RISCRIVERE LA SEMANTICA CALCISTICA – 1^ PARTE


DIZIONARIO MINIMO DEGLI ERRORI COMUNICATIVI

Partiamo in medias res, e facciamolo dal punto esatto in cui il racconto di una partita comincia a divergere dalla partita stessa. Una squadra gioca bene per settanta minuti, poi si chiude in difesa per gli ultimi venti e porta a casa il risultato. Di quella partita si ricorderanno soprattutto i venti minuti finali: usati contro un allenatore propositivo, diventano la prova che, per quanto voglia giocare bene, alla fine non riesce a reggere.

La stessa sequenza — settanta minuti dominati, venti gestiti — difficilmente viene usata nella direzione opposta. A un allenatore considerato difensivista non si rimproverano, con la stessa insistenza, i venti minuti in cui la sua squadra ha provato a giocare. In un caso sono un cedimento, nell’altro una gestione. Il fatto non cambia; cambia il significato che gli viene attribuito.

Non è ancora una questione tattica. È una questione di linguaggio: chi stabilisce in anticipo che cosa, di una partita, debba contare come prova e che cosa come eccezione. Ed è precisamente qui che comincia il problema.

Un’etichetta precede l’osservazione e finisce per selezionare ciò che dell’osservazione conta. Gli stessi venti minuti possono diventare «mancanza di carattere» o «gestione intelligente» non per quello che sono, ma per chi li ha giocati. Lo stesso comportamento può confermare un’identità o costituirne un’eccezione; lo stesso esito può essere letto come prova o come incidente. Non perché i fatti siano diversi, ma perché diverso è il posto dal quale li si guarda.

È uno dei più comuni tra i doppi standard della terribile neolingua del rettangolo verde. Non si tratta di trovare un vocabolario finalmente corretto con cui sostituire quello corrente. Sarebbe soltanto un altro modo di costruire un’appartenenza. Intendete questo testo non come la sostituzione di un fascicolo di descrizioni con un altro, ma come un moto di opposizione alle definizioni rigide del linguaggio: un’antisemantica, intesa non come negazione del significato,ma come criterio di discernimento delle parole nei loro contesti — chi le pronuncia, a chi servono, che cosa autorizzano a dire dopo.

Non si tratta, dunque, di abolire le etichette, ma di sottoporle alla partita che pretendono di raccontare: vedere che cosa descrivono, quali fatti potrebbero smentirle e se il loro significato rimane lo stesso quando cambia il nome di chi abbiamo davanti.

Il percorso che segue prova quel sospetto in tre tempi. Prima gli errori nel linguaggio, dove le etichette sostituiscono l’osservazione. Poi le condizioni che li tengono in vita — perché correggerli costerebbe qualcosa a qualcuno, e qui il vocabolario lascia temporaneamente il posto ai numeri. Infine gli strumenti per smontarli uno per uno: un vademecum per aggirare i più comuni errori che il lessico sottintende. Il filo che li tiene insieme resta quello dell’inizio: come riconoscere, dietro una critica che sembra tecnica, un doppio standard applicato a comando.

1. LA PAROLA CHE DECIDE PRIMA DI GUARDARE

Subito una falsa dicotomia, messa in luce da due apparenti omologhi del calcio difensivo, Massimiliano Allegri e Carlos Cuesta, entrambi presenti non per entrare nel confronto di stili, ma perché insieme mostrano con precisione chirurgica come il giudizio preceda l’analisi di campo, usando la stessa parola in due direzioni incompatibili: esperienza.

Cuesta arriva a Parma trentenne, spagnolo, dallo staff di Arteta all’Arsenal, alla prima esperienza assoluta da capo allenatore. Come avrebbe giocato non lo sapeva davvero nessuno, ed è comprensibile: un esordiente è per definizione un’incognita. Non era però un’incognita muta. Dalla sua provenienza si poteva ricavare una deduzione precisa, non un’impressione da curriculum: lo staff di Arteta implicava una continuità con il calcio dell’Arsenal, e quella continuità è ciò che i titoli registravano in estate: calcio fluido, pressing alto.

Nessuno ha verificato la deduzione, né prima né durante, perché il meccanismo del silenzio-assenso non chiedeva a nessuno di impegnarsi in una previsione falsificabile: si poteva scrivere «calcio fluido» senza rischiare niente, dato che nessuno avrebbe chiesto conto della previsione a stagione avviata.

A Parma si è vista una squadra ostinatamente difensiva, costruita sul rilancio lungo del portiere e sulle palle inattive. E qui vale una nota che complica la previsione invece di limitarsi a smentirla: nello stesso periodo l’Arsenal di Arteta si guadagnava online l’etichetta virale di Haramball — blocco basso, palle inattive, fisicità, vittorie sporche più che belle, financo le rimesse laterali calcolate e cronometrate per generare occasioni da gol.

Se la deduzione doveva davvero valere qualcosa, portava semmai verso quel calcio lì, non verso il possesso fluido pronosticato sulla carta. Qui la parola esperienza è tornata in campo, ma per il verso opposto a quello con cui era stata usata in estate: non più base per una previsione, ma scusa per sospenderne la verifica. È giovane. È il primo anno. Non aveva gli interpreti.

