C’era un tempo in cui il Mondiale era il luogo delle favole.
La nazionale sconosciuta che sfidava i giganti, il campione che trascinava il proprio Paese contro ogni pronostico, le emozioni imprevedibili che trasformavano una partita in un ricordo collettivo.
Oggi, invece, sembra che qualcosa si sia spezzato.
Il nuovo Mondiale si presenta più grande, più ricco, più globale. Più squadre, più partite, più sponsor, più interessi economici. Ma non necessariamente più emozioni. Anzi, il rischio è che, nell’ossessione per l’espansione e per il business, si stia smarrendo proprio ciò che rendeva unica questa competizione: il suo romanticismo. Le nuove formule privilegiano la quantità rispetto alla qualità. Le partite aumentano, ma l’attesa diminuisce. L’eccezionalità lascia spazio all’abitudine. Quando tutto diventa evento, niente è davvero un evento.
A questo si aggiunge una presenza sempre più invasiva della politica. Il calcio è sempre stato uno specchio della società, ma oggi spesso sembra esserne ostaggio. Dibattiti geopolitici, strategie di immagine, interessi diplomatici e commerciali occupano spazi che un tempo appartenevano alle storie dei calciatori e dei tifosi.
Il risultato è un torneo che sta rischiando di perdere la sua anima.
Non perché manchino i campioni o il talento, ma perché manca quel senso di sorpresa che rendeva il Mondiale diverso da qualsiasi altra competizione.
Le emozioni non si programmano, non si vendono e non si moltiplicano aumentando il numero delle partite.
Forse il problema non è che il calcio sia cambiato. Il problema è che sta dimenticando ciò che lo ha reso universale: la capacità di farci credere, per novanta minuti, che tutto sia possibile. Il Mondiale non ha bisogno di essere il torneo più ricco o quello con il maggior numero di partite. Ha bisogno di essere quello che aspetti per quattro anni e che, quando finisce, ti lascia addosso la sensazione di aver vissuto qualcosa di irripetibile. Oggi, invece, sembra sempre più un prodotto perfetto: impeccabile nell’organizzazione, straordinario nei numeri, ma sempre meno capace di sorprendere. Forse il calcio moderno ha imparato a vendere ogni emozione. Il problema è che le emozioni vere non si acquistano, si vivono. E se un giorno ci ritroveremo a ricordare più il format del torneo che un gol, una favola o una lacrima, allora significherà che il Mondiale non avrà perso solo il suo romanticismo, ma anche una parte della sua anima.

BIO: FRANCESCO FESTA – Taranto, Classe ’92, Match Analyst con formazione ed esperienze lavorative in Italia e all’estero.










