L’ALLENATORE E IL SENSO DEL GIOCO

Il Gioco moderno è sempre più affascinato dall’idealismo. Dalla ricerca del modello perfetto, della struttura ideale, del pressing “giusto” da replicare in ogni contesto. Si progettano sistemi puliti, ordinati, razionali. Si disegnano soluzioni che funzionano sulla lavagna e nei video, spesso lontano dal rumore del campo.

Ma il Gioco reale non vive negli stati ideali. Vive nel disordine,nella variabilità, nell’imprevisto. Vive nella fatica, nell’emotività, nelle relazioni. Vive, soprattutto, nelle persone. Il Gioco non risponde alle astrazioni, risponde alla verità. Alla verità dei giocatori che hai davanti, non a quelli che immagini; alla verità del loro livello energetico, non a quello richiesto dal modello; alla verità dell’ambiente. Per questo il contesto non è un dettaglio da adattare a posteriori.

Molte delle abitudini più diffuse nell’allenamento — l’esporre continuamente l’errore, il sottolinearlo, il correggerlo in modo ossessivo — nascono da una visione rigida del Gioco. Da un’ideologia che ha bisogno di controllo, perché teme l’incertezza. Sono sistemi che appaiono solidi finché le condizioni restano favorevoli, ma che si spezzano quando la pressione aumenta. I principi adattivi, invece, si piegano. Non chiedono ai giocatori di essere perfetti, ma di essere presenti. Non cercano l’esecuzione corretta, ma la risposta adeguata.

Il Gioco non è mai solo ciò che vediamo. Non è una sequenza di movimenti, né un insieme di schemi da applicare al momento giusto. Il Gioco è un sistema vivo, complesso, in continua trasformazione. Cambia con il contesto, con gli avversari, con il punteggio, con le emozioni, con la storia personale di ogni giocatore. Cambia anche mentre lo osserviamo.

Eppure, una delle tentazioni più diffuse nell’allenare è quella di semplificare il Gioco per renderlo controllabile. Dividerlo in parti, isolarne i gesti, prevederne gli esiti. È una tentazione comprensibile: il controllo rassicura, l’ordine tranquillizza, la ripetizione dà l’illusione del progresso. Ma il Gioco non funziona così.

Allenare attraverso il Gioco significa fare una scelta diversa: non ridurre la complessità, ma imparare ad abitarla. Il Gioco non è il risultato dell’allenamento. È il suo motore. In molti contesti l’idea implicita è che prima si “prepara” il giocatore e solo dopo lo si lascia giocare. Come se il Gioco fosse un premio finale, qualcosa che arriva alla fine del percorso. In realtà, è vero l’opposto.

Il Gioco è l’ambiente in cui l’apprendimento avviene. È nel Gioco che il giocatore percepisce informazioni rilevanti, prende decisioni, si adatta, sbaglia,corregge, costruisce senso. È lì che tecnica, tattica, emozione e intenzione si intrecciano in modo inseparabile.

Quando il Gioco viene sostituito da esercizi troppo guidati, ciò che si perde non è solo la libertà. Si perde la qualità dell’apprendimento. Perché si allena l’esecuzione, ma non la comprensione. Il gesto, ma non il perché del gesto.

Allenare attraverso il Gioco significa quindi progettare situazioni che pongano problemi, non soluzioni preconfezionate. Significa creare contesti che costringano il giocatore a leggere, interpretare. Non a ripetere.

Un’idea ancora molto diffusa è che l’abilità sia qualcosa che l’allenatore “trasmette” al giocatore: una conoscenza che passa da chi sa a chi non sa. Ma nel Gioco reale l’abilità non funziona così. L’abilità emerge dall’interazione tra il giocatore e l’ambiente. Non è un oggetto che si sposta, ma un processo che si costruisce nel tempo. Dipende dal contesto, dalla storia del giocatore, dalle relazioni, dalle opportunità che il Gioco offre in quel momento.

Per questo due giocatori possono affrontare la stessa situazione e produrre soluzioni completamente diverse, entrambe efficaci. E per questo il Gioco non può essere insegnato come un manuale di istruzioni. Allenare nel Gioco significa accettare che non tutto può essere anticipato. E che una parte fondamentale dell’apprendimento nasce proprio da ciò che non avevamo previsto.

