FLORILEGIO ROSSONERO

CHE SIA IL 13, IL 16 O IL 18 DICEMBRE, TANTI AUGURI VECCHIO DIAVOLO MILANISTA

Il Milan? Un amore sconfinato che affascina da più di un secolo e un quarto, a partire dal dicembre 1899. Da quando l’inglese Herbert Kilpin, il padre fondatore, scelse i colori sociali: rosso come i diavoli e nero come la paura da incutere agli avversari. C’è anche sangue rossonero nella Grande Guerra del 1914-’18, quello versato, sul Monte Piana, dal tenente Erminio Brevedan. E c’era, in un lager nazista, un uomo che aveva indossato la maglia del Milan: Ferdinando Valletti, piedi da mediano e cuore da fuoriclasse. Quello per la squadra rossonera è un amore che non conosce limiti, capace di resistere a quasi mezzo secolo senza scudetti (1907-1951). In cima alle memorie milaniste c’è l’inimitabile Nereo Rocco, il Paron, la “grande anima rossonera”, c’è la classe immensa di Pepe Schiaffino e Gianni Rivera, il bambino d’oro.

E c’è Renzo De Vecchi, “il figlio di Dio”. Essere milanisti ha significato, nella storia del calcio italiano, avere avuto il privilegio di alzare per primi una Coppa dei Campioni (“Poi Milan e Benfica, Milano che fatica”, canta Dalla nel 1979) e di non rinnegare i colori rossoneri malgrado due annate in serie B. Tifosi che hanno avuto la gioia di ammirare Gren, Nordahl e Liedholm, il trio svedese Gre-No-Li, sintesi della completezza trinitaria trasferita nel piccolo mondo calcistico. Essere milanisti significa aver avuto la sorte di uscire indenni dall’inferno argentino dell’ottobre ‘69. Milanista era Beppe Viola, altissima classe giornalistica, letteraria ed umana, quello che “Baresi è il miglior libero, dopo Freda e Ventura s’intende”. Quanti campioni hanno indossato questa maglia! Marco Van Basten non era solo un attaccante ma una delle meraviglie della storia del calcio, capace di regalare giocate belle come un quadro di Caravaggio.

Impossibile dimenticare “il coast to coast” di George Weah o il “pallonetto ateniese” di Dejan Savicevic: non soltanto gol ma opere d’arte dipinte in un rettangolo di gioco. Nel museo rossonero di tutti i tempi c’è la tripletta di Pierino Prati a Madrid e lo stacco terrificante di Mark Hateley in un derby, la Mitropa Cup vinta contro il Vitkovice, la maglia nera di Fabio Cudicini, quella gialla di Ricky Albertosi e quella verde di Ottorino Piotti, il sorriso sdentato di Joe Jordan e l’eleganza di Angelo Sormani, la solidità di Aldo Bet e Angelo Anquilletti, la tecnica e la velocità di Mora, Cafù e Mauro Tassotti, l’opera sopraffina di Aldo Maldera, i guizzi in zona gol di Virdis, Altafini, Pippo Inzaghi (“l’attaccante dell’estrema frontiera”, Cannavò dixit) e Giroud, la grande bellezza di certe giocate di Kakà, Pato, Ibra, Ronaldinho e Leao.

Non mancano le invenzioni di Pirlo, il tempismo di Sani e Massaro, la corsa di Buriani, Lodetti e Angelo Colombo, la costanza di rendimento di Rijkaard, le chiusure di Schnellinger, Rosato, Malatrasi, Costacurta, Kaladze e Cesare Maldini, i dribbling funambolici di Novellino e Donadoni, gli attimi fuggenti che ha saputo cogliere magistralmente Chicco Evani, i rigori parati a Belgrado da Giovanni Galli e a Manchester da Dida, Andrea Icardi “moto perpetuo” come Massimo Ambrosini, Filippo Galli diventato un grande difensore accanto a Franz da Travagliato, il tuffo di Lupetto Mannari che ammutolisce Stefano Tacconi, il volo decisivo di Abbiati a Perugia, Villiam Vecchi insuperabile a Salonicco, le geometrie di Rasoio Wilkins e Demetrio Albertini, la breve parentesi di Gerets, le meteore Germano e Borghi, la professionalità di Di Bartolomei e il sorriso da uomo mite di Pazzagli.

E ci sono il record di Sebastiano Rossi e la caparbietà di Annovazzi, Desailly, Gattuso e Walter De Vecchi, l’infallibilità dal dischetto di Stefano Chiodi, il “falso nueve” della Stella, Johan Cruijff milanista solo per un tempo, la corsa di Chiarugi, il Cavallo Pazzo di Ponsacco, gli occhi spiritati di Bigon mentre protesta per un gol ingiustamente annullato a Roma dal “tiranno di Siracusa”.

Spuntano Calloni, Biasiolo e la rimonta sfiorata contro l’Athletic Bilbao, l’affidabilità di Panucci, la visione di gioco di Zorro Boban, Rui Costa e Clarence Seedorf. C’è la zona Cesarini illuminata da Leonardo e Ganz, l’imprendibilità di Serginho nel cappotto rifilato ai bauscia, i colpi di testa del teutonico Bierhoff, la pacatezza di Zaccheroni, Rossi che torna Pablito solo in un derby, la palombella di Borgonovo in terra bavarese, il rasoterra di Incocciati che batte il giaguaro e gli occhi della tigre, all’Old Trafford, di Sheva l’ucraino.

Non possono mancare, in questo florilegio attraverso la storia rossonera, il belga Louis Van Hege, antesignano di Nordahl e Van Basten in zona gol, Boffi e le sue folgorazioni realizzative, Ghezzi il kamikaze, Lorenzo Buffon da quarto a primo portiere nell’annata del quarto scudetto e il pestaggio ai danni di Combin.

Non vanno tralasciate le scellerate decisioni di Brozzi e Vigliani a Rio de Janeiro e Bruges, le prodezze tra i pali di Mike Maignan, Tato Sabadini che svetta su Lido Vieri e Mariano Tansini ovvero il primo marcatore rossonero dall’introduzione della serie A a girone unico. Nei ricordi di ogni buon milanista  non  possono  mancare  la  competenza  di Galliani e Ramaccioni, l’attaccamento ai colori sociali di Gianni Nardi, la solida conduzione della squadra di Gipo Viani, il giovane Trapattoni che francobolla Pelè, la maestosità in fase difensiva di Alessandro Nesta, gli scatti di Hamrin e l’irresistibile Gullit, il creolo con le treccine rasta, maramaldo davanti al Pibe de oro che aveva auspicato di non voler vedere una sola bandiera del Milan sventolare al San Paolo nella sfida tricolore d’inizio maggio ‘88.

In una delle sale più belle del Museo del Milanismo si può ammirare Franco Baresi: due retrocessioni, nessun lamento, “linea di condotta combattimento”, dal naufragio di Taranto ‘80 al trionfo di Barcellona ‘89. Il calcio come la vita: solo soffrendo e impegnandosi senza risparmio arrivano i grandi risultati. Nella sala successiva c’è lo spazio dedicato a Paolo Maldini, classe e continuità, forza e fedeltà incessanti verso i colori rossoneri. Con Silvio Berlusconi, Sacchi, Capello e Ancelotti (ottimo anche in campo) è stato facile inebriarsi di Milan.

Ma c’è chi ha tenuto alta la bandiera del Diavolo rossonero anche ai tempi di Blissett, dopo il blackout di Marsiglia, nel pomeriggio della sconfitta interna contro la Cavese o nell’inutile rimonta di Cesena, con lo stupendo assolo di Roberto Antonelli, Dustin,  vanificato  da  una  brutta  faccenda  in  salsa napoletana, in una giornata di fine campionato citata anche in un film di Francesco Nuti (Madonna che silenzio c’è stasera).

Milan è cultura, con tracce indelebili nel cinema d’autore (La voce della Luna di Federico Fellini, La classe operaia va in paradiso di Elio Petri) e nella commedia (Donato, il ras del quartiere interpretato da Diego Abatantuono in Eccezzziunale…veramente, per la regia di Carlo Vanzina, del 1982, o Gli eroi della domenica, di Mario Camerini, uscito trent’anni prima), nella poesia (Alfonfo Gatto), nel teatro con Carmelo Bene (“Con l’arrivo di Capello il Milan vinse così tanto da annoiare persino i milanisti”).

