PROFESSIONALIZZAZIONE DEL FENOMENO SOCIALE CALCIO. LEZIONE 2: FARE IL PREPARATORE ATLETICO NEL CALCIO DEL 2020 – PRIMA PARTE.

Ho avuto l’opportunità di frequentare presso l’Università Cattolica di Milano alcune lezioni del Corso di “Teoria, tecnica e didattica degli sport individuali e di squadra -CALCIO-” tenuto dal Prof. Antonello Bolis e coordinato da Edgardo Zanoli.

In una serie di articoli proporrò le note raccolte in aula. Sono appunti, come mi piace definire, sparsi.

Ecco quelli relativi alla 2^ lezione svoltasi il 12 ottobre 2023 e tenuta dal Prof. Domenico Gualtieri.

FARE IL PREPARATORE ATLETICO NEL CALCIO DEL 2020.

Il Prof racconta il suo percorso professionale nel ruolo di preparatore atletico. Ad un certo punto, grazie ad incontri con altre professionalità comprende che, in fondo, chi svolge il suo ruolo non possa occuparsi e sapere solo di preparazione atletica ma si debba occupare anche di apprendimento.

Nel momento in cui alleniamo dobbiamo parlare di apprendimento. Perchè allenare significa insegnare o, meglio, significa mettere gli atleti nelle condizioni di apprendere. A qualsiasi livello. Vale con i bambini ma vale anche con gli adulti. Anche il giocatore di 30 anni è lì per provare a far meglio di quanto abbia fatto finora. Mentre si allena il giocatore deve continuare ad apprendere.

Questo è il punto a cui si è arrivati. E siamo arrivati qui muovendoci in un mondo, quello del calcio, che invece tende a restare ancorato al “si è sempre fatto così”, all’abitudine, ad un certo modo di pensare ed intendere le cose.

Il Prof parte con una sorta di provocazione facendo ascoltare la canzone di Madame dal titolo “Il bene nel male” , al termine della quale ci dice: “La prima volta che ho sentito questa canzone mi è venuta un’idea. A voi quale idea è venuta?”. E, ancora, rivolgendosi ai presenti “A voi quale sensazione fa nascere?”.

TESTO DELLA CANZONE “IL BENE NEL MALE”

“Nostalgia” risponde un ragazzo. Un altro incalza: ” A me fa fa pensare che quando pratichi uno sport, ti piace, poi magari ti ci trovi a lavorare e lo vivi in modo diverso, noti il male che c’è dentro in quello sport, la parte brutta”. Un terzo risponde “la canzone dice che siamo rimasti fermi. Che quando rivedi un qualcosa dopo tanto tempo, in fondo, è rimasta uguale.”

Il Prof dice la sua: “quando l’ho sentita m’è sembrata una cosa brutta, che non mi piaceva, l’aggettivo che mi suggeriva era…banale. Senza voler esprimere nessun giudizio dal punto di vista artistico anche perchè l’artista, probabilmente, con questa canzone ha avuto successo”.

Ciò che il Prof vuole fare emergere è il tema della banalità e come spesso la banalità circondi tutti noi. Ora, da contraltare, mostra una slide con la copertina del libro “La banalità del male”. Qual’è il messaggio? Tante cose, spesso le più atroci, come in questo racconto, vengano considerate così normali e, per tale ragione, passino sottotraccia, vengano accettate, sebbene normali non lo siano affatto!

Questo sarà il tema dell’incontro di oggi. Cercheremo di capire ciò che viene considerato normale:

-nell’apprendimento e nell’allenamento giovanile.

-nella periodizzazione dell’allenamento.

-nella prestazione fisica come determinante principale nella prestazione nel gioco del calcio.

-nel come la misurazione del carico di lavoro sia considerata indispensabile all’interno di qualsiasi progetto e nelle modalità di allenamento del calcio a qualsiasi livello.

-nelle sintesi delle storie che vogliamo raccontarci in riferimento allo sport in generale e poi in riferimento al gioco del calcio.

