Il titolo di questo pezzo è volutamente provocatorio, con quella dose di sarcasmo che serve a smontare certe sentenze. Perché Issa Doumbia, il ragazzone di Treviglio che condivide il paese natale con Giacinto Facchetti, uno dei più grandi terzini sinistri della storia, allo Sporting è arrivato quasi in punta di piedi. Eppure, dopo le prime uscite, i commentatori portoghesi hanno reputato un tozzo di pane la cifra pagata dal club per assicurarselo.
Avrò modo di seguirlo da vicino: vivo infatti a un tiro di schioppo dall’Alvalade, e anche dal Da Luz, dunque non mi mancheranno le occasioni per vedere se quel ragazzo apparentemente sbucato dal nulla davvero potrà diventare un craque” come dicono in Portogallo. Intanto ho già assistito in diretta TV ai suoi primi due lampi con la maglia dello Sporting in questa pre-season. E non sono stati lampi qualsiasi.
Nel primo incontro, contro lo Strasburgo, Doumbia ha prima confezionato uno splendido passaggio di esterno, ha partecipato al successivo dai-e-vai e poi ha concluso l’azione con una botta secca e violenta sul primo palo. Nel secondo, contro il Nottingham Forest, ha mostrato invece un’altra faccia del proprio fine repertorio: azione di grande qualità e finalizzazione da numero dieci. Due gol, due gesti tecnici differenti, la stessa impressione di un giocatore che non sembra avere intenzione di farsi ingabbiare in un ruolo.
Anche il mister Rui Borges ha sottolineato proprio questa versatilità: al Venezia Doumbia era stato impiegato nel 5-3-2 sul lato sinistro, ma il tecnico dello Sporting lo considera un giocatore capace di adattarsi a più posizioni grazie a caratteristiche tecniche e fisiche particolari. Borges ne ha inoltre apprezzato soprattutto l’atteggiamento: un ragazzo disposto ad ascoltare, imparare e lavorare, consapevole della dimensione e delle esigenze dello Sporting. Secondo l’allenatore, il potenziale è enorme e il futuro può essere molto importante, a condizione che Doumbia continui a conservare quella disponibilità all’apprendimento che lo ha accompagnato in questi primissimi scampoli nella sua avventura allo Sporting.
Arrivare a Lisbona senza il peso di un grande nome può essere persino un vantaggio. Doumbia deve soltanto dimostrare di essere Doumbia. E, almeno nei primi assaggi, qualcosa di interessante si è già visto. Contro l’Estrela Amadora, in una partita che lo Sporting si è fatto clamorosamente riprendere fino al 2-2, il ragazzone di Treviglio è stato schierato nei due davanti alla difesa, in un 4-2-3-1 piuttosto classico. La scelta dice qualcosa anche dell’allenatore: Rui Borges non sembra affezionato ai numeri quanto alle funzioni, e Doumbia, proprio per la sua duttilità, può diventare una delle pedine più interessanti del suo scacchiere.
In Portogallo si sono già sprecati i paragoni con Paul Pogba. Prudenza, perché il francese, nel suo momento migliore era tra i migliori calciatori al mondo e Doumbia è ancora un centrocampista in costruzione. Qualcosa, tuttavia, li accomuna: gli strappi, la potenza nella conduzione, la capacità di attaccare l’area e una tecnica che, nel caso dell’italiano, lascia intravedere margini importanti. Il problema è che il talento, da solo, non basta. Doumbia deve diventare meno arruffone, imparare a scegliere meglio i tempi della giocata e soprattutto prendere possesso di un ruolo delicato, nel quale non ci si può permettere di essere presenti a intermittenza.
Issa ha ricoperto un ruolo che nello Sporting della passata stagione era appartenuto a Morten Hjulmand, oggi all’Atlético Madrid. Anche la traiettoria dei due presenta qualche curiosa somiglianza: il danese era arrivato in Portogallo dopo essersi fatto conoscere in una piccola realtà italiana. Ma c’è una differenza non secondaria: Hjulmand aveva giocato in Serie A, Doumbia arriva dalla Serie B. Il salto, dunque, è considerevole. Tuttavia, nelle amichevoli, Borges lo ha utilizzato soprattutto più avanti, da trequartista oppure da “ala sinistra” nel 4-2-3-1. Contro l’Estrela Amadora, invece, lo ha appunto arretrato, affidandogli compiti molto più vicini a quelli di un mediano. In un 4-3-3 potrebbe occupare naturalmente la posizione di interno sinistro, dove avrebbe campo per sfruttare una delle sue qualità migliori: la capacità di trasformare rapidamente una situazione difensiva in una transizione offensiva.
Doumbia è infatti un centrocampista potente, capace di contribuire al pressing e di recuperare rapidamente la posizione quando l’azione si rovescia, ma anche di diventare pericoloso qualche metro più avanti. Può attaccare l’area, concludere l’azione oppure rifinire appena fuori dai sedici metri. È quella terra di mezzo tra centrocampo e trequarti che, se governata con intelligenza, può trasformare un buon giocatore in un fattore. Doumbia sembra avere la capacità di vedere la giocata e realizzarla quasi nello stesso istante. Non è ancora un calciatore compiuto, e sarebbe un errore trattarlo come tale. Ma quando la partita (o l’azione) gli offre uno spiraglio, tende a prenderselo.
È difficile, dunque, non chiedersi come sia stato possibile che Doumbia sia sfuggito alle grandi di Serie A. A Bola si è posto la domanda: i club italiani hanno avuto la possibilità di vederlo ogni settimana e lo hanno lasciato andare in Portogallo, dove lo Sporting gli ha offerto non soltanto un posto in una delle tre grandi del Paese lusitano, ma anche la vetrina della Champions League. Guardando le rose di Juventus, Napoli, Milan, Atalanta o Roma, osservano i portoghesi, un giocatore con quelle caratteristiche avrebbe trovato facilmente spazio.
