BAGGIO – SACCHI: OSSERVAZIONI IN LIBERTÀ TRENT’ANNI DOPO

Il dibattito seguito all’eliminazione azzurra ad Euro 2024 ha scatenato i fautori del talento, del singolo e della fantasia al potere costringendoci ad ascoltare una serie di obbrobri calcistici a cui il titolare di questo blog ha superbamente risposto tramite un pezzo recentemente pubblicato.

Come da prassi in questi casi, si è riascoltato un ritornello, diventato oramai “post verità” in ossequio ad uno dei miti di Platone, secondo cui “nel 94 Baggio ha salvato Sacchi e l’Italia, altro che il sistema!”.

In un paese come il nostro che, anche nei casi più eclatanti a livello di cronaca o di politica, si prende almeno trent’anni prima di ristabilire l’esatto corso degli eventi, è forse arrivato il momento, in occasione del trentennale di quel mondiale agonico, emozionante e per certi versi meraviglioso, di smentire una simile affermazione.

Chi scrive ritiene Baggio uno dei più grandi calciatori visti in Italia, probabilmente il miglior attaccante nel dribbling fronte alla porta, il più essenziale nella conclusione a rete, di sicuro impressionante nelle accelerazioni palla al piede.

Il più sudamericano tra i talenti sbocciati nel nostro paese, verrebbe da definirlo, che per quindici anni non è sceso in campo nemmeno una volta al massimo della propria condizione fisica e, nonostante questo, ha esaltato le platee con le sue giocate.

Un racconto onesto del mondiale 94 racconta, tuttavia, qualcosa di diverso rispetto alla post verità fatta passare ai posteri.

In occasione della partita d’esordio contro l’Eire, Baggio, esattamente come la nostra nazionale, gioca una gara scialba a cui fa seguito, dieci giorni dopo, una prestazione ancor più sconcertante contro il Messico.

Nel mezzo una partita contro la Norvegia in cui Sacchi lo sostituisce dopo venti minuti a seguito dell’espulsione di Pagliuca perchè, (a detta del CT) con 40 gradi, un uomo in meno e 70 minuti da giocare, la sua presenza in campo non sarebbe stata sostenibile pregiudicando il mondiale dell’Italia ed anche il suo.

Lo sa bene Beppe Signori, indiavolato quel giorno contro i norvegesi, che risentirà dello sforzo nelle partite successive.


Al cospetto degli scandinavi, seppur in 10 per settanta minuti, L’Italia gioca una gran partita, incurante della sorte che prima mette fuori Baresi e successivamente azzoppa Maldini.

Senza Baggio e Baresi, con Maldini azzoppato ed un uomo in meno, il sistema tiene ed, ironia della sorte, è l’altro Baggio (Dino) a siglare il goal vittoria, anteprima di un mondiale in cui il centrocampista si esibirà su livelli altissimi.


Gli azzurri arrivano agli ottavi di finale dopo aver, come detto, mal figurato contro il Messico.
In Italia partono le polemiche e tanto nelle trasmissioni quanto nei giornali dell’epoca si chiede a Sacchi di togliere Baggio dall’undici titolare.


Il Commissario Tecnico, inviso alla stampa per le prestazioni scialbe ed anche a Baggio per la sostituzione che il campione ha inteso come peccato di lesa maestà, decide di confermare Roberto.


I primi 88 minuti di quest’utlimo contro la Nigeria sono ancor peggiori che con il Messico tanto che il grande Bruno Pizzul in telecronaca si prende un paio di licenze mai assunte in tutta la carriera e mai ascoltate nella storia della Rai, uscendosene con la frase “anche oggi Roberto non ne ha azzeccata una”, precedeuta, al momento del cambio di Signori, da un’osservazione condivisa dai più: “Tutti noi auspicavamo Zola in campo ma non al posto di Signori” sottendendo come fosse il magico codino a dover uscire..

E Pizzul in quel momento rappresenta la maggior parte degli Italiani.

Nessun altro allenatore avrebbe lasciato in campo Roberto che, alla fine, segna un goal alla Baggio ma la giocata decisiva (grazie anche ad un rimpallo) la pone in essere Mussi che lo libera al tiro (come Calafiori con Zaccagni).

Dopo di che Baggio è un fuoriclasse e Mussi “solo” un buon giocatore.
Da lì le cose cambiano e, contro la Spagna, Roby segna dopo aver sbagliato il controllo (segno che si è entrati in una nuova alchimia) prima che contro la Bulgaria ci sia consentito di assistere ad uno show, sia di Baggio che della nostra nazionale, a riprova della circostanza secondo cui quando il contesto funziona anche i fuoriclasse ne traggono giovamento.
Con Sacchi che, forse, si preclude l’esito di una finale mondiale per fare giocare un calciatore che non sta in piedi.

Ricordiamoci, però, che se siamo arrivati a all’89 con la Nigeria (momento in cui Baggio cambia la storia azzurra di quel mondiale) lo dobbiamo anche alla gara contro la Norvegia.

Questo per sottolineare, ancora una volta, come  a calcio si giochi in 11 ma non con 11 soggetti distinti.

C’è un collettivo alla base di tutto.

