Il metodo prima dei nomi. Le idee prima della realtà. I giocatori perfettamente intercambiabili. Tutto molto bello, tutto molto sacchiano. Ma adesso accetta qualche consiglio, per il bene di tutti
Caro Ruben, ti scrivo in un giorno difficile, verosimilmente il più difficile da quando sei arrivato nella nostra città e nel nostro meraviglioso club. Ti scrivo per dirti che io ti capisco, o almeno credo.
Io ho capito che tu sei un allenatore intelligente, moderno, ambizioso. E che credi nel metodo. Tutte le persone intelligenti credono nel metodo, perché il metodo – una volta messo a punto – è replicabile, è “scalabile”, come si dice oggi nel mondo del business. E la tua idea, se ho ben capito, è esattamente questa: creiamo un metodo (cioè un sistema di gioco) talmente ben congegnato che tutti possano interpretarlo. È un’idea giusta, molto “guardioliana”: perché lo stile di gioco può essere interpretato non solo da giocatori diversi (Gabbia e De Winter, Hutchinson o Pulisic, Jashari o Rabiot, e così via), ma a tendere anche dai giocatori del settore giovanile che arrivano in prima squadra: idealmente Lorenzo Ossola potrebbe giocare esterno destro d’attacco perché il metodo gli è già stato insegnato nel Milan Futuro (al momento non è così, ma il Como, ad esempio, lo sta facendo e secondo me dovremmo farlo anche noi, ma ne parliamo un’altra volta).
Per questo – nella tua visione – il metodo è più importante dei singoli giocatori: il che ha una sua logica, che definirei sacchiana. Anche Arrigo credeva nel metodo e – se è vero quello che si narra – ordinava a degli attoniti Tassotti e Maldini di osservare i movimenti dei terzini eseguiti da Mussi e Bianchi. Se non è vero, credo che sia vero lo stesso, nel senso che la logica del nostro era quella.
Aggiungo che hai dovuto fare i conti con giocatori arrivati a Milanello in tempi molto diversi: qualcuno, magari i più “umili” – in quanto non convocati in qualche Nazionale – il giorno del ritiro, il 3 luglio. Qualcun altro, magari i più blasonati, un mese dopo, perché i Mondiali se li erano fatti tutti, arrivando quasi in finale. Qualcuno acquistato prima, qualcun altro acquistato l’ultimo giorno di mercato. E quelli che gridano “metti a Rabbiò” (è una citazione) magari non considerano che Rabbiò ha fatto tre allenamenti tre e se gioca più di quindici minuti rischia di farsi male, e così via. E quindi non solo c’è il metodo da osservare religiosamente; c’è da tenere tutta la rosa coinvolta (giusto); e c’è pure il differente stato di forma di ciascun giocatore. Ti capisco.
Però però però.
Però, caro Ruben, anche tu devi capire noi. Da come parli, da come capisci le domande in italiano, dalle cose che dici, si vede che sei un tipo veloce e intelligente. Quindi io, che sono qui sul divano e non capisco praticamente niente, ti faccio una modestissima proposta. Invece di dire “Costruisco il metodo, come fosse uno stampo per dolci, e poi ci metto dentro chiunque e il metodo funziona”, ora che è passato un mese, che ormai hai capito il valore dei giocatori, che le condizioni di forma dovrebbero essere più livellate, farei così: costruisci il metodo intorno a un gruppo di giocatori “titolari”. È una parola desueta, lo so, quasi una bestemmia: non ci sono più undici giocatori e poi tutti gli altri, gli impegni sono tanti, eccetera.
Però.
