NAPOLI 1986-’87, IL PRIMO SCUDETTO: NEL NOME DI D10S

“Poi, improvvisamente, l’estate svaniva. Da Ponente arrivavano grandi nuvole grigie cariche di pioggia. E gli odori acri della pineta si trasformavano in folate di vento freddo”.

Ogni anno, all’imminente arrivo del mese di settembre, non posso fare a meno di pensare alle parole con cui Pino Locchi, voce narrante del meraviglioso Sapore di mare dei fratelli Vanzina, seppe trasmettere quel lieve senso di mestizia che, secondo recenti studi, al tramonto dell’estate colpirebbe un italiano su due. Mi chiedo se non sia proprio a questa malinconia, così tenue eppure così presente, che Jerry Calà — che di quel film fu l’indiscusso protagonista — fa riferimento quando dice che l’estate non è una stagione ma uno stato d’animo.

Certo è che quando l’estate sta finendo e un anno se ne va non è più solo il refrain di una canzone un po’ tamarra, e tra i piedi ci ritroviamo tutti quei grattacapi e quelle seccature che con sciatta noncuranza avevamo scopato sotto il tappeto al momento di partire per le tanto attese vacanze estive, l’umore non può che velarsi di tristezza.

Allo stesso tempo, però, quasi a voler compensare il fastidio generato dal ritorno al logorio della vita moderna, riaffiorano anche quelle ambizioni, quelle speranze e quei desideri dei quali — per effetto della fittizia spensieratezza generata dall’illusione tutta vacanziera di poter vivere ogni giorno come fosse l’ultimo — credevamo di poter fare a meno. E così il lavoratore insoddisfatto torna a soppesare le probabilità e gli imprevisti legati a un possibile nuovo percorso professionale, lo studente all’ultimo anno inizia a confrontarsi con i dubbi legati a un domani del quale non v’è certezza, e gli amori in pausa di riflessione comprendono che è ormai giunto il momento di ricominciare o di dirsi per sempre addio.

Insomma, quand a la fin de agost, giò ‘l soo l’è fosch (quando alla fine di agosto, tramontato il sole è già fosco), tutti, volenti o nolenti, dobbiamo tornare a confrontarci con quell’intreccio di sogni, interessi e impegni che avevamo lasciato in stand-by. Tutti, anche i tifosi. Al crepuscolo dell’estate del 1986, archiviato il mondiale che consacrò il genio fotonico di Diego Armando Maradona, erano soprattutto i supporters del Napoli a sentire meno di altri il peso del ritorno alla routine e, al contempo, ad attendere con maggiore speranza la ripresa della vita di tutti i giorni.

Corrado Ferlaino, presidente “padre-padrone” e primo tifoso di quel Napoli, desiderava lo scudetto più di ogni altra cosa su questa terra. Per inseguire le proprie ambizioni, aveva costruito attorno al “D10S” una squadra d’acciaio, imperniata sui muscoli di “Palo ’e fierro” Bruscolotti, sui polmoni di “Rambo” De Napoli, sull’intensità di Bagni, sulla tenuta difensiva di Ferrario, Renica e Ferrara e sulla professionalità dei principali rincalzi (Volpecina, Caffarelli, Muro e Sola su tutti).

Le premesse per un campionato di vertice c’erano tutte, eppure, nonostante una rosa ben costruita e un ambiente carico di entusiasmo, l’avvio fu tutt’altro che convincente. La squadra, ancora affidata alle cure del “tenente colonnello” Ottavio Bianchi — uomo tutto ordine e disciplina — raccolse solo tre vittorie e altrettanti pareggi nelle prime sei giornate di campionato.

L’evidente mancanza di fosforo a centrocampo spinse il sagace Italo Allodi a cercare un centromediano metodista in grado di innescare e valorizzare l’enorme potenziale offensivo del “MaGiCa”, il tridente offensivo composto da Maradona, Giordano e Carnevale. Il diggì, artefice dei trionfi della grande Inter e della rinascita della Juve del post-Heriberto Herrera, pescò dalla Serie B Francesco Romano, ex promessa del Milan da tempo finito a disegnare geometrie nel cuore del centrocampo della Triestina. La scelta, da molti ritenuta temeraria, si rivelò presto azzeccatissima. Se l’innesto del riccioluto ventiseienne di Saviano rappresentò la prima svolta della stagione, il secondo passaggio cruciale si manifestò domenica 9 novembre, quando, al Comunale di Torino, l’undici partenopeo superò la Juve, campione d’Italia in carica, con un 3-1 in rimonta — griffato dalle reti di Ferrario, Giordano e Volpecina — che proiettò la squadra al comando della graduatoria, delineando il primo, concreto passaggio di consegne tra vecchi e nuovi campioni.

