COMPLESSITÀ E IMPREVEDIBILITÀ: PERCHÈ IL CALCIO SFUGGE AI MODELLI DETERMINISTICI

Quante volte ci è capitato di ascoltare interviste di tecnici- ad ogni livello ed in ogni categoria- che tentano di spiegare il calcio (o meglio, di ridurre questo sport) a relazioni di causa-effetto assolutamente lineari e relativamente semplici: una squadra con giocatori migliori, maggiore possesso del pallone ed organizzazione tattica dovrebbe, sul piano teorico, ottenere risultati migliori.

Se questo fosse sempre vero, come facciamo a spiegare, a noi stessi ancor prima che agli altri, il pareggio tra Capo Verde ed Argentina in occasione del campionato mondiale o, andando a memoria, la vittoria della Premier ad opera del Leicester di Ranieri o della Federazione Greca con riferimento al Campionato Europeo del 2004?

Sebbene questi fattori incidano in misura significativa sulla probabilità di successo, l’esperienza di ogni tempo ha dimostrato che essi non sono sufficienti a spiegare in maniera esaustiva ciò che accade nel rettangolo verde. Volendo mutuare una terminologia cara alle scienze fisiche e sociali, il calcio è infatti un sistema complesso, caratterizzato da interazioni continue tra molteplici variabili che rendono impossibile una previsione perfettamente deterministica degli eventi.

Ogni partita nasce dall’incontro di parecchi fattori, giusto per citarne alcuni: qualità tecniche, condizione fisica, stato emotivo, decisioni arbitrali, caratteristiche dell’avversario, ambiente, pubblico, condizioni atmosferiche e dinamiche che cambiano istante dopo istante. Nessuna di queste variabili agisce isolatamente. Al contrario, ciascuna influenza e viene influenzata dalle altre (possiamo dire che il tutto non è la mera somma delle singole componenti, bensì qualcosa di differente e di meno intellegibile), generando comportamenti collettivi che non possono essere compresi osservando esclusivamente i singoli elementi. È proprio questa rete di interazioni a rendere il calcio un esempio emblematico di sistema complesso.

Nei sistemi complessi piccoli cambiamenti possono generare molto diverse. Un controllo orientato eseguito con qualche centimetro di differenza, una pressione portata con mezzo secondo di anticipo o un rimbalzo inatteso possono modificare completamente lo sviluppo dell’azione e correlativamente, della concatenazione degli eventi salienti a seguire.

Lo stesso schema offensivo, ripetuto due volte nella stessa partita, può produrre risultati opposti perché il contesto è già cambiato. Ogni decisione altera l’ambiente nel quale si svilupperanno le decisioni successive.

Questa prospettiva invita anche a ripensare il ruolo dell’allenatore. L’obiettivo non può essere quello di controllare ogni dettaglio del comportamento dei giocatori, quanto piuttosto quello di creare un contesto favorevole affinché emergano soluzioni efficaci. Gli allenamenti non dovrebbero limitarsi alla ripetizione meccanica di gesti tecnici, bensì proporre situazioni ricche di informazioni, nelle quali i calciatori imparano ad adattarsi, percepire e decidere. Più che prescrivere ogni movimento, l’allenatore costruisce un ambiente che stimola l’intelligenza collettiva della squadra.

Anche l’analisi dei dati, per quanto rilevante, deve essere interpretata e costruita con la massima cautela. Le statistiche rappresentano uno strumento prezioso per comprendere tendenze e probabilità, ma non eliminano l’incertezza. Indicatori come il possesso palla, gli expected goals o il numero di passaggi descrivono alcuni aspetti della prestazione, senza esaurire la ricchezza delle relazioni che si sviluppano durante una gara. Il rischio nasce quando questi numeri vengono considerati spiegazioni complete anziché strumenti di supporto alla comprensione.

Accettare la complessità non significa rinunciare alla ricerca scientifica o alla programmazione. Significa, piuttosto, riconoscere che nel calcio l’obiettivo non è eliminare l’imprevedibilità, ma imparare a conviverci. Le migliori squadre non sono quelle capaci di controllare tutto, bensì quelle che sviluppano adattabilità, flessibilità e capacità di rispondere rapidamente ai cambiamenti del contesto. In questo senso, la complessità non rappresenta un limite del calcio, ma ne costituisce la sua essenza più autentica.

Ed è forse proprio questa continua tensione tra ordine e disordine, pianificazione e improvvisazione, a rendere questo sport così affascinante e inesauribile dal punto di vista tecnico, educativo e umano.

Ringraziamento: desidero ringraziare Filippo Galli per la gentilezza, la cordialità e la disponibilità che ha mostrato nei miei confronti, nonché per l’opportunità riconosciutami di scrivere per il suo blog.

BIO: Massimiliano Marletta è laureato in Giurisprudenza, avvocato e dottorando di ricerca in Analisi Economica del Diritto. Ha pubblicato contributi scientifici su riviste internazionali edite da Oxford University Press e Cambridge University Press, dedicandosi allo studio dei sistemi complessi e dei processi decisionali. Convinto che il calcio rappresenti uno dei più affascinanti sistemi complessi, ne approfondisce le dinamiche attraverso una prospettiva interdisciplinare.Tifoso del Milan fin da bambino, vive il calcio non solo come passione, ma come terreno di riflessione e ricerca

10 risposte

  1. Semplice efficace !!! Anche questi contributi dovrebbero favorire la comprensione collettiva e non esclusiva !!! Complimenti!!!

  2. Concordo e l’esempio lampante è Inghilterra Argentina del Mondiale dove Tuchel pensava di poter controllare tatticamente la sua squadra ma quando ha fatto il gesto 5-4-1 è saltato tutto

  3. Il gioco è elemento e mezzo per capire l’evoluzione del gioco stesso ..
    possiamo togliere tempo con l’esercizio ripetitivo , al gioco..?
    La tecnica e la tattica individuale hanno necessità per essere allenate, del e nel contesto vero, della gara. Avversario, Compagno, spazio, che determina poi il tempo di scelta.

  4. Gentile Massimiliano,
    condivido i passaggi di questo pezzo, perlatro già in passato egregiamente sviscerati in questo blog.
    L’unico concetto su cui le chiedo un’integrazione è quello sulla flessibilità.
    In cosa il tecnico dev