I club italiani guardano sempre più spesso all’estero, mentre Serie B, Serie C e Serie D restano bacini ancora poco sfruttati. Eppure proprio da lì, negli ultimi anni, sono usciti diversi giocatori capaci di arrivare fino ai massimi livelli.
Ogni estate il mercato italiano segue più o meno lo stesso copione. Si cercano giovani in Francia, Belgio, Olanda, nei Balcani o in Sudamerica, sperando di trovare il prossimo talento da valorizzare.
Non c’è nulla di sbagliato, anzi. Lo scouting internazionale è ormai fondamentale. Però una domanda viene spontanea: prima di andare così lontano, quanto guardiamo davvero quello che abbiamo in casa?
Serie B, Serie C e Serie D sono piene di giocatori che ogni settimana affrontano partite vere, con punti pesanti, trasferte difficili e tanta pressione. Non è calcio “di passaggio”. È un ambiente che obbliga a crescere in fretta.
Eppure il salto verso la Serie A resta complicato.
Un ragazzo di 21 o 22 anni che gioca da tempo in Serie C viene spesso considerato già “da categoria”. Se invece ha la stessa età ma arriva dall’estero, magari da un campionato meno conosciuto, viene più facilmente visto come un investimento di prospettiva.
È una differenza soprattutto di percezione.
Il giocatore straniero mantiene il fascino del possibile colpo di mercato. Quello che gioca da anni in Italia, invece, sembra quasi essere già stato giudicato. Come se il fatto di conoscerlo meglio rendesse più facile vederne i limiti che non le qualità.
Eppure gli esempi che raccontano il contrario non mancano.
Federico Gatti è probabilmente il caso più evidente. Prima di arrivare alla Juventus ha attraversato Promozione, Eccellenza, Serie D, Serie C e Serie B. Giovanni Di Lorenzo ha fatto una lunga gavetta prima di affermarsi ai massimi livelli. Anche Andrea Cambiaso ha conosciuto le categorie inferiori prima di trovare spazio stabilmente in Serie A.
Sono storie diverse, ma dicono tutte la stessa cosa: la crescita di un calciatore non è sempre lineare.
A volte serve tempo. A volte serve semplicemente giocare.
Ed è proprio questo uno dei vantaggi delle categorie inferiori. In Serie C o in Serie D non si cresce soltanto tecnicamente. Si impara a reggere la pressione, a giocare contro avversari adulti, a conquistarsi il posto e a convivere con partite sporche, fisiche, spesso molto diverse da quelle di un settore giovanile.
Non vuol dire che chiunque faccia bene in C possa diventare un giocatore da Serie A. Sarebbe assurdo. Ma significa che quelle categorie possono formare caratteristiche che, a volte, vengono sottovalutate.
Il vero problema è che in Serie A c’è poco tempo.
Allenatori e direttori sportivi vivono sotto pressione continua. Bastano poche settimane negative per mettere tutto in discussione. Per questo affidarsi a un giocatore proveniente da una categoria inferiore viene visto come un rischio.
È più semplice puntare su qualcuno che abbia già un certo nome o su un giovane comprato con l’idea di valorizzarlo.
E qui nasce una contraddizione interessante.
Le seconde squadre dei grandi club vengono mandate proprio in Serie C per far crescere i giovani e abituarli al calcio professionistico. Se la categoria viene considerata utile per formare i giocatori di proprietà, perché dovrebbe esserlo meno quando si tratta di osservare e acquistare quelli degli altri?
Forse il problema è anche economico.
Nel calcio di oggi non si compra soltanto un giocatore. Si compra anche quello che potrebbe valere tra due o tre anni.
Un giovane straniero può sembrare più facilmente rivendibile, soprattutto se arriva da un campionato seguito dagli scout internazionali. Un giocatore di 23 o 24 anni che emerge in Serie C, invece, viene spesso considerato già vicino al suo limite.
E questo può portare a valutazioni strane.
Si accetta di spendere diversi milioni per un giovane con poche partite tra i professionisti, ma si esita davanti a un giocatore che in Italia ha già accumulato esperienza, minuti e responsabilità.
La Serie B, in teoria, dovrebbe essere il ponte naturale verso la Serie A. In parte lo è, ma negli ultimi anni il sistema dei prestiti ha cambiato molto le cose.
Le squadre della massima serie mandano i propri giovani in B o in C per farli crescere. Il rischio è che queste categorie diventino soprattutto luoghi in cui valorizzare giocatori già appartenenti ai grandi club, invece di essere veri mercati da cui andare a pescare.
Naturalmente nessuno dice che la Serie A debba smettere di comprare all’estero.
Sarebbe una scelta sbagliata.
Il punto è che le due cose potrebbero convivere meglio.
Un club dovrebbe conoscere i migliori giovani dei Balcani, ma anche quelli della Serie C. Dovrebbe osservare un attaccante in Scandinavia, ma sapere anche chi sta facendo bene in Serie B. Dovrebbe guardare al Sudamerica senza dimenticarsi dei giocatori che ha praticamente sotto casa.
Perché forse il problema è proprio questo.
Non è vero che la Serie A non pesca mai dalle categorie inferiori. Lo fa. Ma spesso lo fa quando un giocatore è già diventato troppo evidente per essere ignorato.
La vera sfida sarebbe accorgersene prima.
Perché il prossimo giocatore da Serie A potrebbe non trovarsi a migliaia di chilometri di distanza. Potrebbe essere già qui, a giocare ogni domenica in Serie B, Serie C o Serie D, aspettando soltanto che qualcuno decida di guardarlo con un po’ più di attenzione.

BIO: FRANCESCO FESTA – Taranto, Classe ’92, Match Analyst con formazione ed esperienze lavorative in Italia e all’estero.










