L’IMPORTANZA DELLA SCUOLA CALCIO NEL PERCORSO FORMATIVO DEL GIOVANE CALCIATORE. (COSA NON VA…).

Il nostro calcio e’ in crisi? Possibile che un Paese che conti 60 milioni di abitanti, faccia sempre più fatica a produrre/formare calciatori? Possibile che il Portogallo (10 milioni di abitanti), l’Olanda (18 milioni di abitanti) formino più giocatori di noi?

Deve esserci qualche problema.

Il problema sono le scuole calcio in primis, e poi i settori giovanili professionistici.

Realta’ strettamente connesse.

In questo breve articolo parliamo delle scuole calcio.

Tempo fa la LND ha postato sui propri canali social, la percentuale di società di puro SSG e di club dilettantistici: Lombardia e Campania sono rispettivamente prima con il 12,5% e seconda con il 10.9% (pari a quasi 1200 società ), segue il Lazio 9.3%, e via via le altre.

Numeri importanti. Allora perché non riusciamo più a formare calciatori? Ci siamo disinnamorati ? Oppure e’ perché le scuole calcio hanno a cuore soltanto gli aspetti economici, le rette e le quote dei vari tornei?

 Non voglio generalizzare ma, certamente e’ un problema che coinvolge  taluni allenatori.

L’allenatore e’ una figura chiave nella crescita dei ragazzi ma se, anziche’ dedicarsi alla formazione del giovane calciatore, pensa solo a fare più gruppi per assecondare le richieste dei suoi dirigenti con l’obiettivo di incassare piu’ quote d’iscrizione, oppure pensa unicamente alle strategie per vincere e gratificare sé stesso, come possiamo pensare che il giocatore che gli affidiamo riesca a formarsi?

Prendiamo ad esempio un allenatore della categoria U8 : se ai giocatori, anziche’ far loro scoprire diverse zone del campo, far loro scegliere come risolvere la situazione, li costringe in un ruolo gia’ definito, detta lo schema da eseguire, urla se ad un tentativo di dribbling il bimbo perde la palla,  che tipo di percorso sta facendo fare al giovane calciatore? Come crescera’ il nostro giocatore o la nostra giocatrice?

 Questo ragionamento ci porta a fare una riflessione anche su  chi gestisce la scuola calcio, che, a sua volta, anziche’ strutturare un lavoro serio, gratifica l’allenatore vincente perché, vincendo, accresce l’attenzione del pubblico e quindi verso potenziali nuovi iscritti.

 Se le scuole calcio, oppure la stessa Federazione non pone un limite a ciò, avremo sempre piu’ difficolta’ nella formazione di giocatori.

E’ necessario avere dei programmi, o meglio sensibilizzare societa’ e allenatori a proporre programmi formativi.

Purtroppo, gli stessi programmi che la Federazione propone tramite i suoi centri federali, sono seguiti da pochi.

Ne consegue che i Club professionistici selezionino ragazzi molto in ritardo nel percorso formativo, ragazzi che spesso eccellono per la loro fisicita’ che permette loro, in quel momento, di prevalere sugli altri.

Lo scorso dicembre , le varie Leghe hanno comunicato, attraverso i loro siti, la lista degli svincolati. Ebbene, sommando Serie A e Serie C, sono ben 200 i ragazzi svincolati nati nelle annate 2007 e 2008. I dati della serie B non sono stati pubblicati.

Duecento (200) ragazzi sono solo quelli nati negli anni 2007 e 2008, per non parlare degli altri che sono in totale 30 in serie A, 70 in seri B, 338 in serie C, non si sa quanti di questi abbiano poi trovato squadra in un’altra società professionistica.

Fermo restando che, evidentemente i ragazzi non sono migliorati e non hanno raggiunto uno standard che gli permettesse di essere riconfermati, la domanda che ci dobbiamo porre e’: << Li hanno messi nelle condizioni di migliorarsi, di formarsi>>?

In quest’o scenario, gli allenatori, che provano a lavorare in funzione della formazione del giovane calciatore, verranno sempre piu’ messi da parte.

Tutto cio’ mi porta ad una conclusione : Se non si cambia saremo sempre piu’ orientati a guardare fuori dai nostri confini. Vale per gli allenatori che credono nell’importanza di un percorso formativo di qualita’ e vale per la selezione dei giovani calciatori da parte delle societa’ professionistiche.

E’ questo che vogliamo?

