GIOCATORI DI SISTEMA E GIOCATORI DI CONTESTO

Perché, anziché esclamare «quanto è forte questo giocatore!» non ci chiediamo «perché questo giocatore è così forte?».

La differenza sembra sottile, in realtà, soprattutto quando si parla di scouting, mercato e costruzione di una squadra, può rappresentare il confine tra un investimento riuscito e uno completamente sbagliato. Perché un calciatore non arriva mai da solo. Porta con sé qualità tecniche, caratteristiche atletiche, capacità cognitive, personalità, esperienze. Ma lascia alle spalle anche qualcosa di altrettanto importante: il sistema nel quale ha giocato, gli allenatori che lo hanno guidato, i compagni con cui ha costruito relazioni, il ruolo che gli è stato affidato, gli spazi che ha trovato, i tempi di gioco ai quali si è abituato.

E, ancora, una società, una città, una cultura, una lingua, un ambiente nel quale può essersi sentito a casa. Il rendimento che osserviamo, dunque, non è mai soltanto il prodotto del talento individuale. È il risultato di un incontro. È da questa considerazione che possiamo provare a introdurre due definizioni utili, non scientifiche e nemmeno assolute, ma interessanti strumenti di lettura per chi deve valutare un calciatore: il giocatore di sistema e il giocatore di contesto. Il primo è quello che riesce a esprimere una parte particolarmente elevata delle proprie qualità all’interno di un determinato modello di gioco. Il secondo è quello che trova, oltre al sistema, un ambiente umano, societario e culturale nel quale riesce a esprimersi con naturalezza. Le due categorie, naturalmente, possono sovrapporsi. Anzi, spesso lo fanno.

Pensiamo a un esterno offensivo. Possiede qualità nell’uno contro uno, accelerazione, tecnica individuale e capacità di giocare nell’ultimo terzo. In una squadra che costruisce con pazienza, occupa bene l’ampiezza, gli permette di ricevere isolato contro il terzino e crea per sè le condizioni per attaccare la profondità o puntare l’uomo: quel giocatore può sembrare irresistibile, riceve il pallone nelle zone nelle quali è più pericoloso, ha compagni che gli liberano lo spazio, viene sostenuto da una struttura che gli permette di rischiare. Poi cambia squadra. Il nuovo allenatore gli chiede di venire dentro al campo, di partecipare maggiormente alla costruzione, di difendere basso, di ricevere spalle alla porta. L’esterno non è diventato improvvisamente meno tecnico. Il suo uno contro uno non è scomparso. La sua accelerazione è rimasta quella. Ma sono cambiate le condizioni nelle quali quelle qualità potevano manifestarsi. È qui che il sistema diventa una lente attraverso la quale osservare il talento. Il sistema non crea il talento. Lo amplifica. Allo stesso modo, però, un sistema non adatto può nasconderlo.

Lo stesso ragionamento vale per un centrocampista. Un giocatore può apparire dominante quando viene inserito in una struttura che gli garantisce linee di passaggio costanti, superiorità posizionali e compagni capaci di muoversi in funzione delle sue ricezioni. Può sembrare meno incisivo in una squadra nella quale deve coprire grandi porzioni di campo, ricevere sotto pressione senza adeguati appoggi o interpretare un calcio più diretto. E ancora per un terzino: quanto della sua produzione offensiva nasce dalla sua qualità individuale e quanto dalle combinazioni costruite con l’esterno, la mezzala e il centravanti? Quanto dipende dalla possibilità di arrivare in corsa piuttosto che ricevere da fermo? Quanto dalla struttura che gli permette di attaccare senza lasciare scoperta la propria zona? Sono domande che cambiano completamente la prospettiva. Il calcio, del resto, è uno sport relazionale.

Nessun calciatore gioca realmente da solo. Anche il gesto individuale più spettacolare nasce spesso da una relazione: con uno spazio, con un compagno, con un avversario, con un tempo di gioco. Il talento, quindi, non è soltanto ciò che un giocatore possiede, ma anche ciò che riesce a mettere in relazione con ciò che gli sta intorno. Potremmo chiamarlo talento relazionale. Un giocatore è forte quando sa fare determinate cose. Diventa straordinariamente efficace quando trova una squadra che gli permette di farle con continuità. Ed è proprio qui che si apre una questione che riguarda direttamente il mercato.

Perché quando una società acquista un calciatore, non sta acquistando soltanto ciò che vede nei video, nelle statistiche o nelle partite osservate. Sta acquistando una previsione. Sta cercando di anticipare il futuro. Il problema è che il mercato tende spesso a confondere il rendimento con il valore. Un giocatore segna, crea occasioni, salta avversari, recupera palloni, domina le partite. Il suo valore cresce. Arriva una società disposta a investire una cifra importante e lo porta in un altro ambiente. Poi qualcosa cambia. I numeri diminuiscono, le prestazioni diventano più discontinue, il giocatore appare quasi una versione sbiadita di quello osservato pochi mesi prima. La reazione più semplice è anche quella più superficiale: «Non era così forte». Ma potrebbe essere una conclusione completamente sbagliata.

