IN COPERTINA I CAPITANI (ALDO MALDERA PER IL MILAN) PRIMA DEL CALCIO D’INIZIO
Ottobre 1981. Nei pressi dello stadio Mestsky, in Moravia-Slesia, teatro della sfida di Mitropa Cup tra Vitkovice e Milan, un pezzo di storia italiana dimenticata.

UNA VECCHIA IMMAGINE DELLO STADIO DOVE SI GIOCÒ VITKOVICE-MILAN
La terribile annata calcistica 1981/82 del Milan, oltre agli impegni in Campionato e Coppa Italia, riservò ai rossoneri anche la vetrina europea, sia pur dalla visuale meno prestigiosa della Mitropa Cup. Competizione dal passato glorioso ma ridotta ormai a torneo di piccolo cabotaggio, la Coppa dell’Europa Centrale era riservata alle vincitrici dei campionati di B in Italia, Jugoslavia, Ungheria e Cecoslovacchia. Il cammino del Milan partì il 21 ottobre 1981 da Ostrava, allora terra cecoslovacca, affrontando il Vitkovice, club fondato nel 1919. Un tempo territorio dell’impero austro-ungarico, Wiktowitz – secondo la denominazione tedesca – ha avuto un rilievo anche nella storia d’Italia. Vi si trova un mausoleo che custodisce i resti di oltre trecento italiani, prigionieri di guerra nel periodo 1916-18. Un episodio di cui si è persa traccia nella memoria storica italiana.
Da piccolo villaggio qual era, Wiktowitz divenne nel 1828 uno dei più grandi centri industriali della monarchia Asburgica, grazie alla forte presenza di miniere di carbone e acciaierie. Nella Mitteleuropa ebbe un ruolo di primo piano nel corso del XIX secolo, durante la rivoluzione industriale. A Witkowitz si costruivano ponti in acciaio e infrastrutture di ogni tipo, binari e materiale rotabile per la ferrovia, locomotive, vagoni, tram, vari componenti delle corazzate navali (successivamente assemblati nel porto di Trieste) ed artiglierie per l’esercito. Si sviluppò a tal punto che nel 1910 la produzione di carbone e acciaio venne organizzata su tre turni di lavoro, con l’impiego di alcune decine di migliaia di operai. Posto all’estremità nord orientale dell’attuale Repubblica Ceca, Vitkovice dista circa tre ore di treno da Praga ed una da Olomuc.
Negli anni della Prima Guerra Mondiale, tra il 1914 e il ’18, la produzione venne convertita esclusivamente per usi militari: obici, cannoni, proiettili di artiglieria di ogni tipo, compresa la spaventosa granata di mortaio da 420 mm. Gli operai, mandati quasi tutti al fronte, furono sostituiti perlopiù da donne e prigionieri di guerra: prima russi, serbi e romeni, poi anche italiani provenienti dai campi di concentramento di Sigmundscherberg, Mauthausen, Milowitz.
Turni di lavoro massacranti di dodici ore, una settimana di giorno e la successiva di notte, senza soste né festività. Secondo alcune ricerche storiche, furono circa duemila i prigionieri di guerra italiani presenti a Witkowitz verso la fine della Grande Guerra. Oltre trecento di essi, sopraffatti da tribolazioni, malnutrizione e malattie, vennero sepolti in un settore riservato del cimitero locale. Dal 1931, i loro resti sono raccolti in una cripta monumentale appositamente eretta in questo stesso luogo. Il mausoleo, una sorta di monumento europeo alla memoria, ha raccolto oltre mille caduti di altre nazionalità: russi, polacchi, cechi e slovacchi, ungheresi, austriaci, rumeni e serbi.
Quella degli italiani sepolti ad Ostrava è una vicenda dimenticata, misconosciuta. Prolungate ricerche presso gli archivi storici militari di Roma, biblioteche ed altri siti, non hanno dato riferimenti sugli italiani al lavoro nelle miniere e nelle fabbriche di Witkowitz. Un grande merito va a Guido Zago, funzionario pubblico di origini venete, che ha dato un fondamentale contributo di conoscenza sull’esistenza della cripta, arrivando anche a scoprire un elenco con i nomi degli italiani sepolti ad Ostrava, tra cui suo nonno. Un lavoro certosino di ricerca, condotto con il supporto di Ludmila Charvatova, docente di nazionalità ceca, che ha tolto dall’oblio tanti nostri connazionali che a Witkowitz trovarono la morte.
L’unico dato certo è la menzione del luogo di sepoltura. La cripta – nascosta alla vista dei passanti – venne eretta a ridosso dello stadio Mestsky, l’impianto inaugurato nel maggio del 1941, dove il Milan di Gigi Radice esordì in Mitropa Cup.

LA ROSA DEL VITKOVICE 1981-’82
Il club di Ostrava, reduce dalla vittoria nella Extraliga, il campionato cecoslovacco di seconda divisione, era guidato da Jiří Dunaj, classe 1938, allenatore con una carriera tecnica iniziata dieci anni prima alla guida della selezione juniores del Vitkovice.

DUNAJ JIRI – ALLENATORE DEL VITKOVICE 1981-’82
Nei primi anni 80, lo stadio si presentava con la classica struttura ovale e la storica tribuna principale in cemento, prima della totale modernizzazione, avvenuta nei decenni successivi, che ha trasformato il “Comunale” di Ostrava-Vitkovice in un impianto d’avanguardia, in grado di ospitare anche grandi eventi di atletica leggera.
La partita contro i rossoneri la decise nel finale un gol su rigore del trentenne Miroslav Gajdusek, ex Dukla Praga e con una cinquantina di presenze nella nazionale cecoslovacca, l’elemento di maggiore esperienza della squadra di Dunaj, schierato ala sinistra o attaccante puro.

IL RIGORE CALCIATO DA GAJDUSEK
Nel primo tempo erano andati a segno Antonelli e Kusnir. I rossoneri scesero in campo con Piotti, Tassotti, Maldera, Icardi, Collovati, Battistini, Buriani, Novellino, Antonelli, Romano e Incocciati. Nella ripresa, Radice inserì lo scozzese Jordan e Gadda al posto di Collovati e Incocciati.

RUBEN BURIANI AL TIRO
Al Diavolo non bastarono le prodezze del portiere Piotti che a più riprese divenne l’ultimo baluardo rossonero, in una difesa su cui pesava l’assenza di Franco Baresi. La sconfitta in terra cecoslovacca sarebbe stata l’unica dei rossoneri in quella edizione della Mitropa Cup, trofeo che il Milan avrebbe conquistato sette mesi dopo. La battuta d’arresto di Ostrava fu l’ennesima dall’inizio della stagione, preludio del lungo calvario milanista in serie A e senza lo sbocco finale della salvezza, con il Diavolo ricacciato nuovamente nel purgatorio della serie cadetta il 16 maggio 1982.

BIO: SERGIO TACCONE
Giornalista, classe 1972, ha pubblicato una ventina di libri su vari periodi della storia del Milan. È suo l’unico libro in italiano dedicato al trio svedese Gre-no-li. E’ suo il libro “Chiarugi non era in fuorigioco” (Urbone Publishing), pubblicato nel 2018, la ricostruzione completa e capillare della stagione 1972/73 culminata con la fatale sconfitta di Verona che negò al Milan di Rocco lo scudetto della Stella.











2 risposte
Bravissimo Sergio!
Io c’ero e ricordo che l’acqua era così cattiva che abbiamo dovuto bere coca cola. Per fortuna trasferta breve ma indimenticabile come tutta la Mitropa, da Osjek a Szombathely.
Buon derby
Alberto ⚽️ Cerruti
Buongiorno Sergio.
Della partita e di quella grigia stagione, ricordo bene, purtroppo.
Dei cenni storici invece, non sapevo nulla.
Molto interessante.
Complimenti.