Il suo agente ha confermato che le offerte concrete della Serie A sono state pochissime, sostanzialmente quella della Fiorentina, che comunque ha pescato bene con Atta e Oulaï. La Roma aveva seguito con insistenza il ragazzo, almeno finché Frederic Massara era in società, ma nessuno ha mostrato la stessa convinzione dello Sporting. Quasi nessun grande club italiano ha ritenuto opportuno investire circa venti milioni su un ventiduenne proveniente dalla Serie B. Uno dei tre grandi club portoghesi, invece, non ha avuto esitazioni.
La situazione merita una riflessione. Tolta la Premier League, che ormai sembra appartenere a un campionato economico diverso, la Serie A rimane uno dei tornei europei che investono di più sul mercato. Il denaro, dunque, non manca: manca talvolta il coraggio di spenderlo nel posto giusto. È abbastanza singolare vedere i nostri club investire cifre considerevoli su giocatori provenienti dall’estero e, contemporaneamente, lasciarsi sfuggire un ragazzo che giocava a pochi chilometri da casa. Il caso Doumbia dimostra che a Doumbia è stata riconosciuta un’opportunità che in Italia nessuno ha avuto il coraggio di offrirgli. E qui arriviamo a un altro equivoco che ciclicamente torna a galla quando si parla di giovani italiani. Si dice che nei nostri settori giovanili vengano privilegiati i ragazzi strutturati fisicamente, sacrificando quelli più piccoli e tecnici. La storia di Doumbia, però, smentisce clamorosamente questa tesi. Il ragazzo di Treviglio ha avuto le sue occasioni nelle giovanili, ha assaggiato l’Under 21 e ha persino avuto diverse apparizioni in Serie A. Il problema è stato che nessuno ha deciso di puntarci davvero.
E non possiamo nemmeno continuare a raccontare che in Italia i giovani non giocano più. Negli ultimi anni diversi ragazzi hanno avuto spazio in Serie A in età sempre più bassa: dai fratelli Esposito a Camarda, da Kayode a Bartesaghi, da Pisilli a Ekhator, per citare soltanto alcuni nomi. Il problema è diventato piuttosto quello che accade dopo il primo assaggio. Il talento viene individuato, l’esordio arriva, poi il percorso si disperde tra prestiti, panchine, cambi di allenatore e società che preferiscono il giocatore già confezionato alla scommessa da costruire. Doumbia rappresenta, in questo senso, un caso quasi didattico. A quasi ventitré anni si appresta a giocare con continuità in una prima divisione competitiva e ad affacciarsi alla Champions League, pur avendo un’esperienza limitata in Serie A e pochissime presenze con le nazionali giovanili. È una traiettoria tutt’altro che abituale per un ragazzo italiano, ma non necessariamente un ritardo. Forse, semplicemente, è arrivato il momento giusto nel posto giusto.
E dovrebbe arrivare presto anche la Nazionale maggiore. La Costa d’Avorio lo ha corteggiato senza affondare il colpo in vista del Mondiale; l’Italia, invece, sembra intenzionata a inserirlo nel nuovo corso. Il suo agente ha già rassicurato i tifosi azzurri e, se le cose andranno nella direzione auspicata, Mancini lo convocherà per i match settembre. Doumbia e Vergara non furono portati da Silvio Baldini nelle due amichevoli in cui il tecnico toscano assunse ad interim la guida della Nazionale maggiore: la scelta era convocare in blocco l’Under 21 e aggiungere soltanto Donnarumma. Doumbia, essendo nato nell’ottobre 2003, non rientrava ancora nei criteri anagrafici di quel gruppo. Vergara, invece, ha mostrato qualche incertezza nel precampionato, ma la sua convocazione appare comunque probabile.
Per Doumbia si può persino azzardare qualcosa in più: non soltanto la convocazione, ma un posto nell’undici titolare della nuova Italia. Sarebbe un salto curioso e, a suo modo, affascinante: dalle comparsate in Under 21 alla maglia azzurra, passando per la Serie B e senza quasi fermarsi in Serie A. Il tutto per approdare, a quasi 23 anni, allo Sporting e alla Champions.
E allora il titolo provocatorio torna al suo posto. Issa Doumbia è spuntato dal nulla? No. Il talento non nasce quando qualcuno finalmente decide di guardarlo: esisteva già prima. A volte, semplicemente, serve qualcuno disposto a riconoscerlo, investirci e soprattutto a concedergli il tempo necessario per diventare ciò che può essere. Lo Sporting, per ora, quel coraggio lo ha avuto. Nel Belpaese nessuno. Adesso tocca al ragazzo ricordare a qualcuno dalle nostre parti che certi talenti si perdono perché arriviamo tardi a prenderli.

BIO: VINCENZO DI MASO
Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.
Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia.
Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.
Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.
Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.











Una risposta
Complimenti per l’articolo ma mi permetto solo di far notare che alla domanda “Issa Doumbia è spuntato dal nulla?” avrebbero meritato maggiore spazio il coraggio e il merito del Venezia e del DS Antonelli nell’andare a prelevarlo dalla serie C (quando veramente non lo conosceva nessuno e non come oggi quando lo Sporting ha “sfruttato” il lavoro di maturazione fatto a Venezia) e lasciarlo crescere e migliorare prima in serie A nella stagione della retrocessione con Di Francesco e poi in serie B nella stagione esaltante con Mister Stroppa. Doumbia è un giocatore che a Venezia ha mostrato un potenziale enorme e penso che avrà un futuro roseo anche in Nazionale oltre che nello Sporting Lisbona. Grazie.