9 risposte

  1. Carissimo Filippo Galli.
    Sono uno di quegli allenatori che forse verrà fatto fuori (non so, non credo ci riusciranno perché teng a cap tosta) però posso garantirti che qui nell’isola di Tenerife dove formò giovani dai 5 ai 12 rimarco tutti i giorni esattamente questa linea di condotta. E ti posso garantire che alla lunga i risultati stanno arrivando , purtroppo come giustamente dici tu il risultato prevale rispetto alla formazione perché c’è molta ignoranza, poca lungimiranza e pochissimo amore per i giovani. Spero di poter vedere presto nella nazionale italiana nuovi Roberto Baggio ….

    1. Ciao Gabriele,
      grazie per il commento e soprattutto per una voce positiva e ottimista! Spero tu possa proseguire a lungo portando avanti il tuo lavoro di formazione.
      In bocca al lupo! A presto.

      1. Condivido in pieno quello che dici Filippo . Io sono genitore di un ragazzino di 12 anni . Molto tecnico non ancora alto ,attaccante . Da quando ha 5anni gioca a pallone ha fatto provini dai 6 ai 10 anni in squadre prof , non lo hanno mai preso . Ma io non sono dispiaciuto anzi preferisco che giochi in una squadra dilettante , dico sempre che se continua così quando sarà più grande spero ci sia un opportunità seria , io penso ai settori giovanili di Empoli e Atalanta di cui mi parlano molto bene . Però cosa più importante che lui studi per me .

    2. Buona sera a tutti,non credo che si tratti solo di retta del giovane aspirante calciatore ma credo che bisogna solo andare ad analizzare il perché fino “a ieri” chiunque poteva allenare…..poi c’era lo stesso quello che si informava da solo senza avere patentini ma molte le rarità. Il fatto che oggi ti obbligano ad avere un patentino,ti obbligano a leggere,a sapere,tenerti,anche se non vuoi,aggiornato.ecco che magari tra una decina d anni potremmo vedere più giocatori italiani nelle nostre società italiane….
      Ancora oggi,chi allena i piccoli sento dire,appena passa la metà campo,tira tira che la porta è grande.ah ah ah…poi non c’è un allenamento per il tiro…nei pulcini non vedo un 1 vs 1 neanche a pagare!1 vs 1 si allena lanciando la palla e correre più veloce dell avversario….e su una rimessa laterale?….va beh….sono contento che oggi ci sia un obbiettivo per portare gli allenatori con un minimo di sapere…poi ci sarà sempre quello che potrà andare su di livello o no.
      Però porca miseria se questi patentini costano tanti tanti soldi e ogni anno deve pagare corsi online al prezzo più alto dei territoriali e a volte entrambi non stanno proprio al passo dei tempi…
      Salute a tutti
      Buon calcio ⚽

  2. Mi voglio concentrare sulla scuola calcio e sui ragazzi con meno di 10 anni. Lascio perdere le mie esperienze dirette di allenatore (senza patentino) e di dirigente, ma voglio portare quelle di “nonno”.
    Sotto casa mia c’è un palazzetto con annessi due campi di calcetto e una pista di pattinaggio.
    Il mio secondo nipote (il primo non segue il calcio) vuole giocare a calcio.
    Insieme al padre di mio nipote andiamo alla scuola calcio e iscriviamo il ragazzo con meno di 7 anni.
    La prima cosa che io ho guardato non è stata l’abilità tecnica degli allenatori, ma il clima di educazione che vigeva in quella società. Il profilo era veramente ottimale, conoscevo i proprietari perchè quando erano giovani li ho avuti da avversari (loro all’incirca erano del 1977).

    Poi, mi sono soffermato, nei giorni successivi sulla loro tipologia di lavoro, che ho trovato opportuna, considerando che di quel gruppo di ragazzi (circa una ventina), non più di 6 o 7 avevano prospettive di continuare (non di andare in una società professionistica).
    Mio nipote era discreto e poteva continuare ma dopo tre anni ha abbandonato.

    Ora, se uno fa a tempo pieno una scuola calcio e ci investe tempo e denaro, non può non badare al lato economico della situazione.

    Quindi, nel mio modo di pensare, le scuole calcio pre-pulcini e per me anche fino a primo anno giovanissimi, non possono non guardare al lato sociale e formativo della personalità del ragazzo, più che del calciatore.

    Poi, diventa ovvio, che man mano che si sale di età al scrematura è naturale anche per abbandono.