Viene mostrata la tabella di Martin che rappresenta le età sensibili dell’apprendimento motorio, anno di pubblicazione 1982. Cinquant’anni fa.

C’è qualcos’altro dopo di questo? Per quanto riguarda il periodo migliore o i periodi migliori per allenare le capacità motorie in età giovanile? Conoscete qualcos’altro? Vi è stato presentato qualche studio che è venuto dopo?

La risposta è…No!

Cosa ci dice la tabella? Fondamentalmente che ci sono delle fasi, durante la crescita, in cui l’apprendimento motorio è più sensibile. Una età dell’oro dell’apprendimento è individuata intorno ai 10-12 anni e non dobbiamo assolutamente perdere questi momenti perchè altrimenti quella capacità non può essere più allenata, tutta o in parte, per cui, di fatto, compromettiamo lo sviluppo prestativo dei nostri giocatori. Di conseguenza, seguendo il ragionamento, quando i nostri ragazzi sono piccoli dobbiamo fargli fare attività motoria di base perchè altrimenti rischiano di non acquisire quelle abilità su cui, sostanzialmente, si fonda la propria capacità tecnica, tattica…di gioco.

Questo è quello che sappiamo, quello che ci dice la tabella di Martin.

Nel 2005 però è uscito un altro modello, il LONG TERM ATHLETE DEVELOPMENT (LTAD).

Non aver letto questo studio può essere un problema, perchè, di fatto, significa che contnuiamo a fondare il lavoro in termini di allenamento giovanile nel calcio, ma vale in qualsiasi altro sport, su un approccio metodologico che è appunto quello derivante da una tabella che risale a 50 anni fa.

La tabella LTAD è in parte simile a quella di Martin ma in alcuni aspetti sostanziali è differente. Purtroppo, per ragioni di tempo, non possiamo soffermarci in maniera approfondita.

Per onestà intellettuale dobbiamo dire che Martin lo abbiamo utilizzato e ne spiegavamo la tabella agli allenatori e preparatori atletici delle scuole calcio gemellate con il Milan.

Spiegavamo la tabella di Martin e disegnavamo una piramide con una base larga che rappresentava le abilità motorie di base, sopra di esse le capacità coordinative, sopra ancora le abilità specifiche dello sport (calcio). Mostravamo poi un’altra piramide con una base più stretta per far notare, nel confronto, come la piramide a base più larga raggiungesse un’altezza superiore a quella con base più stretta. Per finire, in cima ponevamo l’immagine di Maradona!

La sintesi era: se voglio diventare Maradona devo partire con una base ampia di abilità motorie di base.

Allenando però, ci siamo accorti che alcuni giocatori non sapevano fare le capriole e se li mettevamo a fare esercizi di skip basso con le speed ladder (da adesso in poi scalette), toccavano le liste della scaletta perchè non riuscivano ad essere abbastanza precisi. Nonostante ciò, quando giocavano a calcio erano forti, ma forti veri!

Altri invece erano bravi a fare capriole, salti con le rotazioni, esercizi di ritmo, tutto quello che ci potevamo inventare. Quando giocavano a calcio erano meno bravi.

Da lì ci siamo posti delle domande, sono sorti dei dubbi. Forse questa base larga di abilità motorie generali, che certamente, intendiamoci non è uno svantaggio, non è così determinante. Perchè se ci sono giocatori forti che non hanno questa base e viceversa, più, naturalmente, tutte le sfumature intermedie, allora significa che c’è qualcosa che non torna.

Per fare un altro esempio, ipotizziamo un esercizio sul ritmo. Siete in grado di farlo seguendo la tabella di Martin? Proviamo insieme: facciamo rimbalzare una palla a terra e, ad ogni rimbalzo, facciamo un salto. Sembra chiaro a tutti che si stia allenando il ritmo (il ritmo di Meinel). Ma non sto forse facendo anche percezione spazio-temporale? E, forse non è più un esercizio che riguardi la percezione spazio-temporale che non il ritmo? Non c’è risposta, non siamo in grado di stabilirlo.

