C’è una situazione che, nel lavoro quotidiano con i portieri, mi ha sempre fatto riflettere: il momento in cui il portiere blocca il pallone e improvvisamente sembra che il gioco si fermi. In realtà accade esattamente il contrario. Per me, quella è una delle fasi più interessanti della partita. Il portiere ha conquistato il possesso, ha qualche secondo per osservare il campo e può decidere come trasformare una situazione difensiva in una possibilità offensiva.
Dopo più di vent’anni sul campo ho imparato a non considerare il rinvio con la palla in mano semplicemente come un gesto tecnico da perfezionare. È una competenza molto più complessa. Il portiere deve saper leggere rapidamente ciò che sta accadendo, riconoscere lo spazio disponibile, valutare la posizione dei compagni e degli avversari e, soprattutto, capire se esiste un vantaggio che può essere attaccato immediatamente.
La FIFA considera la distribuzione del portiere una componente sempre più importante della costruzione. Nel suo Distribution Framework distingue diverse intenzioni di distribuzione e, quando si parla di palloni giocati in avanti, considera anche la possibilità di attaccare direttamente lo spazio oltre la linea difensiva avversaria. Il concetto è importante perché ci ricorda che il pallone lungo non deve essere automaticamente associato a una soluzione disperata: può essere una scelta intenzionale, preparata e funzionale al modello di gioco. È proprio qui che, secondo me, dobbiamo cambiare prospettiva.
Quando il portiere riceve il pallone tra le mani, spesso gli chiediamo semplicemente di “rilanciare bene”. Ma cosa significa realmente rilanciare bene? Significa raggiungere la maggiore distanza possibile? Significa cercare un compagno libero? Significa attaccare una zona? Oppure significa riconoscere quale di queste possibilità offre alla squadra il vantaggio maggiore in quel momento?
La risposta non può essere sempre la stessa, un portiere che riceve il pallone e trova un compagno libero sulla fascia non dovrebbe necessariamente cercare il lancio più lungo. Se invece la squadra avversaria è disorganizzata e la linea difensiva è molto alta, quella stessa palla tra le mani può diventare l’occasione per attaccare immediatamente la profondità. La differenza non la fa il piede, la differenza la fa la lettura. Questo è uno dei motivi per cui ritengo che il rinvio con la palla in mano debba essere allenato attraverso una progressione che parta dalla tecnica, ma che non rimanga confinata alla tecnica. Prima posso lavorare sulla qualità del gesto, sulla coordinazione tra rilascio e calcio, sulla superficie di contatto e sulla traiettoria. Ma successivamente devo introdurre informazioni che costringano il portiere a scegliere. Perché nella partita non esiste il pallone ideale da calciare. Esiste il pallone che arriva in quel preciso momento, con quella determinata pressione, con quei compagni e quegli avversari. È una differenza che sembra sottile, ma cambia completamente il modo di allenare.
La FIFA ha mostrato negli ultimi anni quanto la distribuzione dei portieri sia diventata articolata. Il suo modello distingue, per esempio, tra giocare “around” la pressione, “through” una linea, “into” un compagno, “onto” una situazione di duello e “beyond” la linea difensiva. Anche quando il portiere utilizza il rinvio con le mani seguito dal calcio, quindi, il gesto può essere letto in funzione dell’intenzione tattica che lo sostiene. Questo mi porta a un’altra considerazione che considero importante per il settore giovanile.
Dobbiamo evitare di trasformare il portiere in un semplice esecutore di traiettorie. Se durante l’allenamento gli dico sempre dove deve calciare, gli sto insegnando a eseguire una soluzione. Se invece gli presento due o tre possibilità e modifico progressivamente la situazione, sto iniziando ad allenare la sua capacità di riconoscere quale soluzione utilizzare, è un passaggio metodologico fondamentale. Anche l’impostazione di Coverciano va nella direzione di un portiere sempre più integrato nel gioco.
Nell’Evolution Programme della FIGC, la tecnica podalica viene inserita all’interno di un percorso che alterna fase globale, analitica e situazionale e che successivamente coinvolge il portiere nelle attività con il gruppo squadra. L’obiettivo dichiarato è formare un giocatore più completo, capace non soltanto di difendere la porta, ma anche di conoscere e costruire il gioco, e allora anche il rinvio con la palla in mano deve entrare dentro questa logica. Una progressione che utilizzo mentalmente quando osservo un portiere potrebbe essere questa: prima gli chiedo di controllare il gesto; poi gli chiedo di eseguirlo verso differenti zone; successivamente introduco compagni e avversari; infine lascio che sia il gioco a determinare la soluzione.
