TORNARE A EMOZIONARE

Da quanto tempo il Milan non emoziona più? È una domanda che, prima o poi, si sono posti in molti. La risposta, naturalmente, dipende da cosa si intende per emozione. Se invece parliamo di grandi squadre, grandi partite e soprattutto della sensazione di trovarsi davanti a qualcosa che valga la pena di essere ricordato, la mia risposta è piuttosto semplice: da molto più tempo delle altre grandi squadre italiane.

Gli ultimi quindici anni (e passa) non sono all’altezza del nome Milan. Il Diavolo può essere diventato, nel frattempo, una nobile decaduta, ma rimane pur sempre una nobile. E anche una nobile decaduta, se continua a investire, non può considerare normale un bilancio fatto di appena due scudetti e una semifinale di Champions League. La cosiddetta banter era, per fortuna, è ormai alle spalle, ça va sans dire. Ma aver smesso di fare ridere non significa necessariamente aver ricominciato a far sognare.

L’ultimo scudetto è arrivato nel 2022, al termine di un testa a testa mozzafiato con i cugini nerazzurri. Fu un campionato tirato, anche per il modo in cui il Milan riuscì a strapparlo all’Inter, con quella piccola crudeltà che rende il calcio più umano. L’anno successivo, sempre con Stefano Pioli in panchina, arrivò anche la semifinale di Champions. Ma quella squadra, probabilmente la più compatta e riconoscibile del Milan post-Ancelotti, aveva una caratteristica curiosa: non aveva un fuoriclasse iconico. Il trascinatore era Rafael Leão, giocatore capace di accendere San Siro con una giocata, di spaccare una partita con una corsa, di far pensare che potesse diventare qualcosa di enorme. Negli anni successivi, però, quella promessa è rimasta in parte tale, fino a trasformarlo da simbolo della rinascita rossonera in uno dei bersagli preferiti della critica. Poi è arrivato il trasferimento in Turchia, consumato pochi giorni fa. Anche questo, a suo modo, racconta quanto sia cambiato il Milan.

Prima di Pioli c’era stato Massimiliano Allegri. E qui bisogna sfatare un luogo comune: una squadra di Allegri, per definizione, non emoziona? Non proprio. Il Milan dello scudetto aveva due giocatori come Ibra e Thiago Silva a rappresentarne l’anima, e quella squadra aveva personalità, qualità e soprattutto la sensazione di appartenere a un calcio di vertice. Lo stesso Allegri, all’apice della carriera, avrebbe poi conquistato cinque scudetti con la Juventus e raggiunto due finali di Champions League, portando i bianconeri a giocarsela alla pari con alcune delle migliori squadre d’Europa. Ecco, quella Juve emozionava quanto nessun Milan del dopo-Ancelotti

Ed è proprio qui che si trova il punto. La Champions League, un tempo casa del Milan, è diventata negli ultimi tre lustri e oltre una presenza intermittente, una sorta di visita di cortesia. E senza Champions, per un club che ha costruito gran parte della propria leggenda proprio nelle notti europee, manca una parte della propria identità.

Il raffronto, allora, va fatto non soltanto con ciò che il Milan è stato, ma anche con ciò che le altre grandi italiane sono riuscite a fare nello stesso periodo. Perché se il calcio italiano ha perso terreno rispetto all’Europa, il Milan non può usare questo declino come alibi: le difficoltà sono comuni, ma le storie e le responsabilità non lo sono. Juventus e Inter, tanto per cominciare, sono riuscite ad arrivare due volte ciascuna in finale di Champions League, senza però portare a casa la coppa. I nerazzurri, contro il Manchester City, possono forse recriminare qualcosa, ma ormai il quadro è abbastanza nitido: il nostro calcio ha accumulato un ritardo considerevole rispetto alle grandi potenze europee. Non siamo più noi a dettare il ritmo, e nemmeno a scegliere le partite nelle quali vogliamo essere protagonisti.

Persino il Napoli, che pure ha attraversato anni tutt’altro che lineari, si è ridestato: due scudetti e alcune campagne europee nelle quali gli azzurri hanno mostrato, almeno a tratti, un calcio dominante, almeno per la loro dimensione. L’Atalanta ha conquistato un’Europa League e si è affacciata più volte alla Champions. La Roma ha fatto emozionare con Spalletti e ha ritrovato un peso internazionale con Mourinho. Persino a Como, in questi giorni, qualcuno ha cominciato a emozionarsi: i Lariani, spinti dagli investimenti di una ricchissima proprietà indonesiana, sono arrivati fino alla Champions e possono persino permettersi di pensare, senza sembrare matti, a uno scudetto nel prossimo futuro.

All’appello, insomma, manca proprio il Milan. E non un Milan qualsiasi: manca la squadra che per decenni ha dato più lustro al calcio italiano in Europa. L’ultimo Milan capace di emozionare davvero il sottoscritto rimane quello di Carlo Ancelotti. La cavalcata di Kaká a Manchester, quella sera del 2007, commosse una generazione di tifosi rossoneri. E poi ci sono state le notti di Pippo Inzaghi, che sembrava nato apposta per rendere epiche le partite che gli altri consideravano semplicemente di cartello. Era un Milan che, pur lontano nel tempo, riusciva a trasmettere la sensazione che ogni grande notte europea potesse diventare una pagina di storia.

Quella squadra, per certi versi, aveva più di qualcosa del Milan di Sacchi. Non per il sistema di gioco, naturalmente, ma per la capacità di rappresentare un’idea di calcio e un’identità che andavano oltre la semplice somma dei giocatori. Il Milan di Sacchi poggiava su un fortissimo nucleo italiano, con una componente lombarda e milanista profondamente radicata, completato da tre fenomeni olandesi. Quello di Ancelotti apparteneva a un’altra epoca e a un calcio ormai diverso, ma conservava quella stessa straordinaria capacità di far sentire il tifoso parte di qualcosa di più grande.

E no, nemmeno i migliori Milan degli ultimi anni possono essere messi sullo stesso piano di quello di Alberto Zaccheroni. Anche lì si tende a dimenticare quanto fosse forte quella squadra, capace di vincere lo scudetto rimontando una Lazio che sembrava ormai irraggiungibile. Bierhoff, Weah, Maldini, Albertini, Costacurta, Donadoni, Leonardo: non esattamente una compagnia di comprimari.

Il problema, dunque, non è che il Milan recente non abbia avuto buoni giocatori. Ne ha avuti. Il problema è che da troppo tempo non riesce a costruire una squadra capace di lasciare un ricordo. E così arriviamo all’oggi, che è sempre il tempo più difficile da giudicare. Del passato conosciamo già la sentenza; del presente possediamo soltanto gli indizi.

Rúben Amorim è al Milan da poco più di due mesi. Pretendere adesso un verdetto sarebbe ingeneroso, oltre che insensato. Un allenatore somiglia a un pilota di Formula 1, ma fino a un certo punto: può trovare il decimo che gli altri non vedono o scegliere la traiettoria giusta. Ma se sotto di lui non c’è una macchina all’altezza, prima o poi la fisica presenta il conto.

Anche qui, però, la memoria rischia di imbrogliarci. Il grande Milan di Ancelotti non nacque semplicemente aprendo il portafoglio. I soldi furono spesi, eccome: Nesta, nell’estate del 2002, costò oltre trenta milioni di euro. Ma il capolavoro risiedette nella capacità di scegliere gli uomini giusti e di aspettarli. Kaká arrivò un anno dopo per circa otto milioni e mezzo, una cifra che oggi fa sorridere. Moggi lo aveva lasciato perdere con una delle più curiose valutazioni della sua carriera; il Milan se lo prese e ne fece un Pallone d’Oro.

