IL PUNTO SULLA SERIE A – TORINO – L’ETERNO WORK IN PROGRESS

Un altro allenatore, l’ennesimo, nell’era Cairo. Quest’anno tocca a Ignazio Abate, ex milanista e reduce da una stagione eccellente sulla panchina della Juve Stabia. Campano di nascita, milanese d’adozione, Abate ha portato con sé il classe 2007 Alessio Cacciamani, che in realtà era già di proprietà del Torino e che sotto la sua gestione sta conquistando progressivamente un posto stabile nell’undici granata.

Il nuovo Torino ha un’idea abbastanza precisa di calcio: 3-4-2-1, possesso palla e atteggiamento propositivo. Il problema, semmai, è che per ora questa idea si vede soltanto a sprazzi. E non potrebbe essere altrimenti: certi meccanismi hanno bisogno di tempo prima di assumere la forma di veri e propri automatismi. Il pareggio contro il Bologna ne ha offerto una fotografia interessante: in fase di non possesso, la linea difensiva può trasformarsi in una difesa a quattro, modificando l’assetto senza rinunciare ai principi di fondo.

La squadra cerca soprattutto gli esterni, ai quali viene affidata la possibilità di andare all’uno contro uno. Quando uno dei due attacca, l’altro tende a stringere e ad occupare l’area opposta, con l’obiettivo di riempire il secondo palo. È un calcio che chiede corsa, tempi di inserimento e soprattutto coordinazione: se un movimento parte un secondo prima o un secondo dopo, l’idea resta sulla lavagna e non viene trasposta mai sul campo.

In costruzione, almeno nelle prime partite, il regista designato è stato l’ex Ajax Fitz-Jim, che per qualità tecnica, scelta delle giocate e capacità di dettare i tempi sembra oggi la soluzione più naturale. Poi è arrivato Rolando Mandragora, l’uomo deputato a sganciarsi e ad aggiungere una soluzione offensiva, soprattutto con il tiro da fuori. Nell’ultima partita Abate ha cercato inoltre di costruire una struttura capace di esaltare le caratteristiche degli esterni a tutta fascia e del riferimento offensivo, il Cholito Simeone, lasciando loro più spazio da attaccare. È un particolare tutt’altro che secondario: quando una squadra è ancora in costruzione, bisogna anche trovare il modo di mettere i giocatori nelle condizioni di fare ciò che sanno fare meglio.

L’obiettivo di questo Torino di Abate è pertanto semplice: trasformare un’idea ancora intermittente in un’identità riconoscibile. Per ora è, ancora una volta, un work in progress. Ho seguito diverse partite intere di questo Toro, e l’impressione che ne ho ricavato è quella di una squadra ancora alla ricerca di se stessa. Contro il Milan di Amorim, al netto della evidente differenza tecnica tra le due rose, il Torino non mi è piaciuto. I rossoneri hanno dominato per circa settanta minuti, lasciando ai granata soltanto l’ultimo quarto di gara, quando il calo fisico del Milan ha inevitabilmente riaperto la partita. È finita 2-1 per gli ospiti, con il gol della consolazione di Adams arrivato in pieno recupero.

Le due squadre erano schierate entrambe con il 3-4-2-1 e, in assenza di Mandragora, Gineitis faceva coppia a centrocampo con l’olandese. Al Torino è mancata soprattutto qualità nel palleggio e, per buona parte del primo tempo, la squadra ha mostrato difficoltà evidenti nel conquistare e soprattutto nel mantenere la metà campo avversaria. Non bastava recuperare il pallone: mancava poi la qualità per trasformare il recupero in possesso e il possesso in una manovra realmente offensiva.

Contro il Sassuolo si è invece visto qualcosa di diverso. Adams è stato inserito nei due trequartisti alle spalle di Simeone, anche se lo scozzese e l’argentino hanno spesso finito per scambiarsi posizione. Casadei era rimasto fuori e la modifica ha dato maggiore vivacità alla fase offensiva. Il Torino è riuscito a produrre di più, ma ha continuato a concedere troppo: al di là dei gol incassati sul primo palo, la squadra ha mostrato evidenti problemi di interdizione, lasciando ai neroverdi spazi che una formazione più cinica avrebbe probabilmente sfruttato ancora meglio.

A fine agosto, insomma, il Torino era un cantiere aperto. Mandragora, una volta arrivato, sembrava destinato a prendersi di diritto un posto da titolare in mezzo al campo, ma davanti ad Abate rimaneva una quantità considerevole di soluzioni. Fitz-Jim poteva avanzare sulla trequarti, Bragança e Casadei potevano contendersi spazio, Adams poteva essere utilizzato più vicino a Simeone, senza dimenticare Vlasic. Era una squadra da fare. La scommessa di abate era riuscire a trasformare tutte queste possibilità in una squadra con gerarchie, automatismi e un’identità riconoscibile.

