L’Algeria arriva al Mondiale con quella strana sensazione che accompagna spesso le squadre nordafricane di talento: può fare molto bene oppure sfasciarsi da sola repentinamente. È una nazionale dal potenziale evidente, piena di giocatori tecnici, rapidi, cresciuti nei campionati europei, ma che negli ultimi anni ha alternato fiammate importanti a crolli quasi incomprensibili. In Africa, i Fennec continuano a essere percepiti come una potenza naturale. Hanno vinto la Coppa d’Africa nel 2019 con una squadra feroce e compatta, hanno sfiorato Qatar 2022 uscendo soltanto all’ultimo respiro contro il Camerun, eppure hanno anche collezionato fallimenti pesanti, come le due eliminazioni premature nelle ultime edizioni della Coppa d’Africa.
Il Mondiale americano sarà il quinto della loro storia ma il primo dopo Brasile 2014, l’ultima volta in cui l’Algeria diede davvero l’impressione di poter entrare stabilmente in una dimensione internazionale superiore. Quella squadra trascinò la Germania ai supplementari negli ottavi, facendo soffrire i futuri campioni del mondo molto più di quanto racconti il risultato finale.
Da allora il calcio algerino ha continuato a produrre talento quasi in automatico, soprattutto grazie alla diaspora francese. Milioni di algerini vivono in Francia e la nazionale continua a nutrirsi di quella doppia appartenenza culturale. La squadra che vinse la Coppa d’Africa nel 2019 aveva quattordici giocatori nati in territorio francese. E ancora oggi il cuore tecnico della nazionale arriva quasi interamente da lì. Gli unici, tra i potenziali titolari, ad essere nati in patria sono Gouiri e Boudaoui.
In panchina c’è Vladimir Petkovic, tecnico bosniaco naturalizzato calcisticamente svizzero, uno che in carriera ha sempre dato l’impressione di capire molto bene le nazionali. Con la Svizzera aveva costruito una squadra ordinata, difficile da affrontare e capace perfino di eliminare la Francia agli Europei del 2021. Ad Algeri è arrivato dopo il disastro della Coppa d’Africa del 2024, prendendo in mano una squadra emotivamente fragile ma ancora ricca di materiale tecnico.
L’ex allenatore della Lazio parla quasi sempre di equilibrio, concentrazione e soprattutto condizione fisica. Ha detto chiaramente che per andare al Mondiale serve stare bene atleticamente e accettare le regole del gruppo. Non è un dettaglio banale in una nazionale che negli ultimi anni si era spesso appoggiata più al talento spontaneo che alla disciplina collettiva. Il girone non è semplice. L’esordio contro l’Argentina campione del mondo rischia di essere un trauma o una scintilla. Petkovic lo sa benissimo e infatti continua a ripetere che il vero torneo dell’Algeria inizierà contro Giordania e Austria. Il tecnico non nasconde l’ambizione di passare il turno ma è un uomo troppo esperto per non sapere quanto facilmente questa nazionale possa perdere equilibrio emotivo.
Tra i Fennec il talento offensivo abbonda, i giovani stanno emergendo e alcuni veterani sembrano arrivare all’ultimo grande appuntamento con ancora qualcosa da dimostrare. Il vero problema dell’Algeria, oggi, non è davanti ma dietro. E soprattutto tra i pali. Per una nazionale che storicamente ha sempre avuto portieri carismatici, l’eredità lasciata da Rais M’Bolhi è diventata quasi un peso psicologico. Per quattordici anni il numero uno è stato lui: istintivo, teatrale, a volte persino sopra le righe, ma profondamente identificabile con la maglia dei Fennec. Da quando è uscito di scena, l’Algeria continua a cercare un successore senza trovarlo davvero.
Petkovic, da allenatore pragmatico qual è, sembra quasi ossessionato dalla questione. Anthony Mandrea pareva il designato naturale, ma la retrocessione del Caen nella terza serie francese ha complicato tutto. Il tecnico bosniaco è stato chiarissimo: il portiere della nazionale deve giocare a un certo livello competitivo. Così Alexis Guendouz era diventato improvvisamente il favorito, salvo poi fermarsi per infortunio alla vigilia dell’ultima Coppa d’Africa. E allora ecco spuntare Luca Zidane, figlio di Zinedine e nipote simbolico di quell’Algeria emigrata che continua a dare forma alla nazionale. Però anche lui ha vissuto mesi tormentati tra prestazioni non impeccabili e la frattura della mandibola subita in primavera. Insomma: a poche settimane dal Mondiale, la porta resta un rebus aperto. E nei tornei brevi, si sa, le squadre possono convivere con tanti problemi, ma raramente con un portiere incerto.