Su Allegri, la stessa parola lavora al contrario. Nessuno gli concede il beneficio dell’incognita, perché la sua esperienza — anni di panchine, scudetti vinti — viene trattata come prova già acquisita: è sempre stato questo, lo sappiamo da tempo, non serve controllare partita per partita. Qui l’esperienza non sospende il giudizio: lo chiude in anticipo.

Messe una accanto all’altra, le due funzioni si annullano a vicenda. O l’esperienza è condizione necessaria per giudicare un calcio — e allora anche quello di Allegri andrebbe riverificato partita per partita, invece di darlo per acquisito una volta per tutte. O i concetti di gioco si possono ereditare, applicare, persino superare fin dal primo giorno — come presupponeva la stessa previsione estiva su Cuesta, fondata su un lignaggio e non su anni di gavetta — e allora l’inesperienza non giustifica la sospensione del giudizio: un esordiente può smentire o confermare un’idea di calcio dalla prima giornata, esattamente come un veterano può cambiarla dopo vent’anni.

Non si può usare l’esperienza come prova acquisita per l’uno e come alibi per l’altro. È la stessa parola, applicata in due direzioni opposte a seconda di chi conviene proteggere dall’osservazione.

Il meccanismo non è specifico della parola esperienza: qualunque etichetta, usata con la stessa asimmetria, produce lo stesso risultato — precede l’osservazione e le sopravvive, qualunque cosa succeda in campo.

Il giovane come credenziale. Cuesta non è un caso isolato: è la versione più visibile di un’operazione applicata su scala a un’intera generazione di allenatori. Ringiovanire le panchine è di per sé una delle poche cose sane fatte dal calcio italiano negli ultimi anni, ed è linfa vitale.

L’errore comincia nel punto in cui l’età smette di essere un dato anagrafico e diventa una promessa di contenuto — giovane, dunque portatore di idee nuove. Basta guardare l’elenco per accorgersi che la promessa non descrive niente. Fabregas, Thiago Motta, Chivu, Cuesta, Grosso, Amorim: che cosa hanno in comune sul campo? Quasi nulla. Le loro proposte differiscono fra loro quanto differiscono da quelle dei rispettivi predecessori, e alcune sono più conservative di quelle degli allenatori che hanno sostituito. Condividono la casella anagrafica e l’aspettativa che ne è derivata.

In più di un caso, anzi, il tratto emerso non è stato l’apertura mentale ma l’integralismo — l’attaccamento al proprio sistema come identità anziché come strumento. La formulazione più limpida l’ha data Rúben Amorim al Manchester United, dichiarando che «nemmeno il Papa» gli avrebbe fatto cambiare il 3-4-3: poche settimane dopo ammetteva di starci provando, a gennaio è stato esonerato con la squadra quindicesima, a giugno è arrivato al Milan.

Il giudizio non riguarda lui né gli altri, che restano spesso allenatori bravi: riguarda la previsione che era stata fatta su di loro, ed è la sola cosa qui in discussione. La previsione era «giovane, dunque nuovo», e non ha funzionato meglio di «spagnolo, dunque possesso». La prova che si trattasse di una credenziale e non di un’osservazione sta in cosa accade quando fallisce: non si ritira la premessa, si passa al giovane successivo.

2. DALLA CRITICA AL DOGMA

Il partito del gioco non è una minoranza assediata: occupa una posizione di estrema rilevanza, probabilmente maggioritaria, nel discorso pubblico sul calcio — nelle redazioni specializzate, nell’analisi tattica, nella formazione degli allenatori, nella grammatica ordinaria del campionato, dove i principi aggressivi e di attacco allo spazio sono ormai prescrizione diffusa più che eresia.

Esistono sacche di resistenza, e sono reali; il caso più visibile è ancora Allegri, incontrato in sezione 1, ma sotto una luce diversa — non più la parola esperienza che chiude il giudizio caso per caso, bensì l’apparato che lo amplifica su scala. Attorno a lui si è consolidato un insieme di voci la cui valutazione resta largamente invariante rispetto ai risultati. Nulla di illegittimo — è una macchina di reputazione, ne esistono in ogni settore — ma resta una macchina e non una corrente: una corrente si difende con argomenti che sopravvivono a chi li pronuncia, un apparato si difende difendendo una persona.

Più interessante della sacca di resistenza è quello che succede a una posizione quando diventa maggioranza. Ogni programma che vince attraversa lo stesso passaggio, e non è una specialità calcistica: il riformatore, compiuta la riforma, si trasforma nel custode dell’ortodossia. Chi ha combattuto un dogma non è per ciò stesso vaccinato contro il dogmatismo, è soltanto in possesso di un dogma più recente.

Il primo sintomo è lessicale ed è sotto gli occhi di tutti: quando ogni allenatore di ogni categoria di ogni campionato del mondo dichiara di praticare un calcio propositivo, quella parola ha smesso di dividere e quindi ha smesso di dire.

