ADDIO SAN SIRO: ECCO PERCHÈ MILAN E INTER DEVONO CAMBIARE CASA.

Ecco perché Milan e Inter devono cambiare casa.

 
Barbara Berlusconi in questi giorni ha parlato di ristrutturazione troppo costosa e quindi “inverosimile”, venendo inelegantemente bacchettata dal sindaco di Milano, Giuseppe Sala: “Lei che ne sa?”. Eppure se di una cosa si è occupata nel suo breve periodo al Milan, è stato proprio il progetto di un nuovo stadio. Tra l’altro, chiunque in questi anni ha detto la sua a proposito di San Siro, ma senza ricevere bacchettate… L’osservazione di Barbara è assolutamente corretta. A cavallo del 2020 e del 2021 ho avuto modo di leggere le relazioni di tecnici, geometri, architetti che arrivavano tutti, nessuno escluso, alla medesima conclusione: il vecchio stadio meneghino purtroppo non è più ristrutturabile, se non venendo abbattuto e ricostruito con dei costi (appunto) insostenibili per l’amministrazione comunale e – allo stesso tempo – incongruente se fatto in comproprietà tra i due club.

Sarebbe un caso unico al mondo, costruire uno stadio nuovo in tandem. Oltre tutto esisterebbe il problema più grande: dove andrebbero a giocare Inter e Milan nel frattempo, cioè nei 2 (verosimilmente 3) anni di lavori?

Non è in alcun modo condivisibile la tesi di Vittorio Sgarbi per cui San Siro andrebbe preservato e casomai ristrutturato, appunto, in funzione “del vincolo monumentale, essendo trascorsi 70 anni dall’ultimo intervento di rilievo nell’architettura dello stadio”.

Non ho mai capito perché non venga tenuta in considerazione la costruzione del 3° anello, ben più recente dei 70 anni, né come San Siro possa essere considerata un’opera d’arte, come tale da conservare a prescindere. Gli inglesi non hanno sollevato (né li ha mai sfiorati) la questione con Wembley o con Anfield Road, così come gli spagnoli con il Santiago Bernabeu: uno stadio, per quanto grandioso, bello, storico, leggendario, è un edificio. Destinato a ospitare eventi sportivi. C’è talento architettonico, arte se volete, ma ben diversa rispetto alle opere conclamate – o che intendiamo tali – e che sono generalmente contemplative, ornamentali, non funzionali: anche una basilica pericolante va abbattuta, se non è rinnovabile. Salvando quadri, statue e mosaici, casomai, che però a San Siro e in nessun altro impianto calcistico hanno alloggio. 

Il Milan è la società che per prima e più a fondo si è impegnata nel cercare una soluzione, la sua soluzione, esplorando le possibilità a Sesto San Giovanni, poi nella zona della Maura. Su quest’ultimo caso vorrei aprire una parentesi: a parte un breve periodo a cavallo degli anni Settanta/Ottanta, ho vissuto tutta la vita a Milano dove sono nato. Avevo sentito parlare della Maura non più di due volte, nominata più che altro per la vicinanza all’ippodromo, ma non sapevo nemmeno dove fosse, con precisione, prima del 2022… Quando invece ho scoperto trattarsi del polmone vitale della metropoli e di un’area intoccabile per le proteste dei residenti (confinanti, per meglio dire, perché la Maura è in gran parte priva di edifici), i quali però non si sono mai lamentati per il degrado che quella zona ha raggiunto a causa di spaccio, prostituzione e sporcizia. 

Dopo di che anche l’Inter ha iniziato il suo percorso, pure in beata solitudine. Entrambe le società oggi hanno proprietà straniere che, come e più di noi, fanno molta fatica a capire vincoli, orpelli, paletti e opposizioni di natura politica, se non per definizione perché appunto appartengono alla burocrazia di partito.

E’ un dato di fatto come in questi anni Sala e la giunta abbiano fatto ostruzionismo, abbiano minacciato, siano ricorsi anche a piccoli ricatti verbali, ma senza mai davvero formulare una proposta alternativa concreta. Lo stesso sindaco, mesi fa, sbottò durante un consiglio comunale: “Continuiamo a dire no, no, no, ma quale soluzione abbiamo in mente? “Il Comune non vuole rinunciare alle decine di migliaia di euro di affitto, ma imporrebbe l’onere dei lavori a Inter e Milan quando – da che mondo e mondo – delle ristrutturazioni necessarie si occupa il proprietario, non l’inquilino.

