IL PUNTO SULLA SERIE A – INTER: VERTICALE E VERTICISTA

Tredici punti dopo cinque giornate, appaiati alla Roma in testa alla classifica, e in mezzo un 5-3 sull’Udinese che dice più del risultato: è una squadra che, in vantaggio, non ha mai smesso di spingere per il quarto e il quinto gol, e ha lasciato dietro di sé lo spazio che l’Udinese ha usato per segnarne tre. Non è successo per un calo di attenzione. È la fotografia più onesta di un tratto che sta diventando strutturale: l’Inter di Chivu è una squadra offensiva, aggressiva, verticale — ma prima ancora è verticista, nel senso più letterale del termine: ostinata nel non concedersi mai, per nessuna fase di nessuna partita, un livello inferiore al massimo performativo e di classifica.

È quell’ostinazione, non una preferenza tattica, a restringere giornata dopo giornata il numero di soluzioni attraverso cui la squadra costruisce il vantaggio — perché chi non si permette mai di gestire finisce per avere sempre e solo la via più diretta a disposizione. Non è un’obiezione alla verticalità. È l’osservazione che il bisogno di restare sempre al vertice, mai un metro sotto, sta trasformando la verticalità da una delle soluzioni disponibili nella grammatica prevalente del gioco — ciò che un anno fa, in queste stesse pagine, si segnalava come correzione ancora acerba delle inerzie del 3-5-2 di Inzaghi oggi sembra essersi consolidato in una gerarchia nuova.

Per misurare la distanza serve ricordare da dove si parte. Il 3-5-2, mantra dell’Inzaghiball poteva permettersi la pazienza: viveva di un possesso orizzontale, ragionato, manipolativo — non come alternativa alla verticalità, ma come sua preparazione. In una squadra priva di grandi dribblatori, il terzo uomo era uno dei principali meccanismi di progressione: spostamento laterale del pallone, manipolazione del blocco avversario, catene sulle fasce, creazione di linee di passaggio, coinvolgimento sistematico di un giocatore fuori dalla linea di pressione immediata, un peso portato in area che cresceva un passaggio alla volta invece che di colpo. Il possesso orizzontale non era il contrario della verticalità: ne era la preparazione. E prepararsi significa, per definizione, accettare un momento in cui non si sta ancora vincendo la giocata.

Sotto Chivu quel momento si è ristretto fino quasi a sparire. Non è cambiata solo la velocità di circolazione — è sparita la fase in cui la squadra si concede di non attaccare subito il massimo vantaggio possibile. Gli uomini superano la linea della palla con più immediatezza, la profondità si cerca prima e più spesso, il tempo dedicato alla costruzione si è ridotto, e quando la prima soluzione verticale si esaurisce la squadra tende a proseguire l’azione invece di ricostruirla da capo — ricostruire vorrebbe dire, per qualche secondo, rinunciare al massimo. Il risultato è una squadra più offensiva: più ritmo, più uomini coinvolti, più occasioni, più gol.

Ma più offensività non significa più complessità: significa che si è tolta dal repertorio l’opzione di rallentare, e il 5-3 con l’Udinese è il punto in cui quell’assenza smette di essere invisibile. Il caos non è mancanza di organizzazione — è l’effetto collaterale di una squadra a cui manca, per scelta ostinata più che per incapacità, la gerarchia fra il segnare ancora e il proteggere quantogià segnato. E quando quella gerarchia manca, ciò che si vede non sono solo gli spazi concessi in transizione: sono i limiti individuali che un assetto più prudente avrebbe continuato a coprire.

Il caso più esposto è quello di Martínez in porta. Due uscite convincenti contro Napoli e Cagliari, poi un’incertezza nel gioco con i piedi a Madrid e un paio di errori con l’Udinese: nel giro di due settimane si è aperto quello che in altri tempi si sarebbe chiamato «il caso portiere». L’anno scorso quel caso non si è mai aperto, nonostante Sommer costringesse di fatto l’Inter a giocare quasi sempre con l’uomo in meno tra i pali nella fase di costruzione: il suo track record esperienziale bastava a chiudere la discussione prima che iniziasse. È lo stesso meccanismo — l’esperienza come credenziale che sospende la verifica invece di richiederla — che vale per gli allenatori e, si scopre, anche per i portieri: un doppio standard che giudica l’incertezza di un giovane e non l’assenza cronica dello stesso strumento in un veterano. Martínez dovrà mettersi alle spalle queste incertezze il prima possibile, e farlo con la personalità che lo contraddistingue:

uscite alte, comando vocale della difesa, ottima reattività tra i pali sono qualità che vanno ricomposte a piccoli passi, perché l’Inter non può permettersi un punto interrogativo proprio sul suo punto cardine.

Lo stesso schema si ripete, ingrandito, nella retroguardia a tre. L’Inter non ha un vero centrale di ruolo — un guardiano capace di leggere la profondità e chiudere lo spazio prima che diventi un problema — ma diversi giocatori che sono, a seconda dei momenti, registi difensivi o interpreti di spinta. Bisseck è il caso più evidente: le sue percussioni generano pericolo nella metà campo avversaria, complice una sicurezza tecnica nel portare palla che quasi nessun centrale di Serie A possiede, ma è quasi sempre costretto al recupero in extremis quando la fase cambia verso, proprio perché manca chi dovrebbe restare a coprire mentre lui sale. Il risultato è una linea a tre che si ritrova spesso in inferiorità numerica addirittura dentro la propria area — è successo sui gol dell’Udinese, ed è successo sulle occasioni concesse a Madrid.