Molti percorsi di formazione per allenatori sono ricchi di contenuti, idee, modelli, strumenti. Eppure, nella pratica quotidiana, il cambiamento è spesso minimo. Non perché gli allenatori non vogliano imparare. Ma perché la formazione chiede quasi sempre di aggiungere, senza mai chiedere di rimuovere. Nuovi framework. Nuovi linguaggi. Nuovi modelli. Nuove “best practice”. Tutto questo viene sovrapposto a convinzioni profonde che non vengono mai messe in discussione.

Così accade qualcosa di molto comune: gli allenatori partecipano ai corsi, ascoltano, prendono appunti, si riconoscono nelle parole, e poi tornano ad allenare esattamente come prima. Non per resistenza al cambiamento. Ma perché le nuove idee poggiano su una vecchia spiegazione dell’apprendimento.

Da qui nascono molte delle contraddizioni che vediamo ogni giorno:

• allenamenti dichiarati “centrati sul giocatore” costruiti con esercizi rigid e chiusi;

• il “processo decisionale” insegnato attraverso schemi fissi;

• l’“esplorazione” concessa per pochi minuti e subito corretta, diretta, normalizzata.

Il problema non è la motivazione. È un sovraccarico epistemologico: troppe idee nuove applicate a un sistema di credenze che resta immutato. Non si può cambiare il comportamento senza cambiare il modo in cui si interpreta il Gioco.

Il vero sviluppo raramente nasce dall’accumulare. Più spesso nasce dal disimparare, che significa accettare il disagio di dire: “Questo metodo, che per anni mi ha dato sicurezza, oggi non mi spiega più ciò che vedo.” Significa rinunciare a certezze, a procedure rassicuranti, a ruoli chiari. Ed è difficile, soprattutto in sistemi in cui la sicurezza viene premiata più della comprensione.

Ma senza questo passaggio, il cambiamento resta solo linguistico. Cambiano le parole, non le pratiche. Finché la formazione degli allenatori non creerà spazi reali per mettere in discussione:

• cosa intendiamo davvero per abilità,

• come avviene l’apprendimento nel Gioco,

• da dove nasce la fiducia di un giocatore,

continueremo a confondere l’attività con la crescita, la partecipazione con il progresso.

Allenare attraverso il Gioco non è una tecnica. È una scelta culturale. Significa accettare l’incertezza come parte del processo. Riconoscere che non tutto è controllabile, misurabile, programmabile. E comprendere che proprio per questo il Gioco è uno dei contesti più potenti per formare persone capaci di leggere la realtà, adattarsi e agire con senso. Una buona formazione non consiste nel dare più strumenti agli allenatori. Consiste nell’aiutarli a capire perché alcuni strumenti non sono più adeguati.

È lì che inizia il cambiamento vero.

Queste riflessioni, nate dall’esperienza sul campo e da un lungo percorso di studio e osservazione, sono state poi raccolte e sviluppate nel mio libro, L’allenatore e il senso del Gioco, come tentativo di dare forma a un modo diverso di pensare l’allenare, il Gioco e le persone che lo vivono ogni giorno.

QUI SOTTO TROVATE IL LINK PER COLORO CHE FOSSERO INTERESSATI ALL’ACQUISTO DEL LIBRO

https://amzn.eu/d/0a6pQkQy

BIO: Massimiliano Bellarte

Nato a Ruvo di Puglia il 30 novembre 1977, è allenatore e formatore. Ha assunto la guida della Nazionale Lettone di Futsal nel 2024, portandola dall’87° posto nel Ranking FIFA al 52° posto, con la quale ha partecipato ai Campionati Europei 2026. In precedenza ha allenato per 4 anni Nazionale Italiana di Futsal, sia la squadra adulta che quella Under 19. Ha allenato Club a livello internazionale, sia in Italia che all’estero (in Belgio allena gli attuali campioni dell’Anderlecht).

Fa parte dell’Advisory Group di Futsal della UEFA per la quale lavora nel Coaching Programme e come Technical Observer.

Massimiliano ha studiato lingue e parla inglese, portoghese, spagnolo e francese. Ha frequentato Sociologia all’ Universita’ La Sapienza di Roma.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *