Le recenti riflessioni espresse da Mile Svilar sul ruolo del portiere nel calcio moderno aprono uno squarcio illuminante sulla dimensione mentale e sull’invisibile carico emotivo dell’atleta d’élite. Tra le pieghe di una dichiarazione tanto sincera quanto profonda — «Il mio vero nemico è il pensiero, la parte più difficile è quando tutti credono che io non faccia niente» — si nasconde il cuore pulsante di una disciplina atletica che si gioca primariamente all’interno della mente, molto prima che tra i pali di una porta. La narrazione dominante del calcio ci ha abituati a celebrare la parata d’istinto, il riflesso felino o l’uscita disperata nell’uno contro uno, isolando il gesto tecnico dal contesto psicologico che lo genera. Tuttavia, la vera complessità del ruolo emerge proprio quando la palla si trova dall’altra parte del campo, nei lunghi periodi di apparente inattività in cui la solitudine diventa uno specchio.
Nel lavoro con gli atleti d’alto livello, il tema del dialogo interiore rappresenta la frontiera decisionale su cui si costruiscono o si sgretolano le carriere. Per un portiere inserito in un sistema di gioco dominante, dove gli interventi salvifici si contano sulle dita di una mano ma richiedono una precisione chirurgica, la gestione dei tempi morti costituisce la vera prova d’orgoglio e di tenuta mentale. In quell’arco temporale privo di sollecitazioni fisiche immediate, il cervello umano tende spontaneamente a produrre scenari di rischio, ipotizzando l’errore o il pericolo imminente. Riconoscere questa dinamica senza farsi travolgere, accettando il pensiero negativo come un naturale meccanismo di difesa anziché come un nemico da combattere ad ogni costo, è il primo fondamentale passo verso un’autentica stabilità emotiva.
La testimonianza di Svilar evidenzia in modo esemplare l’importanza della preparazione mentale sistematica: l’impiego della visualizzazione, delle tecniche di respirazione e del coaching di prestazione non è un accessorio, ma lo strumento metodologico per trasformare l’ansia anticipatoria in uno stato di prontezza operativa. Convertire i pensieri negativi in uno stato di neutralità vigile permette di anticipare la lettura della gara senza prosciugare le risorse cognitive prima del tempo. L’allenamento dell’atleta moderno non può più prescindere dalla cura del dettaglio psicologico, perché la vera reattività non risiede nella forza muscolare, ma nella capacità di guidare l’attenzione e di abitare il silenzio con la stessa padronanza con cui si governa l’area di rigore.
Per un giovane in perenne cammino nello sport agonistico, le parole di Svilar rappresentano una bussola di inestimabile valore. Comprendere che la fragilità e il dubbio come difetti non da nascondere, ma come condizioni strutturali dell’essere umano con cui imparare a dialogare, traccia la strada per una maturazione solida e duratura. La leadership e la costanza di rendimento si costruiscono sull’umiltà di riconoscere i propri limiti mentali e sulla volontà di allenarli con la stessa ferocia riservata al gesto tecnico. Il successo domenicale passa e i riflettori si spengono; la capacità di dominare i propri pensieri, di gestire la solitudine della prestazione e di fare della concentrazione la propria armatura rimane invece l’eredità più preziosa per diventare campioni nello sport e nella vita.

Bio: Francesco Borrelli
Francesco è un Mental Coach certificato Acsi – CONI. Oltre alla Laurea in legge presso l’Università degli Studi di Genova, si è formato in PNL attraverso corsi e Master conseguiti nell’ambito di aziende private di cui ha fatto parte. Negli anni ha coltivato la sua passione per lo sport scrivendo per testate giornalistiche liguri, oltre a svolgere il proprio lavoro di consulente d’azienda in ambito bancario. L’attività di Mental Coach lo porta da diverse stagioni ad accompagnare sportivi impegnati a preparare Olimpiadi e Mondiali, oltre a calciatori di tutte le età, agevolandone i rispettivi percorsi e seguendone tutta la trafila giovanile fino all’approdo in prima squadra. Il suo sogno è continuare ad aiutare i giovani calciatori, anche rossoneri, dal suo ufficio a Milanello, di fianco alla “palestra delle leggende”.
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Una risposta
La “solitudine” del portiere, prima
del cambio di regolamento del 1992, che vieta di toccare la palla
con le mani su retropassaggio dei propri compagni, era evidente e di riflesso anche la capacità di restare concentrato ne era influenzata.
Da allora ad oggi si è assistito ad un evoluzione del ruolo che lo ha portato da solo GUARDIANO della porta, estraneo alle dinamiche di gioco, a “portiere moderno” che statisticamente tocca più palloni dei centrocampisti.
Questo cambio repentino ha influito notevolmente sulla concentrazione e presenza in campo del portiere, perché da estraneo al gioco è stato “catapultato” nel gioco.
I momenti in cui resta oggi isolato senza pensieri sono davvero pochi, perché le fasi del gioco lo obbligano a organizzare preventivamente la difesa e a trovare giocate in chiave offensive.
….’è quando tutti credono che io non faccia niente” — rivolto agli osservatori presi emotivamente dalla partita, perché un osservatore attento vedrà, che a palla lontana, lui comunica con i compagni di reparto e organizza la difesa per un eventuali ripartenze degli avversari.
Una buona comunicazione equivale a parare….
Una buona comunicazione ti fa restare con la testa dentro la partita.
L’importanza di allenare la mente quanto il fisico la condivido, ma sposterei il focus sulla reazione all’errore, perché proprio per l’evoluzione del ruolo appena descritta, la percentuale di compiere errori è salita notevolmente ed è qui che la resilienza mentale assume un ruolo determinante.