FRANCO BARESI: L’EROE, IL MITO, L’ICONA

E’ un’impresa impossibile scrivere di Franco Baresi senza risultare ripetitivo, iperbolico, celebrativo ai limiti del fantascientifico. Scusatemi, dunque, se con questo scritto risulterò tale.

Franco Baresi è il più grande eroe odisseico della storia del calcio italiano.

Roland Barthes, uno dei più grandi semiologi del ‘900, avrebbe probabilmente sorriso davanti a un campetto di periferia, dove un ragazzino alza il braccio mentre la squadra avversaria attacca. Dalla panchina qualcuno urla: “Alla Baresi!”

In quel momento accade qualcosa di straordinario, perché non si sta più descrivendo un’azione di Franco Baresi, si sta utilizzando Franco Baresi come una espressione concettuale della lingua.

È questo, scrive Barthes nei Miti d’oggi, il destino delle grandi icone: cessano di essere persone e diventano segni. Il mito non è una leggenda, è un linguaggio. Quando un nome proprio si trasforma in un’espressione comune, significa che ha smesso di appartenere alla biografia ed è entrato nella cultura. Così è stato per Baresi.

Il braccio alzato alla Baresi.

Il numero sei alla Baresi.

La maglia fuori dai calzoncini alla Baresi.

Il salvataggio alla Baresi.

Quattro immagini, quattro simboli, quattro geroglifici del calcio italiano. Ma c’è qualcosa di ancora più profondo.

Gli antichi Greci distinguevano due forme dell’eroismo: la prima era la βία (bìa), la forza; è Achille che travolge il nemico, è Aiace che resiste, è l’eroe che domina attraverso la superiorità fisica.

La seconda era la μῆτις (mètis), l’intelligenza astuta; è Odisseo, l’uomo che non vince perché colpisce più forte, vince perché vede prima, perché comprende, perché anticipa.

Marcel Detienne e Jean-Pierre Vernant hanno dedicato pagine memorabili a questa forma di intelligenza: una sapienza mobile, fluida, impossibile da racchiudere in una regola, capace di adattarsi continuamente al mutare degli eventi.

È difficile trovare, nello sport moderno, una personificazione più perfetta della mètis di Franco Baresi. Il suo calcio non era costruito sulla forza, nè sulla velocità e nemmeno sul gesto spettacolare. Era costruito sul tempo. Baresi arrivava dove il pallone sarebbe arrivato, non inseguendo gli eventi, ma precedendoli. Per questo il suo celebre gesto di chiamare il fuorigioco non era un artificio tattico, era piuttosto una forma di estrinsecazione anticipatoria. Attraverso il braccio alzato non stava chiedendo l’intervento dell’arbitro, quanto certificando che lui aveva già visto quello che gli altri avrebbero osservato e capito un secondo dopo.

Persino il suo modo di difendere era anti-epico. Achille costruisce la propria gloria lasciando dietro di sé cadaveri, Baresi costruiva la propria leggenda lasciando dietro di sé… Nulla. L’azione moriva prima di nascere, il centravanti non arrivava mai al tiro, il dribbling non avveniva, il pericolo evaporava. Il capolavoro di un difensore è l’assenza.

E forse nessuno, nella storia del calcio, ha saputo fare dell’assenza  – cioè di una categoria di per sé vuota – uno spettacolo come Franco Baresi.

Per questo il suo Milan è stato infinitamente più di una squadra vincente, era un poema epico del quale Arrigo Sacchi ne era il cantore e, con lui, Van Basten il semidio, Gullit la forza, Ancelotti la misura, Maldini la continuità. Ma Baresi ne era il principio ordinatore come Atena nell’Odissea, come il logos nella filosofia greca. Era ciò che trasformava il talento individuale in armonia collettiva finalizzata alla bellezza e alla vittoria, era colui capace di condurre il caos a un ordine umano. Quella linea difensiva agiva sullo spazio con dei sincronismi perfetti, sincronismi di cui lui era il decodificatore e rispetto ai quali istruiva chi, nel corso degli anni, ha avuto la fortuna di giocargli accanto: da Filippo Galli a Billy Costacurta e Paolo Maldini, tre campioni che, affiancandolo, hanno di fatto frequentato un master universitario.

Perfino la sua storia in Nazionale sembra seguire la struttura della tragedia classica: Campione del Mondo nel 1982 senza giocare, terzo a Italia ’90, finalista nel 1994 dopo essere tornato da un intervento chirurgico al menisco in meno di un mese, con centoventi minuti straordinari giocati a Pasadena contro il Brasile, prima del rigore alto. Un finale apparentemente drammatico, ma che Aristotele avrebbe definito perfetto perché la tragedia non distrugge l’eroe, lo rende umano ed è proprio l’imperfezione a impedire che il mito si trasformi in statua.

Ecco perché Franco Baresi è stato amato anche fuori da Milano, anzi, fuori dal Milan.

Esistono campioni che dividono e fuoriclasse che alimentano rivalità, poi esistono figure che il tifo non riesce più a trattenere dentro i propri confini e Franco appartiene a questa rarissima specie, perché non rappresentava soltanto una squadra, ma un’idea; l’idea che il calcio possa essere intelligenza prima che forza, misura prima che eccesso, eleganza prima che esibizione.

E allora forse il monumento più autentico dedicato a Franco Baresi non è il numero 6 ritirato dal Milan, bensì il fatto che il suo cognome sia diventato una locuzione ripetuta.

Non diciamo soltanto “come Baresi”, diciamo “alla Baresi”, come se il calcio italiano, per descrivere la perfezione di un gesto difensivo, non avesse trovato una parola migliore del nome di un uomo.

Ed è forse questa l’immortalità più alta – in disparte dagli albi d’oro – quella del linguaggio, perché se gli eroi muoiono, i miti, invece, continuano a parlare.

BIO: Giuseppe Vigneri, reggino di nascita e palermitano d’adozione, è allenatore UEFA B.

Dopo una carriera da calciatore in ambito giovanile, inizia ad allenare a soli 20 anni.

Vanta esperienze in vari settori giovanili, anche professionistici, nonché in prime squadre nei campionati di Promozione ed Eccellenza. Sacchiano convinto, crede in un calcio equilibrato, intenso e propositivo.

3 risposte

  1. Bellissimo articolo sul nostro grande Capitano Giuseppe, Chapeau! Le terminologie da te usate con azzeccatissime metaforizzazioni richiamanti l’antico retaggio ellenico, calzano a pennello con le eroiche gesta sportive nonché umane lasciate anzitempo dall’intramontabile Capitano Franco Baresi.

    Buona giornata!

    Massimo 48 ❤️🖤

    1. Grazie molte per gli apprezzamenti, sono lieto di aver reso al meglio l’emozione che mi pervadeva durante la scrittura.

  2. Bellissimo articolo! Sono colpito dal tempismo, quasi “alla Baresi” mi verrebbe da dire, con il quale due eventi attuali (riscoperta dell’epica omerica conseguente al dibattito determinatosi attorno al film di Nolan e celebrazione del nostro Eroe moderno) sono proposti all’interno del blog.
    È molto interessante anche la disamina linguistica.
    Complimenti!

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