C’è qualcosa di strano, e insieme di profondamente intimo, nel provare a raccontare un calciatore che non si è mai visto davvero.
Franco Baresi, per me, è arrivato prima come racconto che come immagine: un nome pronunciato con rispetto, quasi a bassa voce, come si fa entrando in certe stanze della memoria. Era l’icona dei racconti della buonanotte del mio babbo che, privo di una specifica cultura favolistica, riciclava gli highlights del Grande Milan per favorire il mio sonno. Il Capitano era colui che guidava la carica o che salvava, quasi sempre all’ultimo respiro, la propria squadra dal goal.
Solo in età matura sono venute le VHS, i filmati sgranati, YouTube: e lì ho visto che buona parte dei racconti erano veritieri. Un difensore che lasciava agli attaccanti l’illusione del goal, per poi presentarsi un secondo dopo a sottrarglierlo. Un gigante (si fa per dire) di 1.76 che guidava la difesa, con la tempra di chi è signore dello spazio di gioco.
Scrive Beccantini “se Gai (Scirea) era un arcobaleno e un pennello, Baresi era un tuono e un martello”, una descrizione che calza bene per un difensore animato da un furore agonistico che nei contrasti, in particolare quando entrava in scivolata, esprimeva una forza assoluta, necessaria per alimentare la sua leadership in campo ed entrare in connessione con compagni e avversari. Per il sommo Brera aveva un incedere “virile, di una bellezza gladiatoria” quando usciva, a testa alta, dalla difesa, con la fronte alta e i capelli ricci, in disordine, diventati suo tratto distintivo.
La descrizione definitiva del Capitano rossonero la diede, però, un famoso “non addetto ai lavori”: il regista Werner Herzog “Baresi era il migliore quando non aveva la palla perché sapeva leggere il gioco: riusciva a capire quello che sarebbe successo, e non c’è stato mai nessun altro giocatore come lui che ha capito così bene fisicamente lo spazio come è capitato a lui, davvero sensazionale. Mi piacerebbe davvero, nel fare i miei film, essere uno che riesce a capire il cuore dell’uomo e gli spazi come l’Amazzonia proprio come Baresi ha capito il gioco».
La capacità poetica del calcio di Baresi era proprio quel controllo mentale del gioco che si traduceva in una capacità di anticipare le mosse dell’avversario tale da fargli compiere scelte controintuitive, o addirittura sconsigliabili. Non era raro vederlo abbandonare la posizione per uscire sul portatore di palla con il rischio di disordinare la linea difensiva e il sistema di marcature, ma si muoveva con una decisione e una velocità tale che appariva come una forza della natura, che quasi ineluttabilmente avrebbe rubato palla all’avversario.
Il suo approccio al duello individuale era intrinsecamente proattivo; Baresi non amava subire l’iniziativa altrui, ma cercava di imporre il proprio contesto di gioco attaccando la palla prima ancora che l’avversario potesse riceverla o pensare di puntarlo.
Tecnicamente, le sue scivolate erano prevalentemente laterali, eseguite quasi sempre con il piede destro per sbarrare la strada agli esterni o respingere i traversoni, mentre nei tackle in piedi dimostrava una grande efficacia con entrambi i piedi. Nonostante una statura contenuta per un difensore centrale (176 cm), compensava i limiti nel gioco aereo con una straordinaria capacità di leggere le traiettorie, che gli permetteva di intervenire d’anticipo prima che il pallone venisse alzato.
La sua intelligenza tattica lo portava a muoversi costantemente per coprire i terzini, evitando che l’esterno avversario entrasse in area, oppure a posizionarsi strategicamente sul primo palo per proteggere lo scarico verso il limite dell’area. Era un difensore che amava accorciare in avanti, agendo anche molto lontano dalla propria porta. Questa aggressività lo portava a non gradire le fasi passive, ovvero il temporeggiare accompagnando l’uomo; se veniva superato, non esitava a ricorrere a interventi rudi, una necessità che divenne più frequente nella fase finale della carriera per sopperire al calo di esplosività muscolare.