Il Milan di oggi quell’intelaiatura non ce l’ha. E sarebbe puerile cercare già il nuovo Kaká, il nuovo Shevchenko, il nuovo Inzaghi o il nuovo Maldini. Qualcosa, però, è cambiato. Theo Hernández se n’era già andato da tempo; ora se n’è andato anche Leão. Con loro si chiude definitivamente un capitolo del Milan: bello a tratti, esasperante in altri, mai abbastanza grande da diventare un’epoca.

Quello che resta, e quello che è arrivato, offre almeno materia su cui lavorare. Ci sono giocatori come Gonçalo Ramos, Moreira e Pulisic; uomini già fatti come Rabiot; e poi Luka Modrić, che a quarant’anni suonati non può essere il futuro, ma può ancora insegnare al futuro come si sta in campo. Attorno a loro crescono Cissè, Bartesaghi e Camarda. La rosa attuale comprende effettivamente tutti questi giocatori, con Amorim alla guida. È qui che comincia davvero il lavoro del mister lusitano. Allo Sporting aveva costruito una squadra con un’identità precisa, moderna, riconoscibile; non soltanto una disposizione di uomini sulla lavagna. Al Milan gli si chiede qualcosa di simile, sapendo che San Siro non è Lisbona e che il passato rossonero pesa decisamente di più. Se, con il tempo che gli va concesso, riuscirà a trasferire a questa squadra anche solo una parte della personalità che aveva dato allo Sporting, allora sì: si potrà tornare a parlare di emozione. Amorim, del resto, è stato scelto anche per quella capacità di costruire un’identità e valorizzare i giovani.

Non servirà imitare il Milan di Sacchi o quello di Ancelotti. D’altronde le copie storicamente non si avvicinano nemmeno all’originale. Servirà costruirne un altro che, fra dieci o vent’anni, qualcuno abbia ancora voglia di raccontare, di lasciare dei ricordi.

Per aspera ad astra.

BIO: VINCENZO DI MASO

Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.

Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia. 

Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.

Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.

Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.

3 risposte

  1. Gran bell’articolo Vincenzo, Chapeau! Concordo, la “emozione” è diventato un sostantivo di scarso uso dalle parti del nostro Diavolo. Cambi di proprietà, scelte scriteriate e mancanza di validi leader avrebbero determinato un lento scivolamento dalle posizioni di vertice. Raddrizzare la situazione è nelle mani del terzo coach lusitano e come recita un detto logoro per l’uso “non c’è due senza tre!”..e speriamo che porti bene con tanto di rinnovate emozioni!
    Buona serata!

    Massimo 48 ❤️🖤

  2. Concordo. La cosa più irritante, per me milanista dagli anni ’60 del secolo scorso, è la totale mancanza di emozione nel vedere gli ultimi 15 anni di Milan. Trovavo più emozionante il Milan di Verza e Joe Jordan in B di quello in cima alla classifica dello scorso anno. Non a caso, a parere mio, è finita come è finita. Ieri sera ho visto il Como contro l’RB Lipsia e ho vissuto un po’ le emozioni di Milan-Vitosha 5-2, 5 ottobre 1988, poker di Van Basten e l’emozione di vedere i propri colori a livello stellare. Quel Milan fu costruito con testa, prima che con i soldi. Van Basten costò una minima frazione di Ruggero Rizzitelli. Esattamente come Kakà costò una frazione di colleghi sparsi per l’Europa e mai diventati qualcuno. Questo Como mi sembra costruito con testa. Il problema del Milan, a mio modesto parere, è iniziato quando s’è abbandonata la progettualità cercando scorciatoie, già nel crepuscolo dell’epopea berlusconiana: Vieri, Ronaldo, lo stesso Ronaldinho. Pensionati di lusso che, al pari di Leao e altri nomi buttati lì per riempire caselle, potevano regalarti uno sprazzo ma mai un sogno. Il sogno è futuro, lo sprazzo è un po’ di luce in un presente grigio, al massimo di un passato glorioso che ormai non c’è più. Speriamo RedBird ne sia consapevole.

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