IL PESO DELLA PIAZZA

La maglia rossonera è una maglia che si porta sulle spalle e ha una storia che pesa come poche altre al mondo, che porta con sé aspettative, ricordi, confronti e pretese. Al Milan bisogna vincere, convincere, e possibilmente farlo in fretta. Il tempo, a San Siro, è da sempre merce rara.

E qui forse sta una delle differenze più profonde con una realtà come il Como. Quando Cesc Fàbregas, nel marzo del 2025, aveva gli stessi punti di Paolo Zanetti al Verona, veniva criticato da una parte della stampa italiana e il suo Como non sembrava certo destinato a diventare una delle sorprese più interessanti del calcio europeo. Era stato criticato anche mesi prima, dopo la falsa partenza nella stagione del debutto in Serie A. Poi, semplicemente, lo hanno lasciato lavorare. Un anno dopo, il Como era in Champions League. E all’esordio ha battuto il Leipzig con un rotondo e convincente 4-1.

Nel frattempo Fàbregas aveva costruito la sua squadra senza fare rumore, scegliendo giocatori come Baturina, Paz, Diao, Perrone, Ramon e Valle, spendendo relativamente poco rispetto ai club che oggi si affannano a comprare futuro a colpi di milioni. A Como hanno potuto sbagliare, correggere e aspettare. Al Milan, spesso, non si concede nemmeno il tempo di capire se un’idea fosse buona.

È il peso della piazza. E forse anche la sua maledizione.

Una piazza tra le più passionali del mondo e, proprio per questo, dal palato fine. La maglia rossonera ha una storia che non consente troppe indulgenze. La Champions è stata per decenni l’habitat naturale del Milan e San Siro il teatro nel quale hanno recitato alcuni dei più grandi calciatori della storia: Rivera, Gullit, Baresi, Maldini, Kaká, Van Basten, Ronaldo. Ma anche uomini che forse hanno avuto meno copertine e non per questo meno importanza nella costruzione della leggenda rossonera: Lodetti, Costacurta, Tassotti, Gattuso, Albertini, Trapattoni e tanti altri.

Il Milan porta addosso la storia del calcio. E San Siro, con tutto ciò che rappresenta, è ancora oggi pervaso da quell’alone di leggenda. È difficile chiedere pazienza a chi è abituato a pensare in termini di scudetti, Coppe dei Campioni, finali europee e generazioni di fuoriclasse. Il problema è che nel calcio moderno, senza pazienza, anche una grande storia può diventare un peso anziché una forza.

Il Como appartiene invece a un altro mondo. È una realtà che soltanto da poco si è affacciata stabilmente al calcio che conta, con un’impostazione tattica di matrice spagnola, quella di Fàbregas, una proprietà straniera e un management internazionale. È un club ancora in formazione, che proprio da questa stagione ha cominciato a inserire con maggiore decisione anche calciatori italiani, fra i quali l’ex rossonero Mattia Liberali. Qualcuno lo considera la nuova Atalanta, qualcun altro il nuovo Parma degli anni Novanta. C’è già chi immagina per il Como uno scudetto in tempi brevi. Il sottoscritto, su questo punto, preferisce sospendere il giudizio e aspettare di capire anche quale sarà l’eventuale risposta della UEFA sul rispetto dei parametri economici: se davvero, come si sostiene, gli investimenti dovessero imporre una fase di consolidamento dei ricavi prima di tornare a spendere con la stessa disinvoltura, sarà interessante capire come il club saprà gestire questa nuova dimensione.

Il discorso di fondo è semplice: Il Como può permettersi di aspettare, il Milan molto meno. A Como un progetto può crescere senza che un pareggio diventi una crisi, un acquisto venga sottoposto al vaglio dell’Inquisizione e ogni giovane che tarda a esplodere diventi una bocciatura. Al Milan, invece, ogni settimana si gioca sotto esame. Dopo il primo tempo horror contro la Lazio, Amorim sembrava già sulla graticola e sui social molti tifosi ne chiedevano la testa. Se la partita si fosse giocata a San Siro anziché all’Olimpico, al rientro negli spogliatoi la squadra sarebbe stata probabilmente sommersa dai fischi. Poi, per merito del tecnico o magari anche per un pizzico di fortuna, nella ripresa il Milan ha cambiato faccia. Dentro Pulisic, Musah e Moreira, ed è stata tutta un’altra musica.

Il portoghese ha predicato calma e soprattutto tempo. Due parole che però a Milano rischiano di diventare quasi sovversive. Un allenatore che chiede tempo in una piazza come il Milan chiede, in fondo, ai tifosi di sospendere per qualche mese il giudizio sulla propria squadra. A Como lo stesso discorso sarebbe stato accolto con maggiore serenità. E una prestazione come quella di Moreira, capace di entrare e cambiare immediatamente la partita, sarebbe stata salutata come una piccola festa. A Milano, invece, viene rapidamente trasformata in una nuova pretesa: se lo fa lui, perché non lo fanno tutti? Il belga ha raddrizzato la partita con una splendida doppietta, fissando il risultato sul 2-2. Eppure il pubblico è rimasto deluso dai match contro Juve e Lazio e dagli otto punti conquistati nelle prime quattro giornate: due punti di media a partita, con un calendario che, peraltro, non è stato esattamente benevolo. È questa la differenza fra una piazza che sta costruendo una storia e una che la storia ce l’ha già sulle spalle.