Però, se mi ascolti, potresti avere qualche vantaggio, che vado rapidamente a elencare:
- se il metodo lo costruisci addosso ai giocatori migliori, c’è il caso che sul campo lo imparino meglio, lo interpretino meglio, lo trasmettano meglio. Poi sarà più facile dire a Tizio “fai quello che fa Pulisic” che a Pulisic “fai quello che fa Tizio”;
- se fai giocare i Pulisic, i Rabiot, i Gila (tutti giocatori che ieri non erano in campo), nessuno ti potrà rompere i coglioni (scusa il francesismo), né dagli spalti, né dalle colonne dei giornali (che erano influenti vent’anni fa, ma loro non lo sanno e si autointervistano), dai siti internet sgrammaticati o dai video di YouTube, che presi uno per uno non contano niente, ma tutti insieme fanno uno sgradevole rumore di fondo. Nello specifico, magari ieri non sarebbe andata meglio: però ti saresti evitato tante seccature (poi che cosa ci facesse Conte allo stadio, io mannaggia non lo so proprio);
- infine, c’è il fatto che i giocatori migliori alla fine sono migliori (toh!). Quindi esiste la possibilità che insistendo su un nucleo di meno giocatori – non dico undici, ma quasi – il livello della prestazione salga. Non voglio fare paragoni blasfemi, ma l’Inter, cambiando pochissimo di partita in partita e di anno in anno, ha costruito una squadra solida e forte che – duole dirlo – ha vinto più di noi. Noi, all’opposto, abbiamo un indice di discontinuità altissimo, perché negli ultimi anni abbiamo cambiato allenatore (quattro in tre anni) e giocatori: ti basti pensare alla quasi comica successione di prime punte che ha tentato senza successo di prendere il posto del glorioso Giroud. Siamo quindi un po’ “suonati”, come un pugile che ne ha prese troppe. Se questa è una rifondazione, l’ennesima, va bene: ma facciamola con intelligenza.
Lo so, il metodo – in astratto – è meglio. Ma è astratto, appunto: o quantomeno richiede più tempo. Lo hai detto anche tu: “Una squadra nuova non si fa in un solo mercato”. Verissimo. Nel frattempo dobbiamo sopravvivere, dobbiamo venire a patti con la realtà, dobbiamo fare punti.
Nulla di grave: c’è il tempo per rimettere le cose a posto già da domenica. Ricordiamoci che il tuo nume tutelare, Arrigo Sacchi, al suo primo anno al Milan (stagione 1987-’88) perse in casa con la Fiorentina alla seconda giornata e venne eliminato in Coppa Uefa al secondo turno dal modesto Espanyol. Anche lui aveva idee forti, e tra le sue idee e la realtà preferiva nettamente le prime: “Se vinciamo 3-0 e all’89° subiamo un calcio d’angolo, Van Basten deve venire in area a difendere”, disse una volta. Vabbè.
Ti auguro ogni bene, Ruben, davvero. E lo auguro a noi, tifosi fedeli e frastornati. Domenica, con il Lecce, ci giochiamo un bel pezzo di credibilità. Metti quelli bravi. Poi ci sarà tempo per fare gli esperimenti.

BIO: Luca Villani è nato a Milano il 31 gennaio 1965. Giornalista professionista, oggi si occupa di comunicazione aziendale e insegna all’Università del Piemonte Orientale. Tifoso milanista da sempre, ha sviluppato negli anni una inspiegabile passione per il calcio giovanile e in particolare per la Primavera rossonera. Una volta Kakà lo ha citato in un suo post su Instagram e da quel momento non è più lo stesso.











11 risposte
Il vero problema del Milan è la società.
Sono incompetenti, privi di strategie e organizzazione.
Mi dite qualcuno che capisce di calcio?
Si evince da un mercato fatto in modo insensato e scriteriato.
Giocatori acquistati a prezzi assurdi , vedi G. Ramos, che farebbero panchina in qualsiasi squadra della prima fascia della nostra serie A.
Siamo fallimentari già a settembre
Sono sostanzialmente d’accordo con Luca sul valore del ‘metodo’ e del metodo per arrivare a creare valore.
