I calci piazzati sono il momento in cui il caos si cristallizza in ordine — e poi esplode di nuovo. Edgar Morin avrebbe riconosciuto in quel secondo e mezzo il cuore pulsante del pensiero complesso.
I. IL MOMENTO FERMO
C’è un istante nel calcio in cui tutto si ferma. Il gioco è sospeso. Il pallone è immobile sul dischetto o al limite dell’area. Due squadre si affrontano in quello spazio ristretto — non ancora con i piedi, ma con la mente, con le intenzioni, con i codici che ognuno porta con sé. È il calcio piazzato. Ed è, nella sua struttura profonda, il laboratorio perfetto del pensiero complesso.
Edgar Morin ha insegnato per un secolo che la realtà non si comprende riducendola alle sue componenti elementari. Non basta sapere quanti giocatori saltano, a che altezza, con quale tempismo. Non basta conoscere i centimetri dell’area piccola o la posizione del portiere. La complessità sta nelle relazioni, nelle retroazioni, negli ordini che emergono dal caos — e poi vi precipitano di nuovo.
Un calcio piazzato è esattamente questo: un sistema complesso che si manifesta in meno di due secondi, perché il pensiero complesso è destinato a collegare quello che, nella nostra abituale percezione, non lo è.
II. LA RIDUZIONE CHE UCCIDE IL GIOCO
Quando si semplifica, si perde.
Il primo errore di chi prepara i calci piazzati con la testa del riduzionista è trattarli come equazioni. Schemi fissi, blocchi assegnati, traiettorie predeterminate. Un giocatore va sul primo palo, uno sul secondo, uno blocca il terzo di sinistra. Schema A, schema B, schema C. Come se il calcio fosse una macchina che risponde sempre agli stessi input con gli stessi output.
Ma le squadre avversarie si adattano. I portieri studiano i filmati. I marcatori anticipano i movimenti. E allora l’organizzazione perfetta — quella che funzionava in allenamento, quella che ogni giocatore conosceva a memoria — si scontra con la realtà dell’organismo vivente che è l’altra squadra.
Morin avrebbe riconosciuto il problema: “già in tempi normali è predominante la conoscenza compartimentata e decontestualizzata.” Nel calcio piazzato riduzionista, si compartimenta. Si divide in compiti. Si decontestualizza il giocatore dall’interazione reale. E ci si stupisce quando lo schema non funziona. Ricordiamoci sempre che la divisione tra le discipline svuota l’umanità della sua complessità e sostanza. Lo stesso vale per ogni sistema vivente, incluso quello di undici, ventidue giocatori in campo.
III. I SETTE PRINCIPI DI MORIN APPLICATI NEL CALCIO PIAZZATO
Il metodo come guida per chi prepara i set piece.
Morin ha identificato sette principi del pensiero complesso. Ognuno di essi trova una traduzione diretta nel modo in cui un allenatore può — e deve — leggere, preparare e adattare i calci piazzati.
01
Principio sistemico
Il calcio piazzato non è la somma dei movimenti individuali. È il sistema delle relazioni tra quei movimenti: chi blocca, chi taglia, chi aggancia, chi finge. L’insieme emerge dalla rete, non dalle parti.
02
Principio ologrammatico
Ogni giocatore contiene il codice dell’intera azione. Se un terzino capisce solo il proprio compito e non la logica collettiva, il sistema si inceppa nel momento in cui lo schema viene alterato.
03
Principio del feedback
Le retroazioni sono continue: la posizione del portiere cambia la traiettoria, il movimento del marcatore cambia il taglio, il taglio cambia la scelta del battitore. Il sistema si auto-regola in tempo reale.
04
Principio dialogico
Ordine e disordine coesistono. Uno schema fisso crea ordine — ma il suo valore sta nel disordine che genera nella difesa avversaria. Chi sa abitare quella tensione vince la battaglia prima del fischio.
05
Principio auto-organizzativo
Le squadre più evolute nei calci piazzati non eseguono: decidono. I giocatori leggono la situazione in tempo reale e modificano il pattern. L’organizzazione emerge dall’interno, non solo dall’esterno.
06
Principio ricorsivo
Ogni set piece produce esperienza che modifica il set piece successivo. La squadra che impara dai propri calci piazzati falliti — analizzando le retroazioni — è quella che migliora più rapidamente.
07
Principio dell’incertezza — il più importante
L’incertezza non è un difetto della preparazione. È una componente strutturale del calcio piazzato. Il battitore può sbagliare. Il vento può deviare la traiettoria. Il marcatore può anticipare il taglio. Un allenatore che prepara i calci piazzati come se l’incertezza fosse eliminabile sta costruendo su sabbie mobili. Il pensiero complesso insegna che bisogna invece progettare sistemi che funzionino dentro l’incertezza, non nonostante essa.
IV. L’UOMO SAPIENS E DEMENS IN AREA DI RIGORE
Razionale e irrazionale nello stesso istante.
