Per comprendere lo stato di salute attuale della Lazio, è del tutto impossibile limitarsi al dato puramente tecnico o a quanto ci ha mostrato il rettangolo verde fino alla prima sosta lunga del campionato. La chiave di lettura primaria risiede nella profonda frattura che attraversa la piazza: quella appena trascorsa è stata l’estate del dissenso radicale, culminata in una contestazione aperta, rumorosa e a tratti desolante da parte della tifoseria organizzata e della maggioranza del popolo laziale nei confronti della presidenza guidata da Claudio Lotito, giunta ormai alla ventitreesima stagione al timone del club.
Cortei di protesta per le vie della città, prese di posizione perentorie e un clima di palese disincanto hanno fatto da sfondo a una sessione di calciomercato vissuta per lunghe settimane sotto l’ombra paralizzante di una stasi societaria e di un ridimensionamento tecnico percepito come inaccettabile. La presa di posizione della Curva Nord e degli ultras, manifestatasi anche attraverso forme di sciopero del tifo e con uno stadio Olimpico insolitamente spoglio — appena cinquemila gli abbonamenti sottoscritti, minimo storico dell’era recente — quando non apertamente ostile ai vertici dirigenziali, ha fotografato il punto di rottura definitivo tra il centro di comando dirigenziale ed un corpo sociale che rivendica a gran voce ambizione, trasparenza e rispetto per la propria tradizione ultracentenaria.
L’ingaggio di Gennaro Gattuso come allenatore, subentrato a Maurizio Sarri, destinazione Bergamo, non ha fatto altro che aumentare il malcontento dei tifosi, che rimproveravano alla Società una mancanza di ambizione, anche a causa della clausola prevista per il rinnovo del contratto del nuovo mister. Per il rinnovo, infatti, a Gattuso basterebbe arrivare sopra la dodicesima posizione a fine campionato e l’inserimento di tale clausola automatica è stata vista da parte della tifoseria come una dichiarazione chiara ed evidente del totale ridimensionamento in cui è caduta la società romana, “mettendo le mani avanti” in caso di mancato raggiungimento di un posto in Europa, ritenuto dalla piazza l’obiettivo minimo dopo due anni di assenza.
Il campo, del resto, ha rischiato di tramutare la contestazione ambientale in una crisi irreversibile già a metà agosto. L’esordio stagionale ufficiale all’Olimpico contro il Mantova ha fatto suonare il più sinistro dei campanelli d’allarme: una prova opaca, involuta, segnata da un’inquietante povertà d’idee, ritmi compassati e un nervosismo strisciante che appariva il naturale riflesso del caos extracampo. Quella Lazio era parsa piatta, facilmente leggibile, del tutto incapace di risalire il campo se non attraverso una sterile circolazione perimetrale, e fatalmente esposta alle ripartenze avversarie non appena veniva smarrita la sfera.
Quella serata grigia ha però prodotto l’attesa scossa nell’ultimo scorcio di mercato. La dirigenza, messa con le spalle al muro dal malcontento dilagante e dall’evidente fragilità mostrata dalla squadra, ha piazzato dei colpi capaci di innalzare vertiginosamente il tasso tecnico e la caratura di leadership dell’organico: all’acquisto di Davide Frattesi, che ha esordito proprio contro il Mantova, non riuscendo però a dare la svolta alla partita in cui sperava Mister Gattuso, si sono aggiunti quelli di Josip Šutalo, difensorecentrale nel giro della Nazionale Croata che va a rinforzare, insieme agli svincolati Danilho Doekhi e Diogo Leite (entrambi all’Union Berlin nella stagione 2025/2026), un reparto orfano della coppia titolare dell’anno scorso, Albert Guðmundsson, un vero e proprio jolly offensivo, che nella mente dell’allenatore può fare qualsiasi ruolo dal centrocampo in su, e di Andrea Pinamonti, centravanti di struttura fisica e lavoro sporco espressamente richiesto e fortemente voluto da Gennaro Gattuso per dare un punto di riferimento nell’area avversaria e per colmare le lacune che la coppia Dia-Ratkov avevano evidenziato.
L’impatto sul campionato è stato istantaneo e ben al di sopra di ogni più rosea aspettativa: la formazione biancoceleste ha mutato pelle da un giorno all’altro, inanellando una serie di prestazioni solide e vittorie pesanti che hanno proiettato la squadra verso un avvio di stagione scintillante. Soltanto nell’annata del secondo Scudetto con Sven-Göran Eriksson e nel 2017/18 sotto la guida di Simone Inzaghi la Lazio era riuscita a partire con tale autorevolezza, arrivando alla prima sosta lunga del torneo ancora imbattuta e con già quattro successi all’attivo.
L’innesto simultaneo di Frattesi e Guðmundsson non ha rappresentato un semplice innalzamento qualitativo delle individualità nell’undici titolare: ha letteralmente riscritto i principi di connessione tra i reparti, ridisegnando la geometria delle due fasi e la dinamica delle transizioni.
Sul piano posizionale, l’islandese rappresenta il tassello mancante nella cucitura tra mediana e fronte d’attacco. È quel profilo dotato di spiccate doti tecniche e imprevedibilità nello stretto che mancava del tutto alla rosa della Lazio, sbarcato a Roma con una straordinaria voglia di riscatto personale dopo il complicato biennio trascorso a Firenze. Guðmundsson agisce da connettore tra le linee: sa abbassarsi a ricevere il pallone orientando il corpo prima ancora dell’impatto, elude la pressione con il primo tocco e punta direttamente la linea difensiva rivale, aprendo varchi preziosi per i compagni e offrendo una risalita pulita dell’azione a campo aperto.
Se Guðmundsson garantisce la qualità e l’anarchia controllata negli ultimi trenta metri, l’acquisto di Frattesi — al netto dell’inevitabile fattore sentimentale legato alle sue radici — ha avuto una ricaduta devastante e costante: tre gol nelle prime tre presenze in campionato, che hanno portato in dote ben nove punti alla classifica di Gattuso. L’ex centrocampista nerazzurro è diventato all’istante il motore dinamico e il cursore instancabile dello scacchiere biancoceleste, candidandosi a nuovo simbolo carismatico del ciclo. Alla mediana laziale mancava proprio un incursore con quella determinazione ferina nell’aggredire lo spazio alle spalle della linea difensiva rivale e con il tempismo letale nell’attacco dell’area di rigore.
Il salto di qualità più netto rispetto alla stentata prova di Coppa Italia e alle amichevoli estive si registra tuttavia nella fase di non possesso e di perdita della sfera. Laddove prima la squadra appariva in totale balia delle onde avversarie non appena veniva interrotta la trama di passaggio, oggi l’aggressività immediata in avanti di Frattesi e la schermatura delle linee di passaggio centrali garantita da Taylor consentono di alzare il baricentro di parecchi metri, soffocando le transizioni rivali prima che possano innescarsi e permettendo ai difensori di difendere in avanti con anticipi secchi. Gattuso ha improntato la Lazio su un 4-3-3 con marcature a uomo a tutto campo, i centrali seguono le punte avversarie fino a centrocampo e hanno libertà in fase offensiva quando gli spazi lo consentono. Il gol di Guðmundsson contro l’Udinese (in quella che è probabilmente la prestazione migliore della Lazio finora, per ferocia agonistica mostrata e per tenuta sui 90’) arriva proprio da una proiezione offensiva di Doekhi, che si sovrappone e mette in mezzo l’assist per il gol decisivo.
Nota di merito di inizio stagione va sicuramente data a Christos Mandas, che ha inanellato una serie di ottime prestazioni condite da tre clean sheet e dal rigore parato nell’ultimo turno di campionato contro il Venezia, risultato poi decisivo per permettere di mantenere l’imbattibilità biancoceleste. Dopo una parentesi in prestito al Bournemouth, complice l’addio di Provedel, Mandas è tornato a Roma per giocarsi le sue carte e, per ora, lo sta facendo in maniera egregia, dissipando i molti dubbi che c’erano sul portiere greco.
L’entusiasmo generato da questo avvio travolgente rischia tuttavia di tramutarsi in un’illusione ottica se non analizzato con rigore e lucidità e l’entusiasmo per questo avvio travolgente non deve però trasformarsi in un abbaglio, specie considerando la, probabilmente rilevante, incognita rappresentata dalla sosta per le Nazionali. Un’interruzione così estesa e prolungata nel calendario pone un interrogativo cruciale: sarà un toccasana per consentire a Gattuso di oliare ulteriormente gli automatismi tattici e integrare i volti nuovi potendo lavorare quotidianamente a Formello, o rischierà di spezzare bruscamente l’inerzia psicofisica di un gruppo che stava volando sull’onda dell’entusiasmo e della trance agonistica?
Nel contesto capitolino la memoria richiama inevitabilmente alla mente precedenti recenti: è impossibile non tracciare un parallelo con la prima parte della passata stagione sotto la gestione di Marco Baroni.
Anche quella squadra seppe stupire nei mesi autunnali per brillantezza atletica, verticalità feroce e una serie di risultati nettamente al di sopra delle attese, salvo poi andare incontro a una progressiva e inesorabile involuzione nella seconda metà dell’annata, chiusa tra l’amarezza generale e un piazzamento finale ben al di sotto delle ambizioni europee (a cui si sommò, sportivamente parlando, la psicodrammatica eliminazione all’Olimpico contro il Bodø/Glimt). Il pericolo concreto per una formazione che poggia le proprie fortune sull’impatto dirompente di due singoli e su un equilibrio ambientale ancora precario è proprio quello di ripetersi: spendere ogni residuo di energia finché la condizione fisica dei leader è al picco, per poi pagare un conto salatissimo alle prime assenze o con l’accumularsi degli impegni ravvicinati.
La reale dimensione stagionale della Lazio si deciderà dunque sulla capacità del gruppo di blindare lo spogliatoio dalle scorie della contestazione societaria e sulla continuità del modello tattico. Di certo, a questo collettivo difficilmente tornerà a mancare la ferocia agonistica, come invece era accaduto inspiegabilmente a metà agosto in Coppa Italia: il marchio del suo nuovo allenatore garantisce da solo un livello di carica emotiva costante. Se gli schemi e i movimenti esaltati in queste prime uscite, diverranno patrimonio collettivo e non solo lampi individuali, i biancocelesti potranno davvero imporsi come l’outsider più temibile nella corsa ai piazzamenti europei del campionato.
L’auspicio per una tifoseria ancora lacerata e tormentata tra la gioia del campo e le ragioni della protesta è che questa partenza fiammeggiante non sia l’ennesimo fuoco di paglia, ma la base solida per un epilogo finalmente coerente con la loro instancabile e incondizionata passione.

BIO: MANLIO SANTULLI
Nato e cresciuto a Roma, è un Praticante Avvocato presso il Foro di Roma e Scout per un importante realtà calcistica capitolina. Divide le sue giornate tra i codici e i campi di gioco, cercando di applicare la stessa precisione analitica al diritto ed allo studio del calcio come sistema complesso. Grande appassionato di storia, scrive per esplorare le radici del gioco e le sue evoluzioni ed implicazioni socio-culturali.










