“Quando il pretesto diventa un’arma spuntata”
Tra poche settimane questo blog compirà il quarto anno di vita.
Per chi segue lo sport un lasso di tempo della durata di quattro anni rappresenta un periodo fondamentale, per certi versi imprescindibile, nelle scadenze più importanti.
Quattro sono gli anni che trascorrono tra un’Olimpiade e l’altra, esattamente come quattro sono gli anni di distanza tra l’edizione di un campionato del mondo (e di un campionato europeo) e la successiva.
In aderenza alla regola del quadriennio, anche il mandato di Presidente Federale, così come quello del CONI, ha durata di 4 anni.
Alzi la mano chi, tra gli autorevoli lettori di questo blog e tra gli illustri autori che vi scrivono, abbia posto in questi anni la questione relativa al mancato tesseramento con una società del Presidente Federale.
Sino alla nefasta serata di Zenica, capolinea della precedente gestione, nessuno aveva sollevato la questione nei confronti di Gabriele Gravina che, esattamente come Giovanni Malagò, non risultava tesserato con alcuna società.
Da qui è doveroso partire in ossequio al dovere etico di chi scrive (e di chi legge) di evitare la ricerca del pretesto per fare la guerra a chi non ci piace.
La storia del mancato tesseramento rappresenta a tutti gli effetti un pretesto.
Un’irregolarità, questo è sicuro, rispetto allo statuto, non tale tuttavia da portare automaticamente al commissariamento di una Federazione.
La ricerca del responsabile, peraltro, dovrebbe virare sui soggetti preposti al controllo della documentazione, che non hanno adempiuto agli incombenti di rito non ravvisando l’irregolarità al momento della presentazione della candidatura.
Qualora avessero evidenziato la carenza di un requisito, il candidato avrebbe potuto porvi rimedio integrando la documentazione.
Devono essersene accorti in Giunta CONI nel momento in cui nemmeno i quattro giuristi interpellati dal massimo organo sportivo hanno concluso i loro pareri con l’inevitabilità del commissariamento, lasciando la decisione ad una questione di “opportunità politica” dopo che i cinque giuristi interpellati da Malagò (Sabino Cassese, Bernardo Giorgio Mattarella, Antonio Nuzzo, Pietro Sirena e Saverio Ruperto, non proprio gli ultimi arrivati…) avevano concluso nel senso che l’irregolarità di cui si discute non rappresenta una grave violazione ed il commissariamento sarebbe stato del tutto sproporzionato, della serie “puniamo con l’ergastolo chi ha posteggiato in doppia fila”.
Acché la sua candidatura risultasse corretta nei requisiti, Malagò sarebbe dovuto risultare tesserato con una qualsiasi società, anche in qualità di dirigente o accompagnatore in terza categoria.
Lo ribadiamo per chiarezza: nemmeno i predecessori lo erano e nessuno ha mai pensato di metterne in dubbio l’elezione.
Il primo quesito da porsi è “Perché la questione è stata sollevata solo nei confronti di Malagò?”
Davvero qualcuno pensa che chi ha cavalcato quest’onda l’abbia fatto per questioni di regolarità?
Si tratta, come dianzi dedotto, di un mero preteso per dar vita ad una guerra che avrebbe dovuto, nelle intenzioni di chi l’ha scatenata, presentare il conto a Giovanni, nemico giurato di alcuni esponenti dell’attuale maggioranza.
Nei primi mesi da Presidente Federale, Malagò ne ha azzeccate poche.
Sia nei modi, con la nomina a capodelegazione di Diana Bianchedi (peraltro apprezzatissima dal gruppo squadra a riprova che si possono operare scelte in controtendenza e che non è detto si debba continuare a fare così perché “si e sempre fatto così”), senza confronto con il CONI di cui è vicepresidente, oltre che con sequenziale irritazione dell’assocalciatori che ritiene che il ruolo spetti di diritto ad un loro associato.
Sia nei fatti, con il pasticcio Pirlo-Maldini che, tanto per cambiare, ha trovato nella partnership contestata (peraltro non riferita al tecnico ma al suo club di appartenenza) il “pretesto” per non avallare la nomina di un CT poco gradito all’opinione pubblica.
Aggiungiamo la chiamata di Ranieri che, non ce ne voglia il tecnico romano, fatichiamo ad immaginare come uomo del cambiamento.
Insomma, l’inizio non è stato da incorniciare…
Passi falsi a livello calcistico, comunicativo e formale che hanno rinfocolato la sete di vendetta nei suoi confronti.
Quando l‘avv. Miele (ex calciatore laziale) ha sollevato la questione del mancato tesseramento, si sono aperte le acque innanzi ai detrattori del Presidente.
Andiamo con ordine.
I calciatori azzurri non erano ancora rientrati nello spogliatoio al termine della gara con la Bosnia-Herzegovina quando il ministro dello sport Abodi iniziava la propria personale propaganda in favore dell’occupazione della FIGC da parte della politica.
Le sue parole nelle settimane seguenti non fanno mistero di ciò.
Per arginare quest’onda diveniva necessario individuare un candidato capace di polarizzare gran parte delle preferenze, ritenendo auspicabile che il Presidente conti dell’apporto di un numero consistente tra le componenti votanti
La candidatura di Malagò, da sempre abile nell’acquisire consenso, nel giro di pochi giorni diventava realtà.
Una realtà non gradita ad alcuni.
Per comprenderne i motivi dobbiamo fare un passo indietro.
Abodi e Malagò sono stati a lungo in buoni, per certi versi ottimi, rapporti sin tanto che, in occasione delle elezioni alla presidenza FIGC del 2014, l’allora presidente del CONI non se l’è sentita, visto il ruolo, di spendersi pubblicamente per Abodi che, sconfitto da Carlo Tavecchio, non l’ha presa bene.
Da lì il gelo tra i due.
Gelo destinato a diventare ghiaccio nel momento in cui il Governo, da un lato aboliva il limite massimo di tre mandati, precedentemente imposto ai Presidenti Federali dall’altro, grazie ad un escamotage, faceva sì che il vincolo permanesse per il Presidente CONI con il chiaro intento di impedire la rielezione di Malagò che, di lì a poco, si sarebbe preso i complimenti da tutto il mondo sportivo e non per la Presidenza di Milano-Cortina.
Non dev’esser stato facile per i suoi detrattori vederlo tenere, in occasione della cerimonia inaugurale dei giochi olimpici, un discorso in quattro lingue “a braccio”.
Di fronte all’ipotesi che l’epurato rientrasse dalla porta principale qualcuno storceva il naso.
Al netto degli errori da Presidente FIGC non può essere disconosciuto l’ottimo lavoro di Malagò durante la presidenza al CONI nonostante la riforma del 2018, voluta dall’allora sottosegretario con delega allo sport Giancarlo Giorgietti (oggi ministro dell’Economia e delle Finanze), abbia svuotato il massimo organo sportivo di gran parte della propria autonomia sottomettendolo alle decisioni della politica.
“Avevamo chiesto alla politica di occuparsi di sport, la politica, invece, ha occupato lo sport” (Dino Ponchio, Presidente Comitato Regionale Veneto CONI a seguito della riforma varata dal governo gialloverde nel 2018)
Non è improbabile che, da ministri nell’attuale governo, Giorgietti e Abodi abbiano pensato di aver pescato il jolly nel momento in cui emergeva la questione del mancato tesseramento, ovvero il pretesto per liberarsi di Malagò.
Pretesto, nel vero senso del termine, ovvero una motivazione creata ad arte per ottenere uno scopo differente da quello legittimo.
Termine che deriva da “toga praetexta”, ovvero la veste “ornata”, “fregiata”, per dare ad essa un significato diverso da ciò che è. Un argomento di facciata per nascondere le vere intenzioni.
La funzione del mancato tesseramento è stata quella di nascondere il vero motivo di conflitto.
Arrivati all’impeachment le sorti del Presidente FIGC sarebbero state decise dal voto della Giunta CONI che, sino a qualche giorno prima, sembrava scontato verso il commissariamento anche perché il ruolo in Federazione di Nadia Bianchedi le avrebbe impedito, per potenziale conflitto di interesse, di votare in favore di Malagò con stessa sorte che sarebbe toccata ad un’altra consigliera vicina a quest’ultimo.