Morin ha definito l’essere umano come simultaneamente sapiens e demens: capace di calcolo razionale e insieme dominato da emozione, istinto, paura. Non c’è luogo nel calcio in cui questa dualità si manifesti con più forza che nell’area di rigore durante un calcio piazzato.
Il difensore ha memorizzato lo schema avversario, sa che il numero nove taglierà sul primo palo, ha ricevuto indicazioni precise dal suo allenatore. Ma quando la palla vola e il corpo del marcato si muove, interviene il demens: il corpo anticipa, l’istinto prevale sul piano, la tensione muscolare decide prima del cervello conscio.
È per questo che i migliori specialisti dei calci piazzati — da Gianni Vio a Arrieta — hanno sempre lavorato non solo sugli schemi ma sulla psicologia e il tempo del momento. Non basta sapere cosa fare. Bisogna essere in grado di farlo quando il corpo vuole fare qualcosa di diverso.L’uomo è contemporaneamente sapiens e demens: una creatura capace di ragione e calcolo razionali ma anche di profondamente emotiva, istintiva e irrazionale.
V. DALLA TEORIA ALLA PRATICA
Morin in panchina: una matrice operativa.
Come si traduce concretamente il pensiero complesso nella preparazione dei calci piazzati? Questa matrice mette in relazione gli errori riduzionisti più comuni con l’approccio che Morin avrebbe suggerito.
| VARIABILE | APPROCCIO RIDUZIONISTA | APPROCCIO COMPLESSO (MORIN) |
| Schema | Fisso, memorizzato, applicato meccanicamente | Adattabile: il giocatore legge il contesto e modifica il pattern in tempo reale |
| Analisi avversario | Statistica descrittiva: quante volte il portiere va sul primo palo | Analisi sistemica: come la difesa si auto-organizza, quali retroazioni produce |
| Allenamento | Ripetizione dello schema fino alla memorizzazione | Variabilità intenzionale: allenare anche lo schema che si rompe, la gestione dell’imprevisto |
| Errore | Causa: il giocatore non ha eseguito correttamente | Retroazione: l’errore è informazione sul sistema, non sul singolo individuo |
| Ruoli in area | Compartimentati: ognuno ha il suo compito, non interferire | Ologrammatici: ogni giocatore comprende il senso dell’intera azione |
| Incertezza | Da eliminare attraverso maggiore precisione dello schema | Da abitare: il sistema deve funzionare dentro l’incertezza, non nonostante essa |
| Comunicazione | Top-down: l’allenatore assegna, il giocatore esegue | Dialogica: il giocatore porta esperienza, l’allenatore integra e rilancia |
VI. LA TERRA – PATRIA E LO SPOGLIATOIO
L’etica planetaria come metafora di squadra.
C’è un’ultima suggestione che Morin porta al mondo del calcio, e che riguarda i calci piazzati in modo indiretto ma potente. Morin chiedeva agli esseri umani di riconoscersi “figli e cittadini della Terra-Patria”: non come metafora buonista, ma come riconoscimento strutturale di un destino condiviso che nessuno può abitare da solo.
Uno spogliatoio funziona allo stesso modo. E i calci piazzati — quel momento in cui il collettivo si esprime nella sua forma più organizzata — sono la cartina di tornasole di quanto una squadra si senta davvero comunità di destino. Non undici individui con undici compiti assegnati, ma un organismo che si muove insieme perché ha interiorizzato un senso condiviso.
Le squadre che segnano di più sui calci piazzati — e le analisi di questi ultimi dieci anni di calcio europeo lo confermano — non sono necessariamente quelle con gli schemi più raffinati. Sono quelle con la più alta coesione interna, con la più profonda fiducia reciproca, con la capacità di adattarsi insieme quando lo schema si rompe. La fraternità deve diventare un obiettivo condiviso senza cessare di essere il mezzo per raggiungerlo: è il percorso stesso dell’avventura umana e di ogni autentica impresa collettiva.
EVOLUZIONE DEI CALCI PIAZZATI — LETTURA COMPLESSA
- Anni ’70–’80 — La fase riduzionista
Schema fisso, ruoli rigidi, ripetizione meccanica. Il calciatore esegue. Il pensiero sta in panchina.
- Anni ’90 — Le prime retroazioni
Gli allentori introducono la sincronizzazione come sistema vivente. I calci piazzati difensivi e offensivi diventano organismo, non muro.
- Anni 2000 — La data revolution
Le prime analisi video sistematiche. Si comincia a mappare i pattern difensivi avversari. Primo passo verso la complessità, ma ancora con logica riduzionista: più dati, stesse categorie.
- Anni 2010 — Set piece coaching
Nasce la figura del set piece coach. L’approccio diventa sistemico: si lavora sull’intera catena causale, non solo sul battitore.