Il Toro sembrava aver trovato un’altra fisionomia nella vittoria di Firenze. A tratti, la squadra di Abate ha cominciato ad assomigliare davvero all’idea di calcio del suo allenatore. I granata hanno dominato il possesso, chiudendo la partita con il 61%, e completato quasi duecento passaggi in più della Fiorentina. Naturalmente era una Fiorentina ancora molto lontana dalla squadra che sarebbe poi tornata ad essere con Vanoli, dopo il breve interregno di Grosso: una formazione apparsa in quelle settimane sgangherata, quasi una compagnia di dilettanti allo sbaraglio, nonostante gli importanti investimenti effettuati sul mercato. Il dominio territoriale del Torino, però, era reale e raccontava qualcosa di nuovo. Il problema era che, una volta arrivato nell’ultimo quarto di campo, il possesso tendeva a svuotarsi di significato. Troppi gli errori nelle scelte, troppa poca precisione nell’ultimo passaggio, troppo poca qualità per trasformare la superiorità territoriale in occasioni vere. È una costante che si era già manifestata nelle partite precedenti: il Torino riesce a costruire, ma fatica terribilmente ad arrivare al tiro. Possesso e dominio del campo, dunque, non sempre significano pericolosità.

In questo quadro, il ritorno di Rolando Mandragora, dopo gli anni trascorsi proprio a Firenze, si è rivelato fondamentale. L’ex viola sa costruire, interdire, condurre il pallone e andare al tiro. In altre parole, possiede quasi tutto ciò che fino a quel momento sembrava mancare al centrocampo granata. Il suo inserimento ha cambiato la squadra, perché ha aggiunto qualità ma anche libertà agli altri interpreti.

Poi è arrivata la Roma, probabilmente la squadra più in salute del campionato, e il copione ha ricordato in parte quello già visto contro il Milan. Primo tempo dominato dai giallorossi, capaci però di non assestare il colpo del definitivo ko. Abate ha scelto un 3-5-2, abbassando Fitz-Jim, ma il Torino nel primo tempo non è riuscito a tenere il pallone e ha sofferto praticamente per tutta la durata della frazione. Belghali, schierato a destra, non ha convinto, ma sarebbe ingeneroso attribuire soltanto a lui le difficoltà, proprio perché è stata l’intera squadra a soffrire. Nella ripresa, l’ingresso di Bragança ha dato maggiore imprevedibilità alla manovra. E quando la Roma ha inevitabilmente abbassato un po’ i ritmi, il Torino ha guadagnato metri e coraggio, fino a rimettere in discussione una partita che sembrava già indirizzata. Il recupero, proverbiale, di Balerdi su Simeone ha però evitato il peggio ai giallorossi, che nel finale hanno trovato anche il raddoppio.

Nel match prima della sosta, a Bologna, si è forse intravista qualcosa di più interessante. Abate ha utilizzato i cambi non soltanto per sostituire uomini, ma per cambiare la natura della squadra: fuori Comert, Bragança e Vlasic, dentro Belghali, Ilkhan e Oristanio. Da quel momento in poi, comprendere la disposizione esatta del Torino non è impresa semplice. Più interessante, però, è osservare i movimenti e provare a capire che cosa Abate volesse ottenere. L’idea più evidente è stata quella di affidare a Ilkhan i compiti da play puro, liberando così Mandragora da queste incombenze. Dal 68′ in poi, infatti, l’ex Fiorentina ha avuto molta più libertà di alzarsi e di accompagnare l’azione offensiva. Oristanio ha invece galleggiato tra la posizione di trequartista esterno e quella più centrale, mentre l’ingresso di Kulenovic, centravanti fisico, ha permesso a Simeone di muoversi maggiormente e attaccare gli spazi.

Anche in fase di non possesso il Torino ha cambiato pelle, disponendosi con un 4-3-1-2, per poi tornare al 3-4-1-2 quando recuperava il pallone. È una squadra difficile da leggere, ma proprio questa elasticità potrebbe diventare un’arma. Al centro di tutto, ancora una volta, c’era Mandragora. Il suo ritorno ha fornito al Torino un punto di riferimento attorno al quale costruire un calcio meno prevedibile e, soprattutto, più sostenibile.

In definitiva, questo è un Torino camaleontico, rafforzato dal mercato, ma ancora privo di un’identità definitiva. Il secondo tempo di Bologna offre qualche buon auspicio, perché almeno lì Abate è riuscito a cambiare volto alla squadra senza snaturarla. Mandragora è il perno; gli altri ex viola, Comuzzo e Fortini, possono diventare due capisaldi. Cacciamani ha qualità e gamba per fare della fascia il proprio territorio, ma deve ancora maturare. Il portoghese ex Sporting può giocarsi un posto accanto a Vlasic, mentre resta la sensazione che Abate non abbia ancora individuato un undici definitivo.

Quattro punti in cinque partite, naturalmente, non rappresentano un bottino soddisfacente. Ma il calendario non è stato particolarmente benevolo con i granata, considerando anche che il Sassuolo, alla fine, ha battuto in casa persino la Juventus. Per questo avrebbe poco senso pretendere risposte definitive da una squadra che, ancora oggi, è un work in progress. Il Torino deve ripartire dagli ultimi venticinque minuti di Bologna, da Mandragora e dalla crescente elasticità tattica mostrata in quella partita. Poi dovrà trovare la continuità. Da una squadra costruita mentre gioca non si può pretendere, nelle prime giornate, ciò che si chiede a una squadra già costruita, ma prima o poi il cantiere dovrà chiudere.

BIO: VINCENZO DI MASO

Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.

Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia. 

Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.

Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.

Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.

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