Ho la terribile sensazione che questa sequenza di risultati e, soprattutto, di tentativi di mettere a fuoco il ‘metodo’, abbia minato la fiducia dei giocatori verso la concreta possibilità di realizzarlo e, per ciascuno di loro, sentirsi un fattore importante nel processo.
Detto questo, non solo quello dei risultati è l”obiettivo dei tifosi milanisti: prima ancora viene l’orgoglio di riconoscersi nella squadra.
E l’eventuale fallimento di questo obiettivo il Milan e Amorim non devono poterselo permettere.
bicchiere mezzo pieno: abbiamo avuto contro un avversario molto ben organizzato, anche un po’ fortunato; si vede che i ragazzi non sanno cosa fare e sono frastornati; diamo tempo al tempo e le cose miglioreranno.
bicchiere mezzo vuoto: sono anni che il gioco manca; le altre squadre, sia in Italia che in Europa, ingranano prima, e anche quando attraversano periodi di crisi mantengono una fisionomia; la struttura apicale è incompetente oltre che presuntuosa: non se ne esce.
Condivido anche se il problema è capire, in questo Milan, chi sono quelli “bravi”. Sabato ero allo stadio a vedere Lazio Milan e il più bravo di tutti (Modric) ha avuto una prestazione molto deficitaria.
Goncalo Ramos gioca sempre (anche perché non ha molte alternative), ma le prestazioni non sono state mai veramente brillanti.
Allora la domanda sorge spontanea: non è che è sbagliato il “metodo”? Sbagliato non in assoluto, ma applicato a questo gruppo di giocatori i quali, pur cambiando lo spartito, sembrano fatalmente ricadere negli stessi errori che abbiamo visto più volte in passato.
Il paragone con le prime partite del Milan di Sacchi è naturale, ma, purtroppo, non rassicurante. Le disavventure iniziali di quel Milan erano dovute al fatto che i calciatori, nell’applicare i dettami del sistema di gioco sacchiano, ne sperimentavano i suoi limiti (ogni sistema, per quanto avanzato, ne ha). La citata partita con la Fiorentina ne fu un esempio paradigmatico: difesa molto alta come voleva Sacchi per restringere il campo e fuorigioco eluso da un giovane campione di nome Baggio.
Le difficoltà del Milan di oggi risiedono nel fatto che i giocatori non riescono (almeno così pare) ad applicare i principi di gioco voluti da Amorim. Il Milan di Sacchi (anche con i suoi difetti) si è visto subito, il Milan di Amorim solo a sprazzi (due mezze ore con Torino e Lazio).
Comunque ringrazio per la bella analisi che ci spinge a riflettere sul nostro Milan.
Bell’articolo! Concordo. Mi continua a ronzare in testa un fastidioso pensiero: non è che la rosa sia davvero modesta e neppure una divinità riuscirebbe a farli rendere? Da anni – già dagli ultimi dell’era Berlusconi in effetti – vedo un portatore di palla al cospetto di una squadra di statue di sale, la cui unica soluzione diventa l’ennesimo passaggio in orizzontale; una velocità di movimento da ciclista in surplace; un’adrenalina agonistica da lezione di yoga. Manco Haaland potrebbe segnare se non gli arriva un solo pallone in 90 e passa minuti. Anche io ho pensato agli iniziali balbettii della gestione Sacchi, ma poi mi sono vergognato per la bestemmia. Quelli erano fenomeni. Di questi temo proprio il contrario. I risultati delle ultime due stagioni, malgrado turnover minimo, sembrerebbero evidenziarlo.
Con Luca Villani non sono tanto d’accordo su questa cosa di mettere i migliori. Anche se a livelli dilettantistici, io ho fatto l’allenatore: se lui non ha ritenuto di mettere dall’inizio Modric, Rabiot, e Gila ci sarà stato un motivo. Terracciano, per esempio, a me non era dispiaciuto, e nel primo tempo ci ha anche provato con la botta della distanza: in un San Siro pieno, contro il Benfica, e mentre la squadra era in difficoltà, vuol dire che ha anche dimostrato un buona personalità. Poi, è stato sostituito da Gila che ritengo sia il maggior responsabile del secondo goal che abbiamo subito.