L’idea di uno stadio di proprietà diviso in due, di fatto una comproprietà, non ha mai minimamente sfiorato il Milan se non di facciata (anche perché l’attuale situazione societaria dell’Inter è complessa, per usare un eufemismo). In realtà Gerry Cardinale sbarcò in Italia e si diresse a Sesto San Giovanni ancor prima che a Casa Milan, dopo di che dirottò su San Donato dove il sindaco ha dato – sin dal primo momento – ampissima disponibilità. Anche le resistenze strumentali ambientaliste e di minoranza sono crollate a San Donato: nel regno degli idrocarburi, vicino di casa dell’aeroporto di Linate e con un’area anche più degradata della Maura, come ci si può opporre a un progetto di respiro come il nuovo stadio del Milan? Che, per inciso, sarà visibile dalla tangenziale est, una delle più trafficate d’Europa, e questo per gli studiosi della materia varrebbe addirittura il 30% in più relativamente al marketing e al merchandising.

Senza contare che tutti i tifosi d’Italia non provenienti da Piemonte, Liguria e casomai Varese e Como, avrebbero due ore di viaggio in meno – tra andata e ritorno – per arrivare dall’autostrada e poi ripartire. Tutto questo ragionamento apparentemente freddo, mi è costato in realtà sangue, anima, perché San Siro è la casa dei calciofili milanesi e la mia da e per tutta la vita.

Avrei voluto anche io che il nuovo stadio del Milan sorgesse in città, ma l’ardore è assai più debole della politica e della sua astrusa, miope visione delle cose di cortile. Anche quando ci costrinsero ad abbattere la casa di campagna dei miei nonni, con la mia famiglia ho sofferto le pene dell’inferno e ho pianto, ma ho dovuto adeguarmi alla realtà dei fatti. Ineluttabile, purtroppo.

 

BIO: Luca Serafini è nato a Milano il 12 agosto 1961. Cresciuto nella cronaca nera, si è dedicato per il resto della carriera al calcio grazie a Maurizio Mosca che lo portò prima a “Supergol” poi a SportMediaset dove ha lavorato per 26 anni come autore e inviato. E’ stato caporedattore a Tele+2 (oggi SkySport). Oggi è opinionista di MilanTv e collabora con Sportitalia e 7GoldSport. Ha pubblicato numerosi libri biografici e romanzi.

5 risposte

  1. e dura rassegnarsi all idea di lasciare San siro soprattutto per chi come me che ha visto come prima partita Milan Bologna scudetto della stella in avanti si e vissuto lì dentro momenti indescrivibili..mah ormai e cambiato tutto e dobbiamo rassegnarci all idea della nuova casa..ma naturalmente con la passione intatta per i colori rossoneri!!

  2. Gentilissimo Serafini, ho visto la mia prima partita del Milan con mio papà in un lontano febbraio del 1983, serie B, Milan Campobasso 0 a 0.
    Sono emotivamente legato a questa struttura .ma penso sia ora di lasciarla andare.
    È vero San Donato, non è Milano ma solo per il fatto che in Italia, dal medioevo, siamo la nazione dei comuni e dei campanili, non siamo in centri certo, ma sfido uno straniero a capire che non siamo nella periferia di Milano.
    Abito a Rogoredo Santa Giulia, il confine comunale è lì, ad un passo, questa cosa che lo costruiranno fuori Milano mi pare più un tecnicismo che la realtà, lo avessero previsto che so, a San Colombano o a Lodi, capirei ma San Donato? In un paese normale San Donato sarebbe da tempo un quartiere di Milano.

  3. Ritengo che il progetto stadio sia imprescindibile per un discorso di crescita che potrebbe portare il Milan al pari delle big europee. La politica è la burocrazia italiana da sempre miopi ed inette dinanzi a progetti che apportano migliorie e progresso credono che stavolta debbano farsi da parte. Il disperato tentativo di Sala lo ritengo ridicolo ed il “minacciare” due società che lautamente sborsano 16 milioni di canone, accollatesi tra l’altro gli oneri delle migliorie apportate allo stadio in questi anni. Società come il tottenham che hanno un centesimo del nostro blasone possono permettersi introiti da stadio cospicui. Ciò che sta accadendo a Milano al pari di ciò che sta accadendo a Firenze ove hanno impedito a Commisso di poter investire nel nuovo stadio , dove Nardella attinge dal PNNR per la ristrutturazione di un Franchi decrepitò ed obsoleto , senza tra l’altro dare una concreta risposta al John di dove la viola possa giocare durante il periodo dei lavori facendo perdere incassi ed introiti , fa capire quanto questa nazione sia poco avvezza al cambiamento ed all’innovazione.

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