Ma poiché siamo nel paese dei non detti, dei tranelli e delle astuzie, era proprio l’ex fiorettista a smarcarsi alla grande (come era solita fare in pedana quando eludeva gli attacchi avversari) rassegnando le dimissioni da capodelegazione FIGC a seguito delle ingerenze del ministro Abodi che sosteneva l’indipendenza del CONI ma criticava pesantemente chi la pensa come Bianchedi.
La conseguenza di detta decisione, a detta di molti, era quella di far cadere il divieto di voto nei confronti di quest’ultima con l’effetto di assicurare una preferenza in più in favore di Malagò.
Nel frattempo, per non farsi mancare nulla, veniva ventilata un’ipotesi di possibile conflitto di interessi nei confronti del Presidente del CONI Buonfiglio, altro attore protagonista di questa vicenda (rectius, farsa), per via della posizione di suo figlio in seno ad un’organizzazione nei confronti della quale la FIGC vanterebbe giurisdizione.
Buonfiglio, arrivato alla Presidenza CONI grazie ai voti portatigli da Malagò durante la competizione elettorale contro il candidato gradito alla maggioranza di governo Pancalli, si mostrava favorevole al commissariamento, aderendo alla linea filogovernativa.
A ciò deve aggiungersi che la prima gara del nuovo corso azzurro, con sconfitta a Roma per opera del Belgio, dava ulteriore linfa ad Abodi che si lasciava andare a dichiarazioni che sottendevano l’oramai inevitabilità del commissariamento al punto che si premurava di tranquillizzare Mancini in merito alla sua posizione di CT.
La sensazione che abbiamo, confermata da alcuni rumors, è che qualcuno, che al governo riveste un ruolo più importante dei ministri, pur tra i mille impegni interni ed internazionali, abbia compreso che la maggioranza rischiava di prendersi una porta in faccia.
Le conclusioni dei pareri dei giuristi per conto CONI (quelle FIGC erano assolutamente pro Malagò), non così propense a far decadere il Presidente, portate a dedurre in tema di “opportunità politica” avrebbero reso il commissariamento un atto meramente politico, poco aderente all’ordinamento sportivo oltre che conflittuale con le organizzazioni sovranazionali tra cui l’UEFA che monitora l’Italia in relazione ad Euro 2032.
Il pretesto utilizzato non ha “tenuto” al momento decisivo.
Le guerre necessitano di armi idonee e di conoscenza dell’avversario.
I pretesti alla prova dei fatti risultano armi svuotate che sparano a salve.
Davvero qualcuno si illudeva di “incastrare” un uomo che conosce i palazzi romani della politica sportiva sino alle condutture e che è maestro nell’acquisizione del consenso?
Anche non considerando il 70% di preferenze ottenute nelle ultime elezioni, pensavano davvero costoro di liberarsi di Giovanni Malagò con un pretesto simile?
Qualcuno potrebbe obiettare: “se le cose stanno così, perché le parti sono convertite su un finto commissariamento e non si è andati al voto?”
Perché in caso di votazione favorevole a Malagò c’era il rischio che ad essere commissariato fosse il CONI per non essere intervenuto a fronte di un’irregolarità, oltre che per non essersi uniformato alle indicazioni provenienti dall’alto.
Ecco perché Buonfiglio ha gettato l’ascia di guerra: perché quando si rischia di tasca propria, la questione non è più di principio ed i pretesti rischiano di diventare un boomerang…
Così facendo ha reso Malagò martire nonchéassoluto trionfatore se è vero, come è vero, che quest’ultimo è stato convocato per sentirsi offrire una soluzione che lo vedrà commissario di se stesso e unico candidato alle prossime elezioni.
Se all’esito delle prossima consultazione politica questa maggioranza dovesse confermarsi al governo siamo portati a credere che Abodi non sarò più ministro.
Nel ribaltamento di forze che i protagonisti hanno scontato negli ultimi giorni un aiuto a rinsaldare la posizione di Malagò è arrivato dalla nazionale che con tre prestazioni convincenti ha portato gli umori dalla sua parte, cancellando le critiche per il ritorno di Mancini che avrebbero avuto il sopravvento qualora si fosse votato dopo Belgio-Italia.