Un tratto distintivo era la sua postura: manteneva il tronco eretto e il corpo rivolto verso l’esterno, una posizione che gli permetteva persino di dare le spalle all’avversario durante il movimento senza mai perdere il contatto visivo con la palla o la percezione delle intenzioni del rivale. “La qualità principale di Baresi è l’accelerazione – raccontava il preparatore atletico del Milan di Sacchi Vincenzo Pincolini – aveva la capacità di arrivare al massimo della velocità in uno spazio veramente esiguo”. Iconico fu il suo recupero su Aguilera, in un Milan- Torino 1-0 del dicembre 1993. La difesa rossonera, a due minuti dalla fine, sbaglia il fuorigioco permettendo all’ uruguaiano di trovarsi da solo davanti a Rossi, ma El Pato, mentre si aggiusta la palla sul destro per calciare, viene recuperato dal numero 6 rossonero che in tackle manda la palla in corner. In pochi istanti e con quattro falcate, Baresi letteralmente divora il timing di Aguilera, annullando il tiro in scivolata, in una giocata che manda San Siro in estasi.
Baresi, da sommo libero, è stato uno dei più grandi convertitori di azioni difensive in offensive di questo sport, non semplicemente appoggiandosi al compagno più vicino, ma contribuendo attivamente alla progressione della sfera.
Fin dal suo debutto, Rivera notò questo e riferì alla Gazzetta del 24 aprile 1978 “Non ha mai avuto il minimo timore… si è mostrato spigliato, spingendosi con sicurezza anche all’attacco”.
Baresiconduceva palla in verticale buttandosi nello spazio libero come se fosse l’idea più semplice e per questo efficace, con gli avversari che ogni volta sembravano spiazzati, quasi come se si trattasse di un evento inaspettato. A tal proposito è iconico il gol al Padova del 1995 dove Baresi buca le spaziature dei biancoscudati in più occasioni, arrivando a tu per tu con Bonaiuti.
Grazie alla sua padronanza degli spazi, In azione di ripartenza Baresi faceva da moltiplicatore di linee di passaggio sia con la palla che senza: quando si ritrovava a gestire direttamente l’uscita palla, in assenza di soluzioni sul corto optava per un lancio diagonale, o in alternativa entrava dentro il blocco avversario in conduzione per attirare su di sé uno o più uomini e liberare un compagno su una linea più avanzata.
Con l’ avvento di Sacchi, Baresi implementa da subito la sua capacità di leggere le situazioni difensive.
La linea a difensiva a zona, guidata da Baresi si muoveva in funzione della posizione palla e non degli uomini, per individuare l’attimo propizio a esercitare la trappola del fuorigioco con la salita contemporanea di tutti e quattro gli uomini. L’ex libero diventa il difensore più forte del mondo, anche perché il sistema nasconde la normalità della sua struttura fisica e ne esalta invece le letture, la velocità e la tecnica.
Il grande Maradona lo omaggerà, alla fine di uno dei tanti duelli di fine anni Ottanta, onorando la sua maglietta: “Questa è di un grandissimo giocatore. Io penso che Franco Baresi sia il massimo come difensore e questo è un ricordo che mi porterò per tutta la vita”.
La sublimazione del Baresi sacchiano, si avrà nella famosa partita di Madrid 1989, racconta Jorge Valdano: “i giocatori del Real Madrid non guardavano i loro rivali e neppure il pallone: guardavano solo Baresi. Così si rispetta un vero capo. Raccontano ancora che ad ogni fuorigioco provocato gli scappava un sorriso”. Il famoso “braccio alzato” fu la sublimazione della difesa a zona all’ italiana, la difesa saliva non soltanto su palla coperta, ma anche su un passaggio laterale o addirittura su palla scoperta: la trappola del fuorigioco si innescava anche quando il portatore di palla aveva superato il centrocampo e avanzava verso la porta per rifinire l’azione. In questo modo si toglieva tempo e spazio all’avversario per ragionare, un po’ come un atleta che corre verso un ostacolo da saltare, che però a sua volta si muove verso l’atleta stesso.
Nella notte di Madrid 1989 il Milan mise ben 27 volte in fuorigioco i Blancos, in epoca nettamente pre Var e di particolare sensibilità degli arbitri nei confronti degli spagnoli.
L’ apoteosi del gioco di Franco Baresi viene espresso nella famosa finale di USA 94. Per capire il modo con cui il Capitano giunge alla finale di Pasadena, vi invito a rileggere l’ articolo di Davide Grassi sempre per questa testata. Il recupero lampo contribuì ad ammantare di una sfumatura epica una partita mostruosa, in cui il Kaiser ha tenuto a galla una squadra stremata accartocciata nella propria metà campo, con chiare difficoltà a distendersi anche perché le due punte, Baggio e Massaro, venivano accompagnate al massimo da un laterale ed erano costrette a mettersi in proprio per guadagnare qualche metro.