Forse non è cambiato il talento. È cambiato il luogo nel quale quel talento doveva esprimersi. Possiamo immaginare il valore espresso da un calciatore come il prodotto di diverse variabili: qualità individuali, sistema, contesto, funzione e momento. Non è un’equazione scientifica, naturalmente, ma una chiave interpretativa. Se una di queste componenti cambia radicalmente, anche il risultato finale può essere differente. Ecco perché il vero lavoro dello scouting non dovrebbe fermarsi alla domanda «quanto rende?». Dovrebbe proseguire con una domanda molto più complessa: «Quanto di questo rendimento è trasferibile?». È forse una delle domande più importanti del calcio contemporaneo. Perché un trasferimento è, in fondo, un esperimento. Si prende un giocatore che ha prodotto determinate prestazioni in un ambiente e lo si inserisce in un altro, sperando che una parte consistente di quelle prestazioni lo segua. Ma non sempre accade.

Un calciatore può avere bisogno di ricevere tra le linee e arrivare in una squadra che non occupa quello spazio. Un attaccante può aver costruito gran parte dei propri gol attaccando la profondità e trovarsi in un gruppo che attacca prevalentemente contro difesa schierata.

Un difensore può essere straordinario nella gestione di grandi spazi alle spalle e soffrire invece quando deve difendere dentro un blocco basso. Un centrocampista può essere eccezionale nel giocare a due e avere difficoltà come vertice basso di un centrocampo a tre. Il giocatore non è necessariamente peggiorato. È cambiata la richiesta alla quale deve rispondere. E quando cambia la richiesta, cambia anche la prestazione.

Ma esiste un livello ancora più profondo. È quello del contesto. Un calciatore non cambia soltanto maglia quando viene trasferito. Cambia ambiente. Può cambiare città, lingua, abitudini, cultura, rapporto con i tifosi, pressione esterna. Può cambiare il modo nel quale viene percepito dalla società e dallo spogliatoio. Può passare dall’essere un elemento centrale di un progetto all’essere uno dei tanti giocatori di una rosa costruita con grandi ambizioni. La dimensione umana non può essere ignorata. Non significa giustificare ogni rendimento negativo con le difficoltà di l’adattamento. Significa riconoscere che l’adattamento esiste. Ci sono calciatori che hanno bisogno di tempo per sentirsi parte di una città. Altri entrano immediatamente nella nuova realtà. Alcuni trovano una lingua e una cultura vicine alle proprie. Altri devono ricostruire quasi da zero la propria quotidianità. Alcuni arrivano in un club nel quale l’allenatore parla continuamente con loro, costruisce fiducia, chiarisce il ruolo. Altri possono trovarsi in una società nella quale il progetto tecnico cambia dopo pochi mesi.

Anche questo attiene allo scouting.

Non soltanto osservare ciò che accade sul campo, ma provare a comprendere ciò che può accadere intorno al campo. Il giocatore di contesto è proprio quello che trova una combinazione favorevole di queste variabili. Può essere un talento reale, ma il suo rendimento raggiunge una dimensione superiore perché esiste una compatibilità tra persona e ambiente. E quando sistema e contesto coincidono, può accadere qualcosa di straordinario. Un giocatore trova il proprio allenatore, il proprio ruolo, i propri compagni, il proprio sistema, la propria società e perfino la propria città. A quel punto osserviamo una versione del calciatore che può essere molto vicina al suo massimo potenziale. Ma proprio qui si nasconde il rischio più grande per chi deve acquistarlo. Perché il mercato potrebbe pagare non soltanto il giocatore, ma anche tutto ciò che lo ha circondato.È il prezzo dell’incertezza, Il mercato non compra esclusivamente ciò che un calciatore ha fatto. Compra la probabilità che possa rifarlo.

E questa probabilità non è uguale per tutti. Esistono calciatori nei quali le qualità individuali sembrano sopravvivere meglio al cambiamento. Sono quelli capaci di portare con sé una parte molto consistente del proprio rendimento. Cambiano allenatore, compagni, sistema e campionato, ma continuano a mostrare caratteristiche immediatamente riconoscibili.

È il caso, per certi aspetti, di Khvicha Kvaratskhelia.

Il georgiano rappresenta un interessante caso di studio proprio perché alcune delle sue qualità sono fortemente identificabili: l’uno contro uno, la conduzione, la creatività, la capacità di creare superiorità, l’imprevedibilità, la qualità tecnica nell’ultimo terzo. Il passaggio dal Napoli al Paris Saint-Germain permette di osservare il problema da una prospettiva interessante: quanto di un talento individuale è capace di resistere al cambiamento di sistema e di contesto? La risposta non può essere «tutto».