La morale di questa storia è che, dopo le prossime elezioni con candidato unico, Malagò sarà ancora più forte e l’assenza di opposizione non è mai positiva nelle comunità decisionali.
Ma qualche altro pretesto farà di sicuro capolino.
Il passato di Mancini nel City, che verrà sanzionato in Inghilterra, sarà il prossimo argomento degli oppositori di Malagò...
Dato che i pianti ce li teniamo per cose più importanti, concediamoci qualche risata…

BIO: Alessio Rui è nato e vive a San Donà di Piave-VE ove svolge la professione di avvocato. Dal 2005 collabora con la Rivista “Giustizia Sportiva”, pubblicando saggi e commenti inerenti al diritto dello sport. Appassionato e studioso di tutte le discipline sportive, riconosce al calcio una forza divulgativa senza eguali. Auspica che tutti coloro che frequentano gli ambienti calcistici siano posti nella condizione di apprendere principi ed idee che, fatte proprie, possano contribuire ad una formazione basata su metodo e coerenza, senza mai risultare ostili al cambiamento.











6 risposte
Cambiano i protagonisti, cambiano gli argomenti, ma la sceneggiatura resta sorprendentemente uguale.
A questo punto, visto che i pianti è meglio conservarli per cose davvero serie, non resta che fare una cosa: sorridere.
Anzi, concediamoci una bella risata.
Perché, a volte, è proprio l’ironia a mettere nella giusta prospettiva certe battaglie. Dimenticavo…siamo una nazione che ha paura del cambiamento. E allora teniamoci sempre le solite figurine vintage, e continuiamo a farci del male.
Gentile Michele,
Il problema, a mio avviso, risiede nella circostanza secondo cui le Federazioni sono state consegnate ad un immobilismo che genera la cristallizzazione dei rapporti.
L’origine di ciò è stato l’abbattimento del vincolo dei 3 mandati quale limite massimo che fa si che, ad oggi, vi siano presidenti in carica da 25 (tennis, nuoto) o più di 30 anni (sport a rotelle).
Paradossalmente, il calcio, forse perchè portatore di maggiore interessi, è una delle discipline in cui la rotazione dei nomi al vertice è più frequente.
Il sistema di votazione in consiglio federale non favorisce i nomi nuovi.
Per concorrere alla FIGC, al cui interno votano le singole componenti, è necessario essere conosciuti e spendibili nei confronti dei grandi centri di interesse.
E’ capitato spesso che, in considerazione del 34% di voti espresso dalla Lega Dilettanti, l’ex Presidente di questa venisse eletto a capo della Federcalcio.
Credo che il ministro Abodi abbia forzato alcune situazioni.
Il problema è che ora si andrà avanti a ripicche, vendette e rancori con buona pace di chi, dopo Zenica, auspica una ripartenza con tutti uniti ed obiettivi condivisi.
Personalmente, non seguo per niente le vicende dei corridoi di qualunque organizzazione, poichè non ho interesse, ma anche, se non soprattutto, perchè non ho informazioni e conoscenza storica del problema.
Quindi, ringrazio Alessio, per questo suo scritto, elaborato con evidente “onesta indipendenza”.
Al posto di Malagò oggi, commissario, mi prenderei la tessera di dirigente di una squadra non vincente di terza categoria.
Ovviamente, se il tesseramento preventivo è un requisito di conoscenza e managerialità, andava almeno accompagnato da altri vincoli restrittivi.
Ho sempre sostenuto che il ruolo politico (in qualunque situazione e non necessariamente partitico) non deve essere necessariamente svolto da un tecnico della materia. Il ruolo politico è quello di sapere operare delle scelte, in funzione di obiettivi sociali nell’area di competenza.
Queste scelte non dipendono solo dallo conoscenze tecniche del politico, ma dallo staff di cui si è circondato. Lo staff tecnico propone più soluzioni e il politico deve decidere quale è quella che più va verso lo scopo sociale, nell’organizzazione in cui opera.
Grazie per avermi chiarito le idee, che, tra l’altro, accompagnate da un certo senso di italico divertimento (Macchiavellismo).
Caro Giuseppe,
a mio modesto parere, il tema del mancato tessaramento dev’essere indirizzato verso chi, preposto ai controlli dei requisiti, non ha segnalato la carenza di uno di essi.