Se seguo la tabella di Martin il ritmo lo dovrei allenare intorno agli 8-9 anni, se devo allenare l’orientamento spazio-temporale, lo dovrei fare intorno ai 12-13 anni. Quindi? Non lo posso fare?

In realtà non posso dividere il ritmo dall’orientamento nello spazio e non posso separare ritmo e orientamento spazio-temporale dall’equilibrio. Inoltre nell’esecuzione di questo esercizio hanno notevole importanza quanta forza e quanta resistenza ho, nonchè quale sia la mia mobilità.

La tabella di Martin ha quindi tanti difetti perchè tende a semplificare troppo dei concetti che sono molto più ampi, molto più complessi.

La tabella LTAD propone un modello diverso in cui non si parla più di ritmo, equilibrio ma, ad esempio, si parla di skills. Dentro le skills c’è tutto. È molto più coerente con la realtà delle cose. Le skills sono distrbuite su un maggiore numero di anni (4-5 anni anzichè i 2 della tabella di Martin) e, osservando bene la tabella, ci sono delle frecce che ci dicono che le skills si possono acquisire anche prima e anche dopo.

Nel 2012 viene proposto un terzo modello simile a quello di Martin, sempre per mezzo di una tabella in cui non si definiscono le skills ma le agilities (c’è un approccio più olistico rispetto alle possibilità di movimento dei nostri giocatori).

In questo modello gli autori ci dicono che sì, forse, sostanzialmente, ci sono dei periodi in cui ci sono delle capacità che sono più sensibili all’allenamento ma in realtà occorre aver chiaro che l’apprendimento avvenga sempre. Semplicemente occorre sapere che l’apprendimento ha caratteristiche diverse nelle varie fasce d’età. Quanto dice la tabella di Martin ossia che ci sia apprendimento, principalmente, tra i 10-12 anni, è un errore; in quella fascia d’età alcune caratteristiche dell’apprendimento sono particolarmente sensibili, a 18 anni lo sono altre. Pertanto, dire che si impari meglio a praticare uno sport a 12 anni piuttosto che a 18, è sbagliato.

Ad esempio un soggetto di 18 anni ha una capacità di astrazione, che è uno degli elementi chiave dell’apprendimento, perchè permette di capire i concetti. Capacità che un bambino di 9 anni non ha. Viceversa un bambino di 9 anni ha un rapporto peso corporeo/forza, favorevole. E’ forte ma molto leggero e questo è un fattore importante per apprendere un movimento nuovo.

Nel 2019 viene pubblicata una review in cui si prova a far sintesi di tutti i lavori legati al quando io possa allenare un giocatore per migliorarlo dal punto di vista tecnico.

La sintesi è la seguente:

-Non è chiaro se esistano questi periodi

-Non è possibile, in ogni caso, definire quando avvengano poichè tra l’altro questa temporalità e assolutamente individuale e differenziata.

Non esiste alcuna evidenza scientifica per cui si possa affermare che se non si sfruttino determinati periodi gli atleti non raggiungano i loro picchi di prestazione.

Sulla base della nostra esperienza ma che crediamo possa valere per tutti coloro che hanno avuto la fortuna di fare sport di formazione ad alto livello, possiamo dire che ci sia un’infinità di giocatori che hanno iniziato tardi e sono arrivati a livelli altissimi. È chiaro che per tardi non significhi che si possa pensare che se un soggetto inizi a giocare a calcio a 50 anni possa diventare un professionista! Lo stesso se iniziasse a 20 anni. Se invece iniziasse a 14 anni, cioè dopo tutta quella fase in cui avrebbe dovuto, ma non l’abbia fatto, mettere i presupposti coordinativo-motori e fosse però, capace, avesse talento, fosse allenato bene ecc…ecc…potrebbe certamente diventare un calciatore professionista.

Forse, sarebbe opportuno mettere da parte la tabella di Martin.

