioni da goal costruite.

Premesso che concetti come “azione manovrata” e “gioco in transizione”, anche in presenza di autorevoli argomentazioni, faticano ad essere intesi secondo un’unica accezione, l’analisi di Marinozzi si basa su dati elaborati nel corso delle ultime stagioni.

Da sempre attento all’evoluzione del calcio, il giornalista ha citato la tesi di Filippo Lorenzon, capo dei match analysts dell’Internazionale, basata sulle risultanze dell’edizione della Champions League 2022-23 secondo cui l’85% delle azioni manovrate non porta né alla rete né a situazioni che determinano vantaggio per chi le pone in essere.

A ciò si aggiunga come, altro dato che emerge, la percentuale di realizzazioni a seguito di azione manovrata sia pari allo 0.7%.

Prendendo a riferimento le azioni “dirette”, non sequenziali a manovra ed ispirate da un recupero “alto” della palla, o comunque da un possesso non corroborato da costruzione e sviluppo ma divenuto tale per averla “rubata” agli avversari nella loro metà campo o, meglio ancora, in prossimità dell’area di rigore, il dato sulle realizzazioni è pari al 7.8% il che evidenzia una notevole sperequazione tra l’efficacia delle situazioni citate.

Da lì l’affermazione dell’allora tecnico dei nerazzurri, Simone Inzaghi, secondo cui: “Nel calcio moderno si è più pericolosi senza palla che con la palla”.

Non c’è da sorprendersi pertanto se i dati, oramai conoscibili nell’immediatezza, stanno inducendo gli staff tecnici a “lavorare” nel senso di ricercare, o meglio creare, sempre più situazioni di “recupero palla”, ponendo pressione all’avversario sì da avere poco campo da risalire e un numero ridotto di insidie difensive avversarie da affrontare.

Banalizzando, verrebbe da pensare che, allo scopo di crearsi la “situazione” più favorevole per avvicinarsi con pericolosità alla porta, sia meglio lasciare la palla agli avversari.

Una sorta di induzione all’errore determinata dall’attitudine al pressing alto con conseguente riduzione del campo durante la fase d’attacco.

Chi scrive non intende discutere i dati citati, né mettere in dubbio la bontà di situazioni di gioco originariamente concepite in funzione offensiva.

Non è nemmeno nostra intenzione criticare l’attenzione alle marcature (rectius, coperture) preventive trattandosi di concetto imprescindibile.

È tuttavia, doveroso, porre l’accento su alcune storture che possono emergere da un’applicazione estrema dei concetti legati al gioco in transizione sin dai settori giovanili.

L’attenzione al recupero alto ha importato un concetto proprio del rugby, ovvero la ricerca della rimessa laterale, mandando di proposito la palla fuori dal campo. Approfittando del fatto che il gioco si ferma quando la palla esce, si possono portare più calciatori nella zona in cui gli avversari saranno chiamati a riprendere il gioco. E trattandosi di gesto tecnico da compiere “brevi manu”, il raggio d’azione di chi rimette in campo la sfera è giocoforza limitato.

Quasi che l’essere in possesso della palla rappresenti una circostanza sfavorevole.

Ironizzando, vien da pensare che, continuando su questo passo, i calciatori non discuteranno più nell’intento di convincere il direttore di gara a concedere in loro favore la rimessa ma insisteranno per farla assegnare all’avversario.

Il punto di discussione è rappresentato dal fatto che se l’attitudine di cui sopra prendesse del tutto il sopravvento su un’idea di gioco corale, ci troveremmo in mezzo al guado.

Estremizzando il concetto: se nessuna delle due contendenti “gradisce” la palla, come si svolge la gara? Con una sorta di giocate lunghe con la sfera che rimbalza da una parte all’altra del campo, stile tamburello?

Il rischio è quello di innestare una situazione in cui le due compagini facciano a gara a chi specula di più.

E la storia, non solo calcistica, ci insegna che per quanto un soggetto possa essere abile nella speculazione, troverà sempre qualcuno in grado di speculare più di lui.

Se, viceversa, aiutiamo le giovani calciatrici ed i giovani calciatori a sviluppare caratteristiche propositive, rischieranno di pagare dazio nel caso di specie ma avranno sempre un bagaglio conoscitivo da cui attingere al fine di opzionare, di volta in volta, la scelta più opportuna.

Ed, ovviamente, ci sta che in corso di gara la scelta opportuna possa essere un’aggressione alta o una ripartenza.

Ma il senso del gioco, quello no, non può essere inquinato nel momento in cui lavoriamo con i giovani.

Non si lavora “sui giovani” ma “con i giovani”.

La formazione del giovane calciatore è un processo. E come tutti i processi necessita di conoscenza.

Pensare di formare le nuove leve secondo un orientamento atto ad ottimizzare le situazioni in cui la palla l’hanno gli avversari, priva il processo di buona parte delle conoscenze.

Se vogliamo educare i ragazzi al calcio, è necessario educarli al possesso in quanto la palla è l’elemento cardine del gioco.