Anche nella letteratura non mancano i riferimenti. Primo Levi cita il Milan nel racconto “Trattamento di quiescenza”, Isacco Nahoum chiama Milan il comandante partigiano protagonista di un suo libro uscito nel 1981, non tralasciando le citazioni rossonere di Fernando Acitelli e la risposta che Luciano Bianciardi diede a Pasolini dopo che quest’ultimo aveva sminuito il Golden Boy: “Dante Alighieri lo aveva previsto settecento anni fa quando scrisse: io vidi lume in forma di rivera”. Antonio Skarmeta, l’autore de “Il postino di Neruda”, parla di Rivera e Schnellinger, il giapponese Kazuo Ishiguro ha incentrato il racconto “Numero Nove” su Van Basten. Il binomio milanismo-letteratura include, a pieno titolo, fuoriclasse della scrittura come Giulio Nascimbeni, Oreste Del Buono e Gianni Brera (“Ho visto l’Inter annichilire sotto le ventate cicloniche rossonere. Dovevamo pur dire al sole giocondo e libero che non vedrà nessuna cosa al mondo maggiore del Milan”).

Non basta aver buttato una Champions League a Istanbul o due scudetti a Verona per perdere la fede nei colori rossoneri. Si è milanisti nella gioia e nel dolore, a prescindere da presidenti, amministratori delegati, proprietari, allenatori e giocatori. Si è rossoneri perché, parafrasando Albert Camus, gran parte di quello che si è appreso dalla vita lo si ritrova nella storia del Milan. Per dirla con Enzo Jannacci, “sarà ancora bello quando ti innamori, quando vince il Milan, quando guardi fuori”.

Nella speranza “che l’oggi restasse oggi senza domani o domani potesse tendere all’infinito”. Essere milanisti è un segno del destino, vuol dire non sopportare sbruffoni e voltagabbana e amare senza limiti i colori rossoneri. E comprendere, in ultima analisi, che il vero milanismo non si misura in titoli vinti ma in passione che è sinonimo di semplicità, la bellezza dell’esistenza, da contrapporre alla complicazione che è, invece, la forma moderna di stupidità, celata sotto una coltre di malafede.

Tratto dal libro “Milan 125” di Sergio Taccone


BIO: SERGIO TACCONE
, Giornalista, classe 1972, scrive per il quotidiano La Sicilia. Ha pubblicato 20 libri su vari periodi della storia del Milan, tra cui Milan 125, Milan Champions e Quando il Milan era un piccolo diavolo. Dirige il portale Storie Rossonere. Co-autore del libro “Ricky Albertosi, romanzo popolare di un portiere”, vincitore del Premio Selezione Bancarella Sport 2020.

2 risposte

  1. Buongiorno Sergio (nome ricorrente da molto generazioni nella mio famiglia), complimenti per la quantità e qualità dell’articolo, soprattutto per aver ricordato i tanti “gregari ” e non soltanto gli “ovvi ” campioni (Rivera, il grenoli, Van Basten ecc.).
    Anquilletti, Biasiolo, Bigon, come altri giocatori di quel periodo, meritavano quei due scudetti rubati (è inutile usare giri di parole).
    Certamente è difficile ricordare tutti: da Trere a Pulisic, passando per Pin Santagostino o lo sfortunatissimo Abdon Sgarbi (per qualità, il Franco Baresi di quegli anni).
    Bellissimi gli accostamenti “brutta faccenda” ( aggiungerei, scritto da Luciano Castellini) o la rasoiata di Peppe Incocciati, sempre a Castellini.
    Aggiungerei il più bel gol degli ultimi 50 anni del Milan (per me): Milan Avellino, Aldo Maldera un vero campione, fuori e dentro il campo.
    Campione di modestia e serietà, sbolognato da Vitali con troppa superficialità.
    Grazie ancora per avermi fatto riaffiorare ricordi belli e meno belli(Taranto ’80 e Cesena ’82).

    1. Grazie di cuore, Gian Paolo. Il gran gol di Maldera all’Avellino c’è (opera sopraffina) … sono lieto che tu abbia apprezzato. Con il Milan sempre nel cuore e nell’anima.

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