In che tipo di allenamento crediamo?

Stiamo parlando di preparazione atletica ma come detto, nel momento in cui parliamo di giovani, dobbiamo parlare anche di apprendimento.

Il Prof racconta come agli inizi di carriera fosse il responsabile dello sviluppo motorio in una squadra dilettantistica ed il suo lavoro si svolgesse nei 20-30 minuti iniziali della seduta di allenamento in cui, agli atleti, faceva svolgere esercizi per le coordinazioni di base che, per quanto abbiamo detto in precedenza, oggi non farebbe più. Perchè? Perchè, per quanto sopra esposto, semplicemente, non costituiscono la base.

È l’abilità specifica che ci interessa, non tanto saper fare una capriola per giocare bene a pallone. È insegnare (mettere nelle condizioni di apprendere) a giocare a pallone. Se vogliamo fare il preparatore atletico o, con i bambini più piccoli, il preparatore motorio, devo sapere come funziona l’apprendimento.

Se cominciamo a pensare, a dire e al dichiarato facciamo seguire l’agito, che le abilità generali forse hanno un significato relativo è già un cambio di paradigma.

Detto questo, se pensiamo agli skip con le scalette, le capriole e via dicendo, le posso proporre ma devo essere consapevole di quanto sia lontano da ciò che i giocatori hanno bisogno per apprendere.

In che tipo di apprendimento crediamo?

Alla domanda, la risposta pressochè unanime da parte dei corsisti è che l’apprendimento passi da una pratica che comporti il passaggio dal facile al difficile, dal semplice al complesso, dall’analitico al globale. Ed è normale che sia così, perchè è ciò che hanno sempre sentito.

“Ho avuto tre figli e anche a me avevano detto quello che hanno detto a voi”, afferma il Prof.

Ma come si cammina? Come si impara a camminare?

A questo punto il Profpone un piede avanti all’altro mostrando la camminata.

“Quando facciamo fare la scaletta ai nostri giocatori che cosa gli stiamo facendo fare? Li stiamo allenando a muovere le gambe in maniera coordinata. Questi movimenti, In realtà non sono proprio come quelli che il calciatore esegue nella sua prestazione, però ci diciamo…va bè, facciamoli, continuiamo a farli”.

Le scalette venivano già utilizzate 20 anni fa e si diceva ai ragazzi che dovevano essere in grado di mettere il piede nello spazio perchè se sanno mettere il piede in maniera precisa va da sè che sapranno, ogni volta, mettere il piede dove decideranno di metterlo e non in una posizione qualsiasi. Di conseguenza, quando andranno a calciare, saranno in grado di mettere il piede alla distanza giusta rispetto alla palla per calciarla nel modo giusto.

Questo era il presupposto. Peccato che poi, lavorando nel calcio e studiando calcio, ci siamo accorti che nonostante si diventi bravissimi a metter il piede esattamente dove andrebbe messo e dove avevamo pensato di metterlo, sorgesse un problema: la palla può non arrivare lì e quindi l’abilità vera è riuscire a calciare con efficacia a prescindere dalla distanza del piede d’appoggio dalla palla e dalla distanza da cui mi trovo rispetto alla palla. Questa è l’abilità vera di uno calciatore forte, non è mettere sempre il piede alla stessa distanza per calciar la palla.

“Voi potreste obiettare che fare la scaletta non è calciare. Allora vi dico che mettere i propri figli seduti sul bordo del letto piegando ed estendendo alternativamente le gambe, è un qualcosa di molto simile alla camminata. L’avrete fatto anche voi, vero?”

La risposta dei corsisti è: “No”, e tutti si guardano un po’ sbalorditi. Il Prof insiste: ” ma sì, che lo avete fatto, non ve lo ricordate perchè è passato tanto tempo”.

Il Prof dopo qualche secondo “scopre l’arcano”: “Nessuno l’ha fatto?? Nessuno l’ha fatto perchè non è così che si impara a camminare. Come impara allora un bambino a camminare?”.