Il secondo sintomo pesa di più. L’attacco posizionale nasce come strumento per costruire relazioni stabili e occupazioni sensate dello spazio; applicato come griglia rigida diventa prevedibile, e a quel punto — invece di tornare al problema — lo si riconverte nel suo opposto apparente: un assetto ultraoffensivo affollato di esterni dribblomani, giustificato dalla necessità di creare superiorità e di saltare l’uomo.

Nessuno salta l’uomo, in realtà. Il duello individuale si decide quasi sempre prima del duello: dall’orientamento del difensore, da chi lo copre alle spalle, dalla posizione dei compagni che stabilisce se possa uscire o debba restare. Chiamare «creare superiorità» il disporre un uno contro uno e sperare significa rimpiazzare una relazione con un’individualità — commettere l’errore che il calcio di relazione era nato per correggere.

Il cerchio si chiude quando il caos diventa la nuova stasi: si è passati da uno schema fisso a un disordine altrettanto fisso, prescritto con la stessa rigidità e difeso non da un argomento ma da un’appartenenza. Il meccanismo che alimenta tutto questo ha un nome più semplice di quanto sembri: il cavallo di battaglia. Si porta avanti a spron battuto una tesi preferita — il calcio propositivo è superiore, il calcio pragmatico è superiore, non importa quale — a prescindere dai riscontri effettivi che la partita offre, e la si applica in modo asimmetrico: gli stessi venti minuti di difesa, secondo chi giudica, diventano prova di debolezza o prova di intelligenza tattica a seconda di chi li ha giocati.

È qui che il doppio standard smette di essere un’impressione e diventa un dispositivo riconoscibile: non descrive la partita appena vista, protegge una tesi che era già scritta prima del fischio d’inizio e continuerà a valere identica indipendentemente da come la prossima partita andrà davvero.

3. IL GRATUITISMO DELLA CONTROVERSIA

La disputa tra fazioni non è soltanto vuota: consuma l’unica risorsa realmente scarsa del dibattito pubblico, l’attenzione polemica disponibile, e la consuma su un oggetto che ha una proprietà preziosa per chiunque non voglia cambiare nulla — è inesauribile e non produce conseguenze.

Restano fuori dal campo visivo alcune questioni con la caratteristica opposta: sono decidibili, hanno responsabili con nome e cognome, e discuterne seriamente costerebbe qualcosa a qualcuno. La Serie A perde terreno per ragioni strutturali che riguardano ricavi, infrastrutture, distribuzione delle risorse e regole di sostenibilità — materie tecniche, verificabili, con decisioni prese in date identificabili, che occupano una frazione minima del tempo di discussione rispetto a quanto un singolo cambio di modulo genera in una settimana.

Nel frattempo si continua a delegare la spiegazione a concetti che spiegano qualunque esito senza prevederne nessuno: il cuore, la grinta, la gamba, il metterci le palle. Una squadra vince e aveva cuore, perde e non ne aveva. Non è ignoranza; è un dispositivo che permette di commentare qualunque partita senza aver capito niente di quella partita, ed è per questo comodo e insostituibile.

C’è poi il caso opposto, il più interessante dei tre. Sui settori giovanili il problema non è il silenzio: il vivaio è uno dei motori immobili del dibattito italiano, se ne parla di continuo, con adesioni unanimi e buoni propositi rinnovati a ogni fallimento della nazionale. Il difetto sta nella forma che la discussione assume quando è abbondante — la guerra di prescrizioni pedagogiche.

Ogni parte propone il proprio pacchetto di obblighi e lo presenta come l’unica alternativa alla rovina dei ragazzi, con un ritornello che ha una lunga storia fuori dal calcio: pensiamo ai bambini. È la formula che blinda una proposta rendendola immune all’obiezione, perché obiettare significa schierarsi contro i bambini, ed è spesso il modo di giustificare la propria inettitudine tecnica con la nobiltà del fine. Il risultato pratico è il rovescio di quello dichiarato: invece di ampliare la facoltà di scelta di un ragazzo la si compartimenta, sostituendo un percorso obbligato a un altro. Per un bambino la componente fondativa resta il gioco libero — è la premessa tecnica del discorso, non un suo ammorbidimento sentimentale, perché è così che si costruisce un repertorio.

Seguendo la china, il punto d’arrivo è già visibile: si finirà per consigliare ai ragazzi di non giocare a calcio per riuscire nel calcio, sull’esempio della sempre florida scuola balcanica dove tutti praticano basket fino a sedici anni e sviluppano la visione perimetrale. L’ironia serve a descrivere un metodo reale: prendere una correlazione osservata in un contesto, staccarla da esso e convertirla in prescrizione universale.

Un approccio serio alla complessità dovrebbe rendere quel metodo impossibile. Fin qui la sintomatologia: gli errori si vedono nel linguaggio, nelle etichette che sostituiscono l’osservazione. Restano da capire le condizioni che li tengono in vita — e per capirle il vocabolario lascia il posto ai numeri, perché è lì che si scopre chi avrebbe da perdere a correggerli.

CONTINUA…

GIANMARCO COMAI

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