Petkovic sembra orientato verso un 4-2-3-1 piuttosto fluido, che in fase offensiva si trasforma facilmente in un sistema molto più sbilanciato. La nuova faccia della nazionale è Ibrahim Maza, berlinese del Bayer Leverkusen. In Germania lo considerano uno dei talenti più raffinati della sua generazione e in Algeria lo hanno già ribattezzato “Mazadona”, soprannome inevitabilmente eccessivo ma utile a spiegare l’entusiasmo che lo circonda. Maza gioca tra le linee, accelera rapidamente la manovra e soprattutto ha quella leggerezza tecnica che spesso manca alle nazionali africane più fisiche.
Attorno a lui ruoterà gran parte del gioco offensivo. L’ex Roma Houssem Aouar, finalmente libero dalle aspettative francesi che lo avevano accompagnato per anni, agirà da raccordo tra centrocampo e attacco, mentre Boudaoui continuerà a svolgere il lavoro sporco che permette agli altri di brillare. A Nizza lo considerano uno dei mediani più intelligenti della Ligue 1: poco appariscente ma molto utile.
Sulle corsie laterali il peso dell’esperienza ricadrà inevitabilmente su Riyad Mahrez. A trentacinque anni, questo sarà quasi certamente il suo ultimo Mondiale. Petkovic lo ha già mandato in panchina in amichevole contro l’Uruguay per lanciare un messaggio chiarissimo: il nome non basta più. Ma l’ex City resta il giocatore tecnicamente più raffinato della rosa. Anche senza l’esplosività dei tempi di Leicester, possiede ancora un sinistro capace di cambiare l’inerzia di una partita con un solo tocco.
Dall’altra parte attenzione ad Anis Hadj Moussa, ala del Feyenoord rapidissima e piena di fantasia, mentre Mohamed Amoura resta probabilmente l’arma più devastante negli spazi aperti. I suoi dieci gol nelle qualificazioni mondiali raccontano bene quanto questa squadra viva di accelerazioni improvvise più che di dominio continuo del gioco. Dietro, invece, Petkovic si affiderà ancora ai veterani. Mandi e Bensebaini conoscono il calcio internazionale, sanno soffrire e soprattutto garantiscono leadership in una squadra che emotivamente tende ancora a scomporsi quando le partite si complicano. A sinistra Aït-Nouri aggiunge invece spinta e qualità tecnica quasi da ala pura.
L’impressione generale è quella di un’Algeria sospesa tra due generazioni. Da una parte i reduci del ciclo vincente del 2019, dall’altra un gruppo di giovani molto promettenti che però deve ancora imparare a convivere con la pressione. Ed è forse proprio lì che si giocherà il destino dei Fennec.
I convocati
Portieri: Luca Zidane (1998, Granada), Oussama Benbot (1994, USM Alger), Melvin Mastil (2000, Stade Nyonnais).
Difensori: Aïssa Mandi (1991, Lille), Ramy Bensebaini (1995, Borussia Dortmund), Mohamed Amine Tougai (2000, Espérance de Tunis), Rayan Aït-Nouri (2001, Manchester City), Jaouen Hadjam (2003, Young Boys), Rafik Belghali (2002, Hellas Verona), Zineddine Belaïd (1999, JS Kabylie), Achref Abada (1999, USM Alger), Samir Chergui (1999, Paris FC).
Centrocampisti: Nabil Bentaleb (1994, Lille), Ramiz Zerrouki (1998, Twente), Hicham Boudaoui (1999, Nice), Farès Chaïbi (2002, Eintracht Frankfurt), Houssem Aouar (1998, Al-Ittihad), Ibrahim Maza (2005, Bayer Leverkusen), Yacine Titraoui (2003, Charleroi).
Attaccanti: Riyad Mahrez (1991, Al-Ahli), Mohamed Amoura (2000, VfL Wolfsburg), Amine Gouiri (2000, Marseille), Anis Hadj Moussa (2002, Feyenoord), Adil Boulbina (2003, Al-Duhail), Nadhir Benbouali (2000, Győr), Farès Ghedjemis (2002, Frosinone).
CT: Vladimir Petkovic

BIO: VINCENZO DI MASO
Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.
Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia.
Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.
Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.
Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.










