La storia di Granit Xhaka e del suo “numero fortunato” è un esempio interessante di come la protezione delle emozioni possa rappresentare un’assoluta priorità nella carriera di un calciatore.
Qualcuno parla al riguardo di superstizione, qualcuno la definisce una pratica molto “balcanica”, quello che risalta è invece un aspetto ben più profondo e che può essere collegato ai rituali pre-partita e ai processi mentali che aiutano gli atleti a performare al meglio.
Il nazionale svizzero di origine albanese, nelle scorse settimane accostato anche al Milan tra i profili compatibili in fase di calciomercato, non ha mai nascosto nel suo quotidiano, la ripetizione di azioni familiari e prevedibili, che come tali potevano aiutare a ridurre l’ansia e a liberare risorse mentali preziose, permettendogli di concentrarsi con maggiore efficacia, sull’esecuzione della performance.
La routine pre-partita, quella che il collega Andrea Ciccone descrive molto finemente come “rituale di attivazione”, può essere vista come un vero e proprio modello neurologico, una sorta di algoritmo che aiuta il cervello del calciatore a entrare in uno stato di massima efficienza. Programmare la propria testa all’insegna della coerenza e della sicurezza, consente al “processore mentale” di trovarsi all’interno di un “territorio” emotivamente più familiare, favorevole e più compatibile con un’idea di comfort all’interno del quale centrarsi sulla fiducia di poter impattare positivamente nel momento presente. Qui e ora: questo è il fermo immagine che i campioni valorizzano per rendere di più.
Nel caso di Xhaka, il suo rituale di indossare la maglia 34, unito al fatto di averlo addirittura tatuato sul collo, può aver creato un senso di controllo e di prevedibilità che si collega agli inizi del talentuoso centrocampista, neo acquisto del Sunderland. Il 34 infatti non era altro che il numero del pullman che, in adolescenza, lo portava ogni giorno agli allenamenti a Basilea. Nella mente del giovane calciatore, dentro a quel mezzo non salivano soltanto il borsone con dentro scarpe bullonate e divisa, ma anche il ben più prezioso carico di sogni, aspettative e speranze in un futuro che era ancora tutto da scrivere. Chissà se il giovane Granit si è mai trovato a visualizzare il proprio esordio in Champions League o a immaginare la prima partita con la maglia della nazionale, con gli occhi chiusi e la musica dell’inno elvetico suonata per lui. Molto probabilmente c’è adesso la consapevolezza che tenere vive quelle emozioni (addirittura Xhaka chiede sempre se il numero di maglia 34 sia disponibile prima di firmare un contratto con un nuovo club) favorisca, ad esempio, la concentrazione prima di un calcio piazzato, o incentivi una più efficiente focalizzazione nella prestazione o migliori la sua visualizzazione prematch.
Di sicuro avere una mente ben allenata, passa anche dal lavoro degli atleti alla definizione di una routine vincente e personalizzata, se non a tratti “meccanica”: non si tratta di scaramanzia dunque, ma di protezione di alcuni momenti chiave, spesso in campo ma alle volte anche fuori. Tutto ciò che dà coerenza, a cominciare dalla propria identità, favorisce e non poco, la definizione e l’autoefficacia che un atleta ha di sé. Non è un processo improvvisato né automatico, spesso si costruisce negli anni e attraverso vicissitudini e circostanze, ma alla lunga “blindare” le proprie emozioni è la primaria modalità di autodifesa a disposizione dell’essere umano.

Bio: Francesco Borrelli è un Mental Coach certificato Acsi – CONI. Oltre alla Laurea in legge presso l’Università degli Studi di Genova, si è formato in PNL attraverso corsi e Master conseguiti nell’ambito di aziende private di cui ha fatto parte. Negli anni ha coltivato la sua passione per lo sport scrivendo per testate giornalistiche liguri, oltre a svolgere il proprio lavoro di consulente d’azienda in ambito bancario. L’attività di Mental Coach lo porta da diverse stagioni ad accompagnare sportivi impegnati a preparare Olimpiadi e Mondiali, oltre a calciatori di tutte le età, agevolandone i rispettivi percorsi e seguendone tutta la trafila giovanile fino all’approdo in prima squadra. Il suo sogno è condividere come Coach il suo ufficio a fianco alla “palestra delle leggende” di Milanello con Ibra.
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