A quel punto non sto più allenando soltanto il drop kick. Sto allenando il portiere a trasformare un possesso conquistato in una decisione, Ed è qui che entra in gioco anche il timing. Il pallone può essere calciato troppo presto oppure troppo tardi. Il portiere può avere la tecnica necessaria, ma perdere l’opportunità perché non ha riconosciuto il momento giusto. Un compagno può avere spazio per pochi secondi e poi essere raggiunto dall’avversario. Un attaccante può partire in profondità e interrompere la corsa. La finestra temporale nella quale il passaggio è realmente efficace può essere molto breve. Per questo non mi interessa soltanto chiedere al portiere “quanto lontano calci?”. Voglio sapere quando decide di calciare e perché.
È una domanda che cambia completamente l’osservazione. Anche i dati recenti del calcio internazionale confermano questa evoluzione. Nel FIFA World Cup 2026, il Technical Study Group ha evidenziato come i portieri siano diventati parte integrante della costruzione e come le squadre stiano utilizzando soluzioni differenti per attirare la pressione e poi decidere se giocare corto, attraverso la pressione oppure oltre di essa. Lo stesso rapporto sottolinea l’importanza crescente della distribuzione lunga accurata come strumento per far progredire rapidamente la squadra.
Quindi il lancio dalla mano non deve essere considerato soltanto una tecnica di transizione, è una possibilità tattica, e questo cambia anche il feedback che l’allenatore dovrebbe dare. Invece di limitarsi a dire “hai calciato male”, possiamo chiedere: cosa avevi visto? Quale soluzione avevi riconosciuto? Perché hai scelto quella traiettoria? Il compagno era realmente disponibile? Il momento era favorevole? La correzione tecnica arriva dopo aver compreso la decisione.
È esattamente questa la filosofia che ritengo più coerente con l’evoluzione del ruolo: non allenare il gesto separandolo dal gioco, ma utilizzare il gioco per dare significato al gesto. Il portiere che ha appena conquistato il pallone non dovrebbe vivere quei secondi come una pausa. Dovrebbe viverli come un’opportunità. Ha il pallone tra le mani, ha davanti a sé il campo e, soprattutto, ha la possibilità di modificare immediatamente la situazione della propria squadra. La qualità del rinvio comincia quindi ancora una volta prima del piede.
Comincia dallo sguardo.
Passa dalla decisione.
E soltanto alla fine arriva al contatto con il pallone, Perché un grande portiere non è quello che riesce semplicemente a calciare lontano una palla che ha tra le mani. È quello che riconosce quando quella palla può diventare il primo passaggio di un’azione che porta la sua squadra in avanti.

BIO: ANTONIO FERRARO
Allenatore dei portieri con oltre vent’anni di esperienza nel calcio, maturata in contesti professionistici e dilettantistici ad alto livello. Nel corso della carriera ha operato all’interno del settore giovanile professionistico del Torino Calcio, affiancando allo sviluppo tecnico una costante attenzione agli aspetti percettivo-decisionali della prestazione del portiere.
In possesso di Laurea Magistrale in Scienze Motorie, integra competenze accademiche e metodologiche con l’esperienza di campo, sviluppando modelli di allenamento basati sull’evoluzione del ruolo nel calcio moderno.
È abilitato UEFA A e specializzato come Allenatore dei Portieri con qualifica UEFA Goalkeeper B (UEFA GKB), titoli che certificano una preparazione avanzata nella gestione e nello sviluppo della prestazione specifica.
Nel corso del proprio percorso ha lavorato in diverse categorie, dalla Serie C ai campionati di Eccellenza e Promozione, confrontandosi con contesti competitivi differenti e contribuendo alla crescita di portieri in tutte le fasi del loro sviluppo.
L’attività è orientata allo studio e all’applicazione di modelli prestativi innovativi, con particolare riferimento ai processi di scanning, anticipazione e preparazione motoria, elementi chiave nel ruolo del portiere nel calcio contemporaneo.