I sudamericani hanno controllato per tutti e 120 minuti la palla, piantando le tende nella metà campo azzurra, creando superiorità in zona centrale grazie ai tagli degli esterni Mazinho e Zinho, abili a entrare dentro al campo per poi associarsi agli attaccanti, Romario e Bebeto, che si alternano sul corto e sul lungo per disordinare la difesa.
Malgrado una supremazia tecnica e territoriale così evidente, il Brasile è entrato difficilmente in area proprio perché la linea difensiva guidata da Baresi riusciva a togliere la profondità pur senza schiacciarsi a ridosso dell’area di rigore.
Baresi ha giocato al di sopra di una condizione precaria una partita in cui istinto e razionalità si sono fuse in armonia: contro due degli attaccanti più dinamici del Mondiale, autori di 8 gol complessivi, il Capitano giocò puntando tutto sul dominio dello spazio, accorciando puntualmente su due avversari che in campo aperto lo avrebbero fatto soffrire, e uscendo sistematicamente su palla coperta anticipando i pericoli proveniente dalle fasce. L’esito di quella partita, il finale in lacrime del Kaiser, non cancella nulla di quella epica prestazione. Personalmente considero l’ immagine del difensore “tuono e martello” consolato da Rombo di Tuono, Gigi Riva, come una delle più iconiche della Storia Azzurra.
Quale sarà l’ eredità che lascia Franco Baresi al Calcio?
Certo: il ricordo di un leader silenzioso, capace di ispirare compagni e avversari con i fatti.
Il “Master of the defensive arts”, come scrisse il Times a proposito dei migliori calciatori di sempre; l’esempio di un atleta integerrimo, mai sopra le righe e sempre defilato nel mezzo delle polemiche.
Il Capitano coraggioso, che si fa Bandiera declinando le proposte di Boniperti, Mantovani e gli yen della J League.
Lo sportivo coraggioso che superò, con un carattere di ferro, la setticemia e la rottura del menisco.
Ma soprattutto il difensore italiano che guardò al futuro, che scelse di padroneggiare lo spazio e che difende attaccando, sempre a testa alta. Un uomo che fu l’alfiere più luminoso di una rivoluzione che andrebbe riscoperta, oggi più che mai, per resuscitare il calcio italiano nella sua notte più buia.
Gli antichi credevano che gli eroi, particolarmente valorosi, venissero onorati dagli Dei, al colmo delle loro sofferenze terrene, dalla Catasteresi, la trasformazione in Stelle.
Per questo, amici rossoneri, per continuare ad ammirare Franco Baresi ci basterà scrutare il cielo di San Siro, magari in quelle notti magiche dove il Rosso e il Nero diventa Leggenda.












4 risposte
Ho letto con piacere questo pezzo che trovo tra i più belli e lucidi dei tanti usciti sul nostro Franco Baresi.
Complimenti all’autore, e anche a Filippo Galli per il blog di alta qualità, sportiva e culturale, che ha messo in piedi.
Ciao e Forza Milan sempre
Grazie mille, sono felice del tuo apprezzamento ❤️
grazie!
Complimenti Stefano, articolo pieno di grande passione ed affetto per uno del più forte difensore della storia.
Io, come tanti, ho avuto la fortuna di vivere per intero la carriera di Baresi , frequentando San Siro per anni.
A mio modesto parere, la seconda parte è risultata migliore anche perché (e sottolineo anche) giocava con giocatori di un certo livello.
Ma il primo Baresi si è dovuto arrangiare anche in un “piccolo diavolo” ed è lì che veramente abbiamo ammirato “il Franco Baresi “, un Baresi che ogni tanto sbagliava nelle reazioni (vedi Avellino 4a0), ma che trascinava la squadra da solo (mi viene in mente tra le tante il Milan Juve con Damiani in veste di pugile).
Ma ci sarebbero tante circostanze in cui nel piccolo diavolo, Baresi si caricava la squadra sulle spalle: anche il rigore calciato a Genova, in quella drammatica sfida salvezza del 1982, è un segno di leadership.
Vorrei però dare merito di tutto ciò anche a Gianni Rivera e soprattutto a Nils Liedholm, il quale credette da subito in un 18enne, che avrebbe sostituito senza problemi un buon difensore come Ramon Turone: ecco, Liedholm in quel periodo ebbe il merito di “svecchiare” la squadra del ’77, lanciando diversi giocatori giovani, dei quali Baresi era senza dubbio la Stella.
Quella stessa Stella che oggi possiamo pensare di vedere in Cielo.