INFLAZIONE DI FORMAZIONE: QUANDO I TITOLI CRESCONO PIÙ DEI RUOLI

C’è un paradosso nel rapporto tra formazione e mercato del lavoro: possiamo aumentare continuamente il numero di persone formate, qualificate e specializzate, ma non possiamo dare per scontato che il mercato sia in grado di assorbire questa crescita attraverso un’espansione equivalente dei ruoli professionali.

È una distinzione fondamentale. Da una parte cresce l’offerta di competenze; dall’altra, la capacità delle organizzazioni di riconoscerle, utilizzarle e trasformarle in responsabilità concrete. Se la prima cresce molto più rapidamente della seconda, aumenta la competizione per un numero sostanzialmente invariato di posizioni.

Il fenomeno è evidente quando una qualificazione, inizialmente distintiva, diventa sempre più comune. Un titolo che rappresentava un vantaggio competitivo può perdere parte della propria capacità di differenziazione quando il numero di persone che lo possiedono cresce più velocemente della domanda associata a quella competenza.

Questo non significa mettere in discussione il valore della formazione. Significa interrogarsi sulla sua efficacia quando viene considerata soltanto dal punto di vista dell’offerta formativa e non anche da quello dell’evoluzione organizzativa e del mercato.

Nel settore sportivo la questione è particolarmente rilevante. Negli ultimi anni sono aumentati percorsi di specializzazione, master, certificazioni e opportunità per acquisire competenze sempre più specifiche. È un segnale positivo di professionalizzazione del settore. Il problema nasce quando questa crescita non è accompagnata da una pari evoluzione delle organizzazioni.

Formare nuove figure professionali significa infatti creare le condizioni perché quelle competenze possano essere utilizzate: ripensare gli organigrammi, ridefinire responsabilità, sviluppare nuove funzioni e riconoscere esigenze che prima non esistevano o venivano gestite informalmente.

Da qui nasce una domanda centrale: la formazione dovrebbe limitarsi a rispondere alla domanda esistente oppure contribuire a generarne di nuova?

La seconda prospettiva è più ambiziosa, ma può produrre maggiore valore nel medio e lungo periodo. Una competenza genera un impatto limitato se viene semplicemente inserita in un ruolo già esistente; può invece modificare un’organizzazione quando permette di affrontare problemi nuovi, sviluppare processi diversi o creare nuove aree di responsabilità.

È la differenza tra formare per occupare i ruoli esistenti e formare per contribuire a crearne di nuovi.

Nel mondo dello sport questo passaggio è particolarmente importante. Le organizzazioni stanno affrontando trasformazioni manageriali, commerciali, digitali e internazionali che richiedono competenze nuove. La loro valorizzazione, però, dipende dalla capacità di riconoscere che alcuni problemi non possono più essere gestiti attraverso strutture e ruoli del passato.

Per questo, quando valutiamo un percorso formativo, dovremmo porci domande che vadano oltre il numero di persone formate, le competenze trasferite o gli attestati rilasciati. Dovremmo chiederci quale trasformazione può produrre nelle organizzazioni e quale nuova domanda professionale può generare.

Il punto, quindi, non è stabilire se ci sia “troppa formazione”. Il punto è capire se l’offerta di competenze cresce insieme alla capacità del mercato di valorizzarle.

Perché se aumentiamo continuamente il numero di persone preparate a svolgere gli stessi ruoli, rischiamo un effetto paradossale: più qualificazione individuale, ma non necessariamente più opportunità complessive.

La vera sfida, soprattutto nello sport, è costruire organizzazioni abbastanza evolute da riconoscere il valore delle nuove competenze e abbastanza innovative da trasformarle in ruoli, responsabilità e opportunità.

Il valore di una competenza, infatti, non dipende soltanto da quanto è difficile acquisirla, ma anche dalla capacità di un’organizzazione di comprenderne l’utilità e trasformarla in valore concreto.

Forse è quindi arrivato il momento di spostare la domanda da “quante persone possiamo formare?” a una questione più complessa: “quali nuove professionalità siamo capaci di creare attraverso le persone che formiamo?”

Questa riflessione nasce dalla mia esperienza e dal percorso di formazione accademica e manageriale maturato nell’industria dello sport. È una prospettiva che mi porta a osservare il settore non soltanto attraverso il tema delle competenze, ma anche attraverso le organizzazioni, i modelli di business, i processi decisionali e la capacità del mercato di trasformare le competenze in valore e opportunità.

Ed è proprio dall’incontro tra queste dimensioni che nasce la domanda che l’industria dello sport dovrà affrontare con crescente attenzione: stiamo semplicemente formando più persone per occupare i ruoli che già esistono, oppure stiamo creando le condizioni perché nascano i ruoli di cui lo sport avrà bisogno domani?

BIO: LUCA LUISI

Professionista del settore sportivo, specializzato in pianificazione strategica, sviluppo degli asset dei club e gestione finanziaria, ambiti in cui ha maturato esperienza anche grazie a un percorso parallelo nel settore creditizio. Laureato in Economia e Direzione d’Impresa con specializzazione in Management dello Sport, ha collaborato con realtà nazionali e internazionali, contribuendo alla crescita e alla sostenibilità dei progetti sportivi. In possesso della qualifica di allenatore UEFA C, ha completato il Master Executive in Management del Calcio organizzato da SDA Bocconi in partnership con la FIGC. Il suo approccio è orientato alla creazione di valore e allo sviluppo strategico dei club. È autore di due pubblicazioni dedicate al calcio e al management sportivo.

Una risposta

  1. Riflessione interessante e molto, molto pertinente!
    Complimenti Luca e grazie per la condivisione !
    Buon lavoro

    Manuel lamecchi

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