Il bambino per raggiungere degli oggetti che sono lontani e catturano la sua attenzione, comincia a gattonare oppure utilizza altre forme di spostamento (non tutti gattonano e non è vero che chi non gattona diventi scarso dal punto di vista motorio). E badate bene, non gattonano perchè devono imparare a camminare ma perchè devono raggiungere un oggetto, per cui eseguono un’azione motoria perchè quell’azione ha uno scopo. Ad un certo punto si accorgono che hanno piacere a tenere in mano questi oggetti. si accorgono anche che, se gattonano, non riescono a farlo, così, vedendo gli adulti che stanno in piedi e poi camminano tenendo in mano gli oggetti, provano a mettersi in piedi.

Si mettono vicino ad un sostegno, la gamba di un tavolo o un divano, per esempio, e da lì provano a tirarsi su, stanno lì un po’ e poi, un giorno, decidono di provare a camminare. Decidono in un secondo di provare a camminare, non lo fanno con una progressione didattica…camminano.

È chiaro che le prime volte cadano ma, pian piano, prima due poi tre passi, imparano a camminare. Lo fanno nel giro di pochissimo. Dunque, si impara anche così, non solamente dal facile al difficile, perchè questo non è dal facile al difficile.

Un altro esempio riguarda il momento in cui dobbiamo uscire per la prima volta con una ragazza o con un ragazzo: Facciamo le prove?? Qualcuno magari le fa allo specchio ma il desiderio che sopraggiunge in quel momento è : mi butto, ci provo! È facile? No! A qualcuno può venir subito bene, un altro ha bisogno di più tempo. La vita funziona così su cose importanti, comunque difficili. E allora mi dovete spiegare perchè, nello sport, pensiamo di dover costruire tutti questi presupposti generali per arrivare a fare cose che sono difficili.

Se nessuno si sogna di insegnare a camminare ai bambini mettendoli seduti sul bordo del letto perchè nelle scuole calcio gli facciamo fare le scalette, le capriole ecc…Qualcuno si sognerebbe di insegnare ad altri ad andare in bicicletta mettendoli su una cyclette??

Tornando al calcio, si ricercano modelli esecutivi, per calciare la palla, per stopparla ecc…, legati ad un modello teorico, dopodichè i giocatori, a qualsiasi livello, nella situazione reale di gioco, la palla la calciano in mille modi differenti. Vedi a questo proposito https://www.filippogalli.com/wp-admin/post.php?post=6136&action=edit#:~:text=10/12/la%2D-,differenza,-%2Ddella%2Ddifferenza%2Dil

Pertanto, forse, anche dal punto di vista formativo giovanile dovremmo cominciare a ragionare sottolineando che l’evidenza negli sport di questo tipo è la capacità di risolvere situazioni con efficacia a prescindere dal modo in cui lo si faccia. È chiaro che poi ci siano degli elementi favorenti ad un modello tecnico e degli elementi sfavorenti.

Esempio: se devo calciare una palla verso un punto a me vicino, tendenzialmente è più difficile calciarla di punta, è preferibile, per essere più precisi, calciarla di interno piede. L’interno del piede è uno strumento che mi può essere utile. Il grande errore che si commette dal punto di vista metodologico, nella formazione dei giocatori, è quello di considerare la tecnica come un obiettivo.

La tecnica non è un obiettivo, è uno strumento. Se io ho un giocatore che è bravissimo a calciare d’esterno non devo necessariamente obbligarlo, e a volte nelle scuole calcio capita, a calciare con l’interno del piede perchè tutti, ma proprio tutti, devono saperlo fare. Non deve, necessariamente, essere così perchè ognuno, dentro al gioco, deve trovare la sua strada di efficacia.

CONTINUA…

BIO: Domenico Gualtieri

Una risposta

  1. Assolutamente d’accordo! Anch’io penso che tutto quello che non è calcio non serve! Da bambino facevo calcio di strada e le mie capacità le ho sviluppate li giocando a calcio!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Leggi anche