Lo avesse fatto, il candidato avrebbe potuto integrare la documentazione.
Per me la questione va vista così.
Poichè, invece, è stata utilizzata come pretesto, ha rischiato di rivoltarsi contro chi l’ha sollevata con l’effetto di ritrovarsi un soggetto che commissaria se stesso (paradosso) e un’elezione prossima con candidato unico.
Insomma: è stato come imbarcare un tipo che si voleva far fuori nel Titanic sapendo che la barca sarebbe affondata e scoprire in seguito che è stato l’unico a non essersi nemmeno bagnato.
Male, molto male….
Un saluto.
Alessio
Grazie per questo articolo, che in gran parte risponde alle mie interrogazioni scritte sotto l’articolo di ieri nominato “Per sconfiggere Malago devi nominare Malago”.
Mi rammarica il fatto che con questo vicenda “tessera” creata ad arte, la gente faccia di tutta l’erba un fascio e consideri adesso Malago come un nuovo Gravina o un nuovo Tavecchio. Il pretesto “tessera” sarà anche servito a sminuirlo agli occhi della gente comune.
Ora non so se Malago rivoluzionerà qualcosa nel calcio italiano, ma lo considero più che adatto e sopratutto più adatto di tanti altri per dirigere bene la FIGC. E’ stato bravissimo quando era al CONI e puo farcela ugualmente alla FIGC.
Già il fatto che abbia resisto a delle pressioni enormi che volevano imporre Antonio Conte come CT (Stampa + Lega Serie A) mi lascia tante speranze.
Poi ha resistito ad altretante pressioni quando ha avuto il coraggio di seguire il suo istinto per nominare Mancini CT (che tra tutti gli allenatori liberi era quello più adatto a ringiovanire la nazionale e darle un gioco che sia un minimo tecnico e moderno).
Anche la scelta di Bianchedi capodelagazione è interessante.
Per quanto riguarda il “caso Maldini” io ritengo che Maldini abbia più responsabilità di Malago per la figuraccia : la comunicazione di Maldini è stata sin dall’inizio pessima e non all’altezza di un dirigente, a tal punto che durante la sua presentazione ufficiale è stato sopratutto Leonardo a parlare e rispondere alle domande. Poi non ha mai spiegato il suo progetto ed i suoi piani per quanto riguarda la scelta del CT. Se Guardiola era la sua prima scelta, perché come seconda e terza scelta non è andato su altri allenatori di scuola catalana/spagnola ?? Xavi era disponibile (poi lo ha preso l’Olanda), ma anche tanti altri allenatori spagnoli anche meno famosi a questo punto potevano essere più coerenti di Ancelotti e di Pirlo (che non hanno nulla da vedere con Guardiola dal punto di vista tattico).
Di fronte a queste incoerenze è stato naturale che Malago riprendesse il manico della situazione. Dare carta bianca al 100% non esiste in nessuna professione. Maldini dovrebbe imparare che un dirigente deve per forza confrontarsi con ilparere degli altri (fa parte del mestiere) e comunicare in modo coerente il proprio progetto.
Gentile Giak,
condivido le tue considerazioni inziali, in particolar modo la scelta di Bianchedi, macchiata tuttavia da un modo inidoneo, che ha offerto assist a gogò ai detrattori, ed in questo uno scafato come Malagò non doveva cadere (ma il calcio porta trappole a tutti).
Condivido il parere sul Malagò Presidente CONI e aggiungerei l’ottimo lavoro in occasione dei Giochi Olimpici.
Da ultimo, condivido l’inopportunità di Conte CT.
Dissento invece dal tuo giudizio sulla questione Maldini perchè anche lì si è ragionato per pretesti (vedi Pirlo fatto fuori per un qualcosa di inconferente).
Guardiola era una scelta che esulava che dalla logica tattica di campo. Era l’idea di una figura top, tant’è che prima di lui era stato sondato Ancelotti che propone tutt’altro titpo di calcio.
In questo Malagò ha peccato perchè voleva Mancini da subito…
Nulla di male nel volerlo CT ma allora non doveva consegnare le chiavi dell’area tecnica a Maldini.
Un caro saluto.
Alessio