Nessun calciatore è completamente indipendente dall’ambiente. Anche un talento straordinario ha bisogno di compagni, spazi, tempi e fiducia. Ma esiste una differenza importante tra un giocatore il cui rendimento dipende fortemente da condizioni molto specifiche e uno le cui qualità individuali rimangono immediatamente riconoscibili anche quando cambiano le condizioni. È qui che entra in gioco il concetto di talento trasferibile. Un talento è trasferibile quando una quota significativa delle sue qualità continua a produrre valore anche in ambienti differenti. Non significa che il giocatore farà sempre gli stessi numeri. Significa che possiede caratteristiche difficili da cancellare con il semplice cambio di maglia. La capacità di saltare un avversario nell’uno contro uno, per esempio, è una qualità più trasferibile rispetto a una determinata statistica offensiva ottenuta perché una squadra costruisce sistematicamente situazioni favorevoli per quel giocatore. Un calciatore che segna venti gol non è necessariamente meno forte di uno che ne segna dieci. Ma lo scout deve chiedersi da dove arrivano quei venti gol. Sono frutto della qualità della conclusione? Della capacità di attaccare la profondità? Del sistema? Dei compagni? Dei calci piazzati? Della posizione media? Del volume di occasioni prodotto dalla squadra?

La statistica racconta cosa è accaduto. Lo scouting deve provare a spiegare perché è accaduto. È questa la differenza tra leggere una prestazione e comprenderla.

Il talento di sistema, allora, non deve essere considerato un talento falso. È una definizione che rischia di generare equivoci. Un giocatore di sistema può essere un calciatore eccellente, determinante, decisivo. Può avere qualità straordinarie. Il punto non è stabilire se sia bravo oppure no. Il punto è capire dove e a quali condizioni quelle qualità raggiungano il massimo livello. Un giocatore può valere cento in un determinato ambiente e settanta in un altro senza che nessuno dei due valori sia una menzogna.

Sono due fotografie scattate in luoghi differenti. Per questo motivo, prima di investire milioni in un calciatore, sarebbe necessario provare a scomporre il suo rendimento.

Quanto appartiene alle qualità tecniche? Quanto alle qualità cognitive? Quanto alla struttura atletica? Quanto alla personalità? Quanto al ruolo? Quanto al sistema? Quanto ai compagni? Quanto all’allenatore? Quanto al campionato? E, infine, quanto al contesto?

Una sorta di carta d’identità invisibile del giocatore. Qualità intrinseche, compatibilità con il sistema, compatibilità con il ruolo, capacità di adattamento, trasferibilità delle prestazioni e capacità di inserirsi nel nuovo ambiente. Tutte variabili che dovrebbero entrare nella valutazione prima ancora del prezzo. Perché il prezzo è l’ultima parte del problema, non la prima. Un direttore sportivo dovrebbe poter rispondere a una domanda semplice solo in apparenza: se domani togliessi questo giocatore dal suo attuale sistema, quanto rimarrebbe? E ancora: se cambiassimo allenatore? Se gli togliessimo i due compagni con i quali costruisce la maggior parte delle proprie situazioni? Se lo portassimo in un campionato diverso? Se dovesse vivere in una città nella quale non conosce la lingua? Se il nuovo club gli chiedesse un ruolo differente? Non esistono risposte certe. Ma esistono risposte più o meno approfondite. Ed è proprio questa la nuova frontiera dello scouting: non prevedere il futuro, cosa impossibile, ma ridurre l’incertezza.

In fondo, il calciomercato è una gigantesca operazione di previsione. Si acquistano prestazioni future sulla base di prestazioni passate. Il problema è che il passato non è mai completamente replicabile, perché il luogo nel quale quelle prestazioni sono state prodotte non viaggia insieme al giocatore.

La maglia sì. Il talento sì. Il contratto sì.

Il sistema precedente, invece, rimane dall’altra parte.

E rimangono anche alcuni compagni, alcune abitudini, alcuni automatismi, una determinata relazione con l’allenatore e una certa quotidianità.

Ecco perché forse la domanda più importante che uno scout dovrebbe porsi davanti a un giocatore non è «quanto è forte?», ma «perché è forte?».

Da quella risposta può dipendere un investimento.

E può dipendere anche la costruzione di una squadra.

Perché il talento individuale resta il punto di partenza, ma non sempre è il punto di arrivo. Il calcio crea continuamente ambienti capaci di amplificare, modificare o limitare ciò che un giocatore possiede. Alcuni calciatori hanno bisogno di un sistema per esprimersi al massimo. Altri hanno bisogno soprattutto di sentirsi parte di un contesto. I migliori, forse, sono quelli capaci di attraversare sistemi e contesti diversi mantenendo intatta una parte riconoscibile della propria identità calcistica.

È la differenza tra avere valore e riuscire a trasferirlo.

E allora, quando il prossimo mercato presenterà un giocatore capace di sembrare irresistibile, prima di guardare il prezzo sarà necessario guardare tutto ciò che gli sta intorno.

BIO: Vincenzo D’Aniello è nato ad Aversa (CE) il 25-5-1985 . È in possesso della licenza di allenatore UEFA/B e ha allenato in diverse categorie e in diverse scuole calcio della provincia di Caserta e Napoli. Coach dell’Academy Napoli Futsal 2012.

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