    Io, ho la fortuna (sfortuna) di avere 77 anni e quindi, di aver vissuto un mondo scomparso in Italia, per la dimensione che ai miei tempi aveva: “l’oratorio”.

    Nell’oratorio si giocava ogni sera, si facevano i campionati interni, per cui tutti giocavano e non c’erano allenatori. I più bravi continuavano a giocare con un pallone per conto loro, perchè la palla non te la passavano.

    Mi limito solo alla mia esperienza personale, dei calciatori che ho incontrato e con cui mi sono scontrato (o mio fratello 9 anni più di me), tantissimi hanno giocato in promozione (non c’era l’eccellenza) e quarta serie. Poi, Salvemini Gaetano (avversario di mio fratello) è arrivato in A come calciatore e allenatore; il fratello Lillino portiere in C nel Martina; Sciancalepore Franco nelle giovanili della Spal (a 16 anni giocava in serie D come titolare); Minervini Sergio (ala punta e poi tornante) è uno dei calciatori che nei primi anni 70 contribuì a portare il Lecce in Serie B.

    Quando giocavamo, ovviamente senza allenatore, non avevamo schemi di gioco, ma quelli fluivano naturalmente poichè ognuno di noi si immedesimava nel calciatore di A e ne imitava i movimenti. Io portiere basso (1,70) imitavo Sarti che era il portiere che non “volava” (solo se strettamente necessario) perchè cercava di trovarsi sempre centrale rispetto all’arrivo della palla.-

    Questo per dire che il paragone con il passato non si può fare. Per dire che le scuole calcio (credo la stragrande maggioranza) non sono rivolte alla creazione di potenziali campioni ma a far socializzare e divertire i ragazzi, compresi quelli che non hanno predisposizione.

    Ciò detto, condivido poi lo scritto dell’articolo, ma riferendolo alle scuole specializzate per “l’agonismo di qualità”; penso da esordienti in poi, dove ovviamente avendo una base di ragazzi già selezionati per giocare al calcio, fermo restando l’educazione, non conta più l’aspetto sociale come dominante del problema, ma quello tecnico nel trattare la palla, nel gestire il proprio spazio e nell’interloquire con i compagni, secondo le direttive dello staff tecnico.

    Qui, sì che i tecnici devono essere non solo preparati ma anche aggiornati. La Federazione in questo senso dovrebbe, al di là del patentino, fornire un aggiornamento gratuito agli allenatori associati, magari facendoli pagare una piccola quota associativa annuale (non so come funziona oggi).

    Cosa che ho detto negli altri post, il vero problema, poi, è quello di avere il coraggio di far giocare in prima squadra, anche a 16 anni tali ragazzi e aumentando la quota di under 18 almeno nei campionati dilettantistici.

  3. Buongiorno Mister D’Aniello ,
    Quello che scrive è corretto e condiviso , lo alleno nella categoria dilettanti presso la soc. La Dominante di Monza , il mio responsabile la pensa allo stesso modo , il nostro lavoro sarà goduto dai Mister delle agonistiche nella crescita del giocatore e a me questo sta bene ma purtroppo c’è’ una terza parte che influenza il percorso del ragazzo ……. I genitori !
    Forse è li che dobbiamo guardare perché appena possono spostano il figlio nella società che vince di più .
    Grazie a Voi per tutto
    Riccardo

    1. Ciao Riccardo, grazie per il tuo contributo.Credo che quando parliamo di genitori non si debba generalizzare e comunque dobbiamo provare a sensibilizzare e a formare tutti sapendo che non tutti saranno ricettivi. Buon lavoro.Ti aspettiamo ancora sul blog.

  4. Ciao Vincenzo, hai centrato il punto quando scrivi che l’allenatore gli detta lo schema da eseguire, e il circolo si innesta lì perché ci sono squadre di bambini che giocando a memoria vincono i campionati, ma di quelli poi non progredisce nessuno. Sono le società che responsabilmente dovrebbero scegliere di puntare alla formazione a scapito dei risultati, della gloria, dei soldi…e non avviene quasi mai.
    Gli schemi a memoria li lasciassero ai grandi, li magari servono, ma li le priorità sono altre (e comunque la storia è piena di squadre meccanizzate i cui giocatori reinnestati in altri contesti non sembravano nemmeno professionisti, tipo l’Unione Sovietica del 88 o la stessa Ajax del 95).

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