A Como l’asticella si è inevitabilmente alzata. Dopo la qualificazione in Champions League, nessuno può più fingere che si tratti soltanto di una simpatica favola lacustre. La differenza risiede nel fatto che il tifoso comasco non pretende, almeno per ora, un’altra qualificazione alla Champions. Un piazzamento fra le prime 24 d’Europa sarebbe già sufficiente per trasformare il ramo del lago in un enorme carosello.

A Milano, invece, il problema è che una parte del tifo rossonero continua a vivere più nel ricordo di un passato epico che nel presente. Il Milan viene giudicato attraverso il filtro delle sue grandi squadre, dei suoi grandi campioni, delle sue notti europee. Quella storia appartiene al club e nessuno può cancellarla, ma può diventare anche una gabbia. Una squadra in costruzione viene continuamente confrontata con una squadra che, nella memoria, era già costruita.

Il Milan di oggi è un work in progress. Amorim avrebbe bisogno di tempo, quello stesso tempo che non è stato concesso ai suoi due predecessori portoghesi, i quali, pur fra molti limiti, qualcosa di buono avevano lasciato intravedere. Conceição aveva portato a casa un trofeo; Fonseca aveva espugnato il Bernabéu, impresa tutt’altro che trascurabile. Ma nel calcio italiano due episodi positivi non bastano a comprare il diritto alla pazienza.

E qui forse vale la pena ricordare la storia di Carl Lewis. All’inizio della carriera il leggendario velocista americano otteneva già risultati ragguardevoli. Poi incontrò un allenatore che decise di rimettere mano radicalmente alla sua tecnica e ai suoi allenamenti. Nel 1979 Tom Tellez si concentrò sulla biomeccanica e sull’allenamento scientifico, piuttosto che sugli esercizi di base. Insegnò a Lewis specifiche tecniche di corsa e di salto. Carl afferma tuttora che Tellez gli ha cambiato la vita. I primi risultati furono tutt’altro che incoraggianti: quando si cambia un meccanismo che funziona abbastanza bene, prima di farlo funzionare meglio bisogna accettare che per un certo periodo funzioni peggio. Servì tempo perché il nuovo lavoro andasse a regime. Alla fine, quel tempo diede ragione all’allenatore e contribuì a costruire uno degli atleti più grandi della storia.

Nel calcio, naturalmente, non si può trasporre una simile esperienza con un semplice copia e incolla. Un velocista corre da solo; una squadra deve convincere undici uomini, una società, uno spogliatoio, una tifoseria e un ambiente intero. E mentre Lewis poteva permettersi di perdere qualche centesimo nella corsa mentre correggeva il proprio gesto atletico, il Milan perde punti davanti a decine di migliaia di persone assiepate negli stadi e a milioni di tifosi che il giorno dopo devono leggere titoli, giudizi e processi.

E allora la dirigenza rossonera ha davanti due strade, entrambe rischiose. La prima è quella conosciuta: se le cose non migliorano rapidamente, cambiare ancora allenatore, sperando che il nuovo tecnico risolva in pochi mesi problemi che forse richiederebbero anni. È la strada più rassicurante nel breve periodo, perché offre immediatamente un colpevole e l’illusione di una svolta. La seconda è molto più difficile: avere pazienza. Lasciare che Amorim lavori, che i giocatori assimilino le sue idee, che i giovani crescano, che gli errori vengano corretti e che una squadra ancora informe acquisti finalmente una fisionomia. Significa accettare qualche altra serata storta, qualche altro pareggio indigesto, qualche sconfitta, forse persino qualche altra contestazione. È una strada rischiosa quanto la prima, ma è l’unica che possa davvero cambiare lo status quo.

In Premier League lo hanno fatto, in epoche diverse, con Arteta e Klopp. Non hanno costruito due grandi squadre cambiando allenatore ogni volta che il processo rallentava, bensì hanno accettato che il tempo, quando è accompagnato da un’idea, non sia tempo perso. Il problema è capire se il Milan sarà disposto a pagare il prezzo della pazienza. D’altronde il peso della piazza si misura soprattutto nella difficoltà di aspettare.

BIO: VINCENZO DI MASO

Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.

Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia. 

Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.

Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.

Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.

2 risposte

  1. La piazza deve stare calma,dobbiamo aver pazienza un po’ tutti..il 2 a 0 del Benfica( 2 gol da annullare,100%,) ci sta …le opinioni dei tifosi devono essere capite e contenute…Fofana ,TomoriLeao,Ricci Gimenez dovevano restare,mia opinione,aspettiamo almeno ottobre e novembre

  2. Concordo in pieno. Dal mio punto di vista il problema non è tanto avere una rosa modesta, capita a tutti i grandi club prima o poi. Il problema, anzi i problemi, sono (1) convincersi che hai ‘diritto’ a lottare per scudetto e magari CoppaCampioni solo perché indossi questa maglia e ti chiami AC Milan e (2) sapersi interrogare su chi e in quale misura sia compatibile con un processo ambizioso, ammesso ci sia, includendo anche la dirigenza, oltre a giocatori e tecnici.

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