- Anni 2020 — L’auto-organizzazione
Le squadre più avanzate sviluppano sistemi che si adattano durante l’azione. Il giocatore non esegue: decide. Il sistema è vivo.
- Oggi — La sfida della complessità
Dati, intelligenza artificiale, analisi predittiva. Il rischio è tornare al riduzionismo in forma tecnologica: più variabili, stessa struttura di pensiero. La risposta di Morin: connetterle e non sommarle.
CONCLUSIONE
Negli ultimi anni ho avuto l’opportunità di sviluppare una nuova metodologia sia sui calci piazzati che sui movimenti offensivi, basata sulla complessità. Un percorso iniziato nel settore giovanile del Cagliari Calcio, proseguito al fianco di Max Canzi a Pontedera e successivamente portato avanti in autonomia dopo il suo approdo alla Juventus Women.Questo lavoro ha contribuito a raggiungere alcune delle migliori performance realizzative sia sui calci piazzati che sui gol fatti della Serie C nelle ultime stagioni, accompagnando il Pontedera al record storico di reti segnate e contribuendo alla costruzione di uno degli attacchi più prolifici della categoria, esperienza poi arricchita ulteriormente nel percorso con il Cosenza come uno dei migliori attacchi di tutta la serie C e di gol segnati su calcio piazzato..
La vera svolta non è arrivata da nuovi schemi è arrivata da un nuovo modo di guardare il gioco.L’incontro con il pensiero di Edgar Morin mi ha portato a superare una visione riduzionista dei calci piazzati, fatta di movimenti prestabiliti, percorsi obbligati ed esecuzioni meccaniche.
Ho iniziato a considerarli per ciò che realmente sono: sistemi complessi viventi. Non più giocatori che eseguono, ma giocatori che leggono, non più organizzazioni rigide, ma organizzazioni che apprendono.
Non più la ricerca della soluzione perfetta, ma la costruzione di contesti capaci di generare continuamente nuovi contesti imprevedibili e nuove soluzioni.
Nel secondo e mezzo che separa il fischio dell’arbitro dall’impatto del pallone con la rete — o con il petto del portiere, o con la traversa, o con il vuoto — si concentra tutto ciò che Morin ha insegnato in un secolo di vita e di pensiero.
La complessità non è complicazione, non significa aggiungere variabili fino a rendere tutto incomprensibile, significa riconoscere che un sistema vivente — una squadra, un’area di rigore, una relazione tra undici giocatori e undici avversari — non si comprende scomponendolo nelle sue parti.Si comprende Abitandolo, Ascoltandolo, Osservando le relazioni che lo attraversano.
Edgar Morin è vivo nel calcio ogni volta che un allenatore smette di cercare la soluzione definitiva e inizia a costruire sistemi capaci di apprendere, ogni volta che un giocatore legge invece di eseguire, ogni volta che una squadra vede rompersi uno schema e, senza istruzioni, trova una nuova soluzione.
Perché il vero vantaggio competitivo non è possedere lo schema perfetto, ma è costruire una squadra capace di adattarsi, apprendere ed evolvere dentro l’incertezza, è proprio in quella frazione di secondo, quando il piano incontra l’imprevisto, che nasce il calcio più autentico.
Ed è lì che il pensiero complesso diventa gioco

BIO: DANIELE ZINI
Nato a Pisa il 14 giugno 1973 e residente a Cucigliana (PI), ha ricoperto ruoli chiave in club di prestigio. Dopo aver allenato le formazioni Under 15 e Under 17 del Cagliari Calcio, è stato Responsabile della Formazione e Metodologia del Settore Giovanile del club sardo. Attualmente, dal 2022, è allenatore in seconda dell’U.S. Città di Pontedera in Serie C, con un focus specifico sui calci piazzati, settore in cui la squadra ha ottenuto dati interessanti, dove il Città di Pontedera, risulta essere una delle migliori squadre per media realizzativa su palla inattiva. Dei 33 gol segnati in queste prime 24 partite, ben 14 sono arrivati da situazione di calcio piazzato, sia su prima che seconda palla o ripartenze preventive.
Il percorso formativo è di alto livello: dopo aver conseguito il Diploma UEFA B, si è classificato 1° al Corso di Primo Livello di Futsal e, nel 2017, tra i migliori al Corso UEFA A a Coverciano. Nel corso della sua carriera ha lavorato nei settori giovanili di Pisa Calcio, Empoli Fc e Città di Pontedera, ricoprendo ruoli di grande responsabilità. È stato Responsabile e Direttore Tecnico del Settore Giovanile del Pontedera,
Responsabile delle Società Affiliate dell’Empoli Fc. Oltre alla carriera sul campo, ha realizzato una pubblicazione sulle “Attivazioni tattico-tecniche”, tradotta anche in lingua inglese, che ha ottenuto un grande successo, diventando un best seller nelle librerie specializzate online.