Io penso che Amorim lo capiamo in molti, proprio perche siamo milanisti e ogni richiamo a qualcosa che ricordi vagamente Sacchi come fa a non intenerirci. Pero’ aggiungo anch’io il pero’: ieri sera ho visto Italia -Slovenia di volley. Una squadra fortissima contro una buona squadra. Se l’Italia avesse vinto almeno due set, avrebbe vinto il girone. Detto fatto: 2 a 0. A quel punto sono state messe dentro molte riserve, che, essendo forti, ma forse non fortissimi hanno perso i successivi due set. Perche’nello sport uno non vale uno. Poi pero e’ successa una cosa e cioe’ che le riserve, pur con qualche apparizione dei titolari hanno vinto il tie break e quindi la partita. Ecco, forse bisognerebbe partire da li: prima facciamo il nostro, poi diamo spazio a chi deve crescere e, se hanno bisogno, li aiutiamo con i big. Si puo’ fare, Fefe’ De Giorgi e’ della scuola di Velasco. Se lo fa lui, non e’ una bestemmia, Possiamo farlo anche noi, senza passare per allenatori non al passo. Dai, Amorim, testone, che ti si vorra’ bene
Ruben, ascoltal, Ero alla stadio ed è stato agghiacciante !
Il vero problema del Milan è il modulo: siamo anni che si gioca con una sola punta lì davanti e siamo anni che fatichiamo a fare una sola rete, perché o hai un centravanti alla Ibrahimovic o alla Haaland, dei fuoriclasse che fanno reparto da soli e hanno un fiuto straordinario per i gol o continueremo ad avere vita difficile. Specialmente con le difese schierate a quattro e spesso a cinque in fase di non possesso. Sinceramente, i Goncalo Ramos e Santiago Gimenez son ben poca cosa; soprattutto se non supportati da centrocampisti e mezze punte non proprio avezze al gioco verticale e in profondità. L’ Inter (ahi me mi duole dirlo) è la squadra più forte del campionato e davanti ha un certo L’autore Martinez e Thuram non proprio gli ultimi arrivati, adesso si sono trovati anche Pio Esposito che sta dimostrando di avere della stoffa. Basta con moduli cervellotici torniamo a un calcio più pragmatico e più redditizio con allenatori che adottino schemi di gioco funzionali ai giocatori che hanno a disposizione.
Studiare la squadra che andrai ad allenare dovrebbe essere la cosa più semplice ,per farti uns prima idea dei calciatori che troverai, allora alcuni giocatori che si sono distinti negativamente perché li metti in partite importanti dall’inizio?o sei presuntuoso o incapace, da tifoso spero che tu sia presuntuoso ma anche onesto.
Con l’usato sicuro avremmo fatto tanta strada …. voglio dire prendere come giocatori i Berardi del Sassuolo i Dibala (ignorato ai tempi) tenere Brain Diaz Turan , Liberali, Imenez e non ultimo acqustare Lucman già adattati al calcio Italiano. Carraro vinse tutto con l,’usato sicuro : Malatrasi ,Hamrin Sormani Anauilletti Cudicini Snellinger. Il grande giocatore è quello che abilita tutta la squadra e fa sembrare gli altri più grandi. Certo l’ usato sicuro non è un investimento nel futuro ma lo è al presente .saper scegliere un giocatore è quello che fa la differenza in una squadra togli Berardi da Sassuolo e va in B ,tolto Dibala dal Palermo è. sceso in B la stessa Atalanta senza Lucman è una squadra mediocre questi fanno la differenza saper scegliere questi giocatori alla nostra portata.