Possiamo approntare un campo in strada, in spiaggia, senza linee, con le porte segnate a malapena.

Possiamo bypassare molti elementi ma senza la palla non possiamo “giocare”.

Non assistiamo forse ad un proliferare di dibattiti sul fatto che i giovani vadano fatti divertire? Ovvero che oggi manca l’esperienza del calcio di strada e nei campetti?

Ebbene in queste situazioni il desiderio principale dei ragazzi era ed è avere la palla.

Si deve partire dal concetto di “gioco” che, nel caso del football, è propedeutico a quello di sport.

Il bambino che “desidera” giocare a calcio “vuole” il contatto con il pallone più di ogni altra cosa. E si arrabbia quando i compagni glielo passano di rado.

Un gioco di possesso forma i ragazzi, ma anche gli adulti, in maniera più completa, e soprattutto più consapevole, perché:

–  li relaziona a più fasi (costruzione, sviluppo, rifinitura, conclusione);

–  consente loro di conoscere più zone di campo;

–  li fa sentire protagonisti del loro tempo;

– li aiuta a conoscersi poiché il calcio di possesso prevede la conoscenza dei movimenti dei compagni,

– li prepara alle variabili, non rendendoli “esperti del caso di specie” ma portando dentro al gioco ogni singola situazione in modo da fornire conoscenze da applicare di volta in volta;

– li migliora e, come detto, li forma nel prendere la decisione corretta;

Il gioco di possesso fornisce ai giovani calciatori le chiavi per entrare nelle serrature; sarà compito loro trovare la chiave idonea ad aprire le porte che via via si presentano;

La squadra che pratica un calcio propositivo affronta l’avversario, non si fa affrontare dall’avversario.

Se impostiamo il gioco di una compagine sul non possesso, questa potrà spuntarla in determinate occasioni ma, nel momento in cui si troverà di fronte una squadra che specula di più, avrà le conoscenze per determinare in partita?

Vi è poi da aggiungere che, nel rispetto assoluto dei dati summenzionati, l’analisi degli stessi deve essere  contestualizzata.

Se è vero, come afferma Lorenzon, che le azioni manovrate non portano al goal, è pur vero che la squadra avvezza al possesso palla è destinata a stancare mentalmente gli avversari ed avrà  modo di indurli in errore (non è un caso che spesso le squadre di possesso sblocchino le partite verso la fine quasi per sfinimento).

Allo stesso modo, potrà avere a disposizione più calcio d’angolo, provocherà un maggior numero di cartellini a carico dell’avversario ecc.

Se ottengo una rimessa laterale in zona offensiva a seguito di un affannoso rinvio dovuto ad una prolungata azione basata sul palleggio e sui sincronismi, e successivamente realizzo una rete sugli sviluppi del fallo laterale, siamo sicuri che la realizzazione non vada rubricata sotto la voce possesso palla che mi ha portato al fallo laterale?

Nel prosieguo del suo ragionamento, Marinozzi fa riferimento al Bologna di Italiano ed al Manchester City di Guardiola quali esempi di squadre abbandonatesi nell’ultimo periodo all’ebbrezza del recupero alto e allo sfruttamento di situazioni di gioco con palla agli avversari.

Che il City degli ultimi mesi, così come la squadra felsinea, abbia aumentato il livello di pressione è un dato inoppugnabile ma i due allenatori citati sono tra quelli più interessati a comandare il gioco e a tenere la palla.

Nel caso del Bologna, il recupero alto risulta spesso propedeutico ad un’azione condita con il palleggio, in cui il pallone viene spostato da un lato all’altro del campo, che coinvolge molti componenti della squadra.

Ad avviso di chi scrive, il giusto approccio dev’essere quello di saper aggredire e portare il pressing per fare propria la sfera, non quello di lasciarla per evitarsi “la fatica” di giocare!

E anche volendo spostare l’attenzione sui risultati, Il PSG vincente nell’ultima Champions League, la Spagna dell’Europeo ed il Portogallo trionfatore in Nations League sono squadre che fanno del calcio di possesso il loro credo. Segno che l’aggressione alta va bene ma non dev’essere l’esito della consegna preventiva all’avversario, bensì l’intento di andare a recuperare palla per costruire l’azione.

E nonostante chi scrive sia consapevole dell’eccesso di perdite di tempo che caratterizza i nostri campionati al punto di rendere alcune partite improponibili, l’auspicata adozione del tempo effettivo renderebbe ancora più marcata l’adesione a questo trend.

Vi sarebbe, infatti, ancora più tempo (a gioco fermo) per organizzare le cosidette fasi statiche con il rischio di alzare ancora di più il livello di speculazione.

Ben venga il pressing purché inserito in un contesto di gioco.

Sarebbe davvero mortificante proferire il massimo sforzo per recuperare la sfera e non saperne cosa fare.