Abbattuta la Juve di un Platini senza più fame né aspirazioni, tra gli azzurri e il loro primo scudetto rimaneva ormai un solo ostacolo: l’Inter di Trapattoni. La squadra nerazzurra, molto solida nonostante i trentuno anni di Kalle Rummenigge e i trentatré del “Caudillo” Passarella (appena acquistato dalla Fiorentina per un miliardo di lire), riuscì, nei due testa a testa di campionato, a strappare ai partenopei tre punti su quattro. Tuttavia, a causa di una certa discontinuità nelle prestazioni, la Beneamata riuscì a reggere il confronto solo fino alla penultima di andata.

Domenica 11 gennaio, grazie al 3-0 all’Ascoli — e alla contemporanea sconfitta dell’Inter sul campo del Verona —, gli azzurri si laurearono campioni d’inverno. Maradona e compagni, da quel momento, non furono più raggiunti da nessuno.

Il primo, storico scudetto fu realtà alle 17.47 di domenica 10 maggio 1987, quando l’arbitro Pairetto, con il suo triplice fischio, sancì la conclusione di Napoli-Fiorentina. L’1-1 contro i viola —griffato dalle reti di Carnevale e Roberto Baggio — scatenò una festa che coinvolse non solo la squadra e gli 83.279 appassionati che quel giorno gremirono le tribune e le gradinate dello stadio San Paolo, ma si estese all’intera città.

La squadra scesa in campo quel pomeriggio, per tutti i tifosi azzurri, è ancora oggi una poesia da recitare tutta d’un fiato: Garella, Bruscolotti, Volpecina, Bagni, Ferrario, Renica, Carnevale, De Napoli, Giordano, Maradona, Romano.

Per quanto sia innegabile che il tempo fugga come sabbia al vento, il ricordo del primo scudetto vinto dal Napoli — profetizzato dal film “Quel ragazzo della curva B”, diretto da Romano Scandariato e interpretato da Nino D’Angelo — è ancora oggi così vivido da sembrare inciso non nella memoria, ma nella sostanza stessa di cui sono fatti i sogni.

Tre anni dopo, grazie a una monetina piovuta dal cielo, il Napoli, passato nel frattempo sotto la guida di Albertino Bigon, si prese un altro scudetto (meno scontato e meno meritato del primo), ma questa è già un’altra storia.

BIO: Davide Pollastri nasce a Monza il 26 marzo 1977.

Fin da giovanissimo manifesta un forte interesse per la lettura e talento per la scrittura.

Tra il 2000 e il 2004 alcuni suoi scritti vengono pubblicati da alcuni importanti quotidiani nazionali.

Nello stesso periodo inizia a fare musica e a farsi chiamare Seven, riuscendo a farsi apprezzare all’interno della scena Hip Hop Underground grazie allo stile scanzonato e all’originalità dei testi.

Nel 2014 scrive e stampa il suo primo romanzo dal titolo “L’Albero della Vanagloria”.

Nel 2016 con il racconto “L’Amore Assente” è tra i vincitori del concorso letterario Stampa Libri realizzato in collaborazione con Historica Edizioni.

Nel 2019 è tra i semifinalisti del “Cantatalento”-Festival di Arese. Sempre nel 2019 realizza alcuni video sulla storia della Juventus e apre su Facebook il Blog “Seven Racconta”; i racconti del Blog, dedicati a tutti quei calciatori capaci di farlo innamorare del “gioco più bello del mondo”, fanno breccia nel cuore di molti appassionati e riscuotono interesse. Alcuni degli ex calciatori protagonisti dei suoi racconti ringraziano pubblicamente Pollastri per le storie scritte su di loro.

Dal 2020 è ospite di importanti trasmissioni web-televisive tra cui ‘Signora Mia’, ‘Che Calcio Che Fa’ e ‘LeoTALK’, condotto dalla nota giornalista Valeria Ciardiello.

Nel 2021 è l’ideatore del programma web ‘Derby d’Italia-Una trasmissione pensata da chi ama il calcio per voi che amate il calcio’.

Sempre nel 2021 esce il suo secondo libro dal titolo “C’era una volta la Danimarca Campione d’Europa”.

Il 20 ottobre del 2021 appare in una puntata di ‘Guess My Age-indovina l’età’, il quiz show trasmesso da TV8 e condotto da Max Giusti.

Nel 2022 esce il suo terzo libro dal titolo “Maccheroni alla Trapattoni”. Dal 2023 collabora con ‘Monza Cuore Biancorosso’ e ‘Fatti Nostri’, un giornale indipendente online dedicato a tutti gli italiani che vivono nelle diverse parti del mondo.

Dal 2024, dopo aver frequentato la scuola di alta formazione per il calcio ‘Elite Football Center’, scrive anche per Sporteconomy.it, market leader nell’informazione applicata all’economia dello sport.

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