Coloro i quali si ostinano a citare il goal alla Nigeria, per suffragare la tesi secondo cui il talento del singolo è importante al di fuori dell’organizzazione e va allenato al di fuori di quest’ultima, dovrebbero quantomeno scegliersi un altro esempio considerato come la palla per il colpo di fioretto di Roberto gli arrivi al termine di una classica azione di sacchiana impostazione (andate a vederla:  è l’ABC del calcio di Sacchi di inizio anni 90 i cui principi sono leggermente modulati rispetto a quelli del Milan di fine anno 80), con l’esterno alto che lascia la fascia al terzino e la seconda punta servita al centro dell’area.

Dopo di che, lui è Baggio e trova l’angolo in maniera delicatissima ma affermare che da solo ha salvato Sacchi o che da solo ha salvato l’Italia non è corretto.
Perchè, lo ribadiamo, lo sviluppo di quell’azione rappresenta al massimo il calcio che ama Sacchi, che vuole Sacchi e che chiede Sacchi.

E qualsiasi altro mister (scelto a caso tra i quasi 60 milioni di italiani quel giorno rappresentati dalle parole di Pizzul) avrebbe tolto Roberto che, nell’occasione, calcia di prima con il suo modo quasi amorevole di rapportarsi alla palla. Si perchè se Mancini accarezzava la sfera e Totti tendeva a proteggerla, Baggio, nel suo modo di trattarla, pareva quasi curarla e ripulirla.
Senza considerare che Sacchi potrà anche non piacere ma un grande come Baggio l’apice in carriera l’ha toccato con lui.

Nota dell’autore
Quando si scrive che Sacchi è stato fatto grande dai calciatori si scrive un’eresia.
Sacchi cambia il calcio nel suo primo anno al Milan quando Riijkaard non c’è e Van Basten non gioca.
Otto degli undici titolari sono gli stessi della stagione precedente che, con Liedholm, non proprio un signor nessuno, sono finiti sesti a distanza siderale dalle prime.
Le novità sono Gullit (determinante), Colombo (scambiato con Manzo) ed Ancelotti.
Prendetevi le carriere di Evani, Filippo Galli, Tassotti e Colombo prima e dopo l’incontro con Sacchi e traetene le conseguenze. Non che prima fossero giocatori mediocri eh…
Ma ragioniamo su un  grandissimo come Baresi, diciottenne scudettato un decennio prima.
L’anno prima dell’arrivo di Sacchi, il grande Bearzot non lo convoca nemmeno tra i 22 in Messico, preferendogli Righetti. Buon giocatore per la verità ma Baresi è un’altra cosa.
Ancelotti era uscito dai radar azzurri da due anni e Donadoni veniva da una stagione non buona con i milanisti che cominciavano a porsi dei dubbi.
Tre grandissimi non c’è dubbio ma anche nel loro caso  dopo Sacchi c’è stato un ulteriore salto.

Gli ultimi trent’anni di calcio ci insegnano che il talento emerge in seno ad un’organizzazione.
Pensate a Messi. Non ha forse raggiunto l’apice in seno al gioco collaudato e organizzato del Barca? E Bergkamp con Wenger? E Totti con Spalletti?

Semplificare le cose non aiuta nessuno di noi a migliorarci.

Lasciamoci con una frase di dacia Maraini:
“Per chi crede nel confronto, la cosa che allarma è la semplificazione”

BIO: Alessio Rui è nato e vive a San Donà di Piave-VE ove svolge la professione di avvocato. Dal 2005 collabora con la Rivista “Giustizia Sportiva”, pubblicando saggi e commenti inerenti al diritto dello sport. Appassionato e studioso di tutte le discipline sportive, riconosce al calcio una forza divulgativa senza eguali. Auspica che tutti coloro che frequentano gli ambienti calcistici siano posti nella condizione di apprendere principi ed idee che, fatte proprie, possano contribuire ad una formazione basata su metodo e coerenza, senza mai risultare ostili al cambiamento.

2 Responses

  1. Molto bello, sfata un po’ di miti inossidabili, ma falsi, tipo che Sacchi in nazionale aveva Baggio e al Milan Gullit e Van Basten, e deve tutto a loro. In realtà dalla squadra del suo paese alla serie B non aveva nessuno dei tre e ha vinto lo stesso.
    Poi è vero che il Milan era già in parte quello di Liedholm, fuori Bonetti, DiBa e Wilkins dentro Colombo, Ancelotti e Gullit (Van Basten l’anno dello scudetto è stato determinante ma ha giocato pochissimo).
    E bisognerebbe anche ricordarsi che il Brasile vincitore di quel mondiale era noiosissimo e per nulla brasiliano (specie se confrontati con quello del 82).

  2. Concordo su tutto. Il calcio e’ un gioco di squadra , un orchestra . E lo sappaimo tutti. Testimone Maradona che disse in occasione del gol contro l’Inghilterra : ” Non avrei mai segnato un gol cosi’, se Valdano e Burruchaga non avessero fatto determinati movimenti .” . Penso in questa frase e’ racchiuso tutto. All’europeo , dove viene criticato Scamacca , ci fosse stato Halland ,Giroud esempio in quella squadra , cosa avrebbero potuto fare ?

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