ALESSIO RUI & FILIPPO GALLI

BIO: Alessio Rui è nato e vive a San Donà di Piave-VE ove svolge la professione di avvocato. Dal 2005 collabora con la Rivista “Giustizia Sportiva”, pubblicando saggi e commenti inerenti al diritto dello sport. Appassionato e studioso di tutte le discipline sportive, riconosce al calcio una forza divulgativa senza eguali. Auspica che tutti coloro che frequentano gli ambienti calcistici siano posti nella condizione di apprendere principi ed idee che, fatte proprie, possano contribuire ad una formazione basata su metodo e coerenza, senza mai risultare ostili al cambiamento.

7 risposte

  1. Perfetto , esemplari Filippo e Alessio. A prima vista molte reti sembrano nascere da rapide ripartenze (transizioni offensive) ma sono in realtà il risultato finale di una strategia di gioco basata sul mantenimento e sulla gestione del possesso palla.
    L’equivoco sorge quando non si analizza l’intera sequenza che ha portato al recupero palla. Spesso la squadra che segna ha mantenuto un lungo possesso palla precedente che ha avuto la funzione strategica di
    attirare gli avversari fuori posizione. Il possesso prolungato costringe la squadra avversaria a scoprirsi, a uscire dalla propria metà campo o a spostare il baricentro per tentare il recupero (marchio di fabbrica di De Zerbi che attira per aprire spazi e creare superiorità numerica e molte delle reti impostate con la costruzione dal basso sembrano acquisiscono le fattezze di una transizione, come molte delle azioni a valanga dell’Inter di Inzaghi. Naturalmente serve tecnica, tempi di gioco pressoché perfetti ed una preliminarmente educata occupazione degli spazi).
    Lo spostamento continuo senza palla da parte degli avversari crea varchi e disallineamenti difensivi,
    ponendo le basi per la transizione: il vero obiettivo del possesso non è dunque necessariamente un’azione manovrata e lenta (ovvio che statisticamente contro una intera squadra a ridosso della propria porta non possano esserci le stesse percentuali di realizzazione, mi viene in mente un nome a caso) ma creare la situazione ideale per far scattare una transizione offensiva decisiva.
    In sintesi, l’equivoco sta nel non riconoscere che la fase di possesso palla è stata la causa scatenante indiretta e la preparazione tattica necessaria affinché la successiva, rapida, transizione potesse avere successo.

  2. Scusate la mia ignoranza, ma mi sfugge un concetto, quale è l’efficacia della fase difensiva nelle due modalità anzidette.

    Poi, come dice Andrea, le transizioni offensive sono spessissimo associate a possesso palla. Ovvero, io mi trovo nella tre quarti avversaria perchè ho perso la palla e poi l ‘ho riconquistata subito.

    In questo caso a chi va attribuita la rete.

    Quali statistiche di gol presi vengono associate alle percentuali prima indicate?

    Grazie per l’ottimo articolo e ad Andrea per la bellissima precisazione.

  3. I dati statistici sovente non sono la traduzione di un preciso contesto tattico. Qualcuno diceva che in alcuni casi le statistiche sono come i bikini, nel senso che evidenziano molto ma nascondono sempre qualcosa:ad esempio, un gol in transizione può derivare da un pressing offensivo, vicino alla porta avversaria, ma anche da un classico contropiede difensivo. L’intenzionalità, le modalità dinamiche, le sequenze facenti parte di un preciso piano gara sono sfumature che i semplici numeri non colgono immediatamente.

  4. Recupero solo oggi questo interessantissimo pezzo. Dirò la mia: intanto i dati raccolti da Lorenzon fanno riferimento a qualche stagione fa, quando non c’era stato alcun cambiamento da parte dei tecnici succitati, anzi. Ma soprattutto-come ricordato nei brillanti interventi degli altri utenti-non si può non comprendere come una riaggressione forte, possa sì portare ad un’azione pericolosa, ma il tutto viene generato da una perdita del possesso in zone avanzate del campo. Sull’importanza di avere la palla poi, basti guardare a ciò che avviene nei vari campionati: in Francia, le squadre che tengono più il pallone(PSG e OM), sono in testa. Stessa cosa in Germania col Bayern; in Spagna con Real e Barcellona ed in Premier, il City che quest’anno ha meno predominio ed è solo 4° per percentuale di possesso, si trova indietro e lasciando stare il Liverpool, che ha affrontato molte squadre che amano chiudersi e ripartire; l’Arsenal ed il Chelsea, sono 2° e 3° per possesso e 1° e 2° in classifica. Perfino in Italia la Roma ed il Napoli oltreché l’Inter, sono tra le squadre che tengono palla di più. Solo il Milan rappresenta un’eccezione tra le prime in classifica. Guardiamo alle sorprese più grandi in Spagna ed Italia ovvero Elche e Como: si tratta di squadre che basano tutto sul mantenimento della palla. Io continuo a pensare che al netto delle tendenze, che nel calcio sono in continua mutazione; dovremmo cercare di guardare al gioco nella sua naturale essenza ed è ovvio che, nel gioco del calcio; più si ha il pallone e meglio è. Un abbraccio ed ancora complimenti

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