QUATTRO GOAL, TRESOLDI, SETTE SCONFITTE E UNA DICHIARAZIONE: ALCUNE RIFLESSIONI

L’Inter cade fragorosamente in casa al cospetto del Brugge, rendendosi protagonista di una disfatta che, inequivocabilmente, suggerisce riflessioni importanti.

1) Ancora una volta, qualora ce ne fosse mai stato ulteriormente bisogno, la brillante, educata, ordinata, pimpante, con evidenza ben allenata, per nulla preliminarmente impaurita compagine belga, ribadisce un concetto che ormai da anni invade qualsivoglia terreno di gioco del Vecchio Continente nei suoi  confini perimetrali: tutte le squadre, da tempo per l’appunto, tentano orgogliosamente e DOVEROSAMENTE di sciorinare la propria identità attraverso  il coraggio della proposta, con la conseguente, implicita, bellezza di esternare ed elevare le fattezze delle proprie capacità individuali e collettive, al fin di rimarcare quanto fondamentale sia nella modernità raggiungere la consapevolezza di volersi concepire sempre alla pari contro chiunque, allontanando l’idea di doversi rivestire aprioristicamente del ruolo di semplici comparse la cui unica dedizione dovrebbe essere quella di limitare i danni e sperare, dopo novanta minuti di sofferenza, di strappare qualcosa per imprecisione altrui, fortuna o altri mezzi poco ortodossi.

Alla stregua del Bodo Glimt, la cui vittoria in quel di San Siro in occasione della gara di ritorno dei playoff della scorsa stagione ebbi modo di definire frutto di una “soave leggerezza”, il Brugge espugna il Meazza rispedendo al mittente le italiche considerazioni di debacle annunciata.

Un atteggiamento dialettico che, al di qua delle Alpi, vige ancora, unicamente, solo per la distorta visione di chi, considerandosi inferiore all’avversario, preferisce essere più o meno espressamente lodato se sconfitto con dignità numerica.

Speculare senza sciorinare calcio e senza innalzare il livello collettivo ed individuale rappresenta oggi (e sempre) soltanto una miserabile, inconcepibile, totale, assenza di mentalità vincente differentemente da tutelare e custodire, specialmente nelle più grandi società: la convinzione della propria forza passa dall’acquisizione della propria storicità e dalla certezza dell’espressione totale delle proprie potenzialità.

Differentemente il destino non può che risultare inevitabilmente avaro di soddisfazioni per chi sceglie, incredibilmente, di restare inferiore a sé stesso.

2) L’Inter incassa la settima sconfitta nelle ultime otto apparizioni continentali (la quarta consecutiva), tutte ovviamente inanellate nella più importante manifestazione europea: Atletico, Liverpool, Arsenal, due volte il Bodo Glimt, Real e Brugge le avversarie contro cui i nerazzurri, osannati ed enfatizzati altrove per motivi differenti, non sono riusciti ad ottenere punti o passaggi del turno.

Le quattro reti subite ieri sera portano a quattordici il computo complessivo di marcature che Bastoni e compagni sono stati mestamente capaci di incassare nelle otto gare sino a questo momento disputate: se in patria ribaltare Napoli e Udinese o agguantare la Roma hanno rappresentato sceneggiature figlie di una sensazione atmosferica diffusa e di un “rispetto” altrui forse oltremodo forzoso, in Europa quella sceneggiatura viene decostruita dall’assenza di quella predisposizione preliminare che spinge i club in Serie A a sminuire inconsciamente la propria consistenza.

3) Tresoldi, dichiaratamente sfegatato tifoso del Milan, è un grande centravanti:oltre a tutto ciò che già nella scorsa annata era stato da lui ampiamente dimostrato, l’attaccante italo/tedesco si sta rendendo protagonista di prestazioni eccezionali sul palcoscenico più imponente e lo sta facendo sfoggiando un repertorio che sembra unire le caratteristiche classiche della prima punta d’altri tempi a scenari doverosamente propri del riferimento offensivo nella strettissima attualità.

Vigile, presente, reattivo, strutturato, opportunista, spavaldo nella consapevolezza delle proprie abilità, glaciale nell’esecuzione, bravo nell’attaccare la profondità e nella coesione con i compagni, intelligente con e senza palla, lodevole nel gioco aereo e forte nei duelli, in possesso di un’ottima pulizia di calcio con entrambi i piedi.

Sa giocare spalle alla porta e possiede un eccellente lettura degli spazi.

Mi sbilancio:per completezza di repertorio e alone vibrazionale di potenzialità apicali sembra superiore a Pio Esposito, bravissimo in alcuni aspetti ma con limiti di diversificazione globalmente più accentuati.

4) In fundo, nessun dulcis:il Napoli cade contro il Villareal e, pur non rendendosi protagonista di una prestazione obbrobriosa al pari di quella volutamente eseguita contro l’ “impareggiabile Arsenal”, il suo allenatore afferma: “se non abbiamo solidità difensiva, siamo automaticamente meno bravi in fase offensiva perché siamo più lunghi e prendiamo le ripartenze. Abbiamo le qualità per segnare, solo che non dobbiamo sbagliare nella situazione, altrimenti COSTRINGIAMO  I DIFENSORI A GIOCARE UOMO CONTRO UOMO”.

Che è la normalità ormai praticamente ovunque da parte di chiunque.

C’è bisogno di aggiungere altro? Se non suggerire al protagonista del punto 4 di ritornare al punto 1?

BIO: ANDREA FIORE

Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito  tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.

Una risposta

  1. Quindi ieri sera a San Siro è stato messo in scena Bertolt Brecht: L’Opera da Tresoldi!
    Gioia e tristezza.

    Gioia evidente nel sapere della débâcle di quelli là; tristezza perché siamo — e non sono il solo a pensarla così — come quelli là negli anni in cui le soddisfazioni europee si limitavano ai nostri [rari] inciampi in «Coppacampioni».

    Come è potuto succedere?
    Credo che una spiegazione la dia tu nel tuo ottimo articolo: «La convinzione della propria forza passa dall’acquisizione della propria storicità e dalla certezza dell’espressione totale delle proprie potenzialità».
    Troppe volte si è creduto che chiunque, indossando la nostra maglia — manco fosse una tutina Marvel: anche lì, a fare il supereroe sono i superpoteri, non la tutina — diventasse necessariamente di levatura superiore e che, comunque, ce la si potesse fare perché colori e blasone meritavano questo o quello.

    E poi prendi gli schiaffi.

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