I calci piazzati a sfavore restano un tema aperto, con una difesa a zona che continua a mostrarsi permeabile. Sono difetti che, più che migliorabili con il lavoro settimanale, sembrano scontare qualcosa di strutturale: una direzione tattica che, invece di nascondere i limiti individuali dietro un impianto protettivo, li mette in mostra.

Il mercato estivo possiamo leggerlo dentro la stessa ostinazione, non a fianco. Curtis Jones arriva in un reparto che aveva già una rosa abbondante per tre posti: non serviva altra qualità, serviva scegliere un centro di gravità, oltre a Mkhitaryan che continua invece a sottrarre minuti alla crescita di Sucic e Stankovic — un’altra decisione rimandata in nome del non voler rinunciare a nulla del livello già garantito. John Stones non va letto automaticamente come un upgrade sulla stagione scorsa, il cui problema reale era il progressivo venir meno delle condizioni di Acerbi, non l’assenza di soluzioni: De Vrij e Akanji le fornivano già. Stones porta palleggio ed eleganza di altissimo livello, alcune caratteristiche accomunabili e probabilmente superiori a quelle di De Vrij — ma considerando anche il peso del suo ingaggio, il profilo ideale avrebbe dovuto unire le due esigenze, difesa dell’uno contro uno su tutto il campo e qualità di costruzione, mentre il centrale inglese non è lui il cardine che alla linea a tre manca, e restano aperti gli interrogativi sulla difesa in spazio aperto, sul contrasto fisico, sull’adattamento specifico al modulo, oltre che ai ricorrenti problemi fisici.

Spence, se gli infortuni glielo concederanno (è arrivato dal Mondiale con un deficit di condizione da smaltire) può non far rimpiangere Dumfries senza esserne una copia. L’esterno olandese ora al Real sapeva offriresoprattutto attacco al secondo palo e conclusione diretta: arriva, colpisce, decide da solo l’esito dell’azione. Spence offre un vantaggio diverso, di catena: conduzione, ricezione fra le linee, capacità di far progredire il pallone con i piedi prima ancora di attaccare la porta. Non è un cambio di interprete sullo stesso ruolo — è una variazione del modo in cui quella corsia produce vantaggio.

Andy Diouf non è la novità di questo mercato: è la novità tattica più interessante, proprio perché non lo è. L’anno scorso la sua presenza sulla fascia era un esperimento sporadico; quest’anno è diventata una collocazione fissa, ed è lì, dentro un singolo giocatore, che si vede in miniatura la stessa ostinazione attribuita alla squadra intera — una soluzione individuale che promette il massimo immediato, e che per questo si consolida in impiego stabile prima ancora di essere pienamente risolta. Il bagaglio tecnico, l’estro, la personalità, la capacità di creare vantaggio con la giocata individuale sono reali.

Lo sono anche i problemi: l’asimmetria di un mancino schierato a destra, il gesto supplementare che gli serve per rientrare, guardare e servire il compagno libero prima di essere aggredito, le letture difensive ancora incerte, il rischio di inconcludenza quando l’iniziativa non premia. La domanda che Diouf pone alla squadra è la stessa che pone il mercato nel suo complesso: l’aggiunta di individualità amplia il repertorio o alimenta ulteriormente il bisogno di risolvere subito, senza attraversare una fase intermedia?

Anche in attacco la squadra paga un prezzo per aver messo da parte la pazienza. Il gol arriva con facilità e le occasioni si moltiplicano, ma sono spesso occasioni sporche, a basso valore atteso: tiri da fuori area, mischie dentro l’area avversaria, giocate complicate che si risolvono più per insistenza che per costruzione. È uno dei prezzi da pagare quando si rinuncia all’orizzontalità: tanta quantità, non necessariamente qualità, nelle azioni che portano al gol. È un lavoro da fare, ed è anche il più semplice da indicare — coinvolgere di più le catene laterali, allargare le difese avversarie, permettere una circolazione del pallone più fluida invece di affidarsi sempre e solo al primo lancio istintivo disponibile. È, in fondo, tornare a usare — non come alternativa ma come preparazione — ciò che il modello precedente sapeva fare e che il nuovo ha messo in secondo piano.

Se di problemi si può parlare, non sono problemi che il campionato possa oggi certificare. In Serie A la latenza delle difese e il livello complessivo del campionato concedono abbastanza margine all’Inter da poter vincere con diversi gol di scarto anche partite in cui vengono giocati a pieno regime 60 dei 90 minuti complessivi, e una squadra che non gestisce mai può permettersi di non gestire e vincere lo stesso: l’Inter ha struttura, qualità, profondità e conoscenze sufficienti per puntare a chiudere il discorso scudetto il prima possibile, e il livello della rosa mostra di avere nelle corde il superamento dei novanta punti. La verifica concreta della gestione arriverà in Champions League, contro avversari capaci di negare sistematicamente la prima soluzione verticale — e a quel punto il numero che conta non è quanti gol l’Inter segna, ma quante alternative diverse trova nei minuti in cui quella prima linea di passaggio resta chiusa, e quanto tiene la retroguardia quando tocca a lei, per una volta, gestire senza il conforto di poter rispondere subito con un altro gol. Il campionato misura l’efficacia. La Champions, contro il livello più alto, misura se la squadra sa ancora fare qualcosa che il verticismo le ha disabituato a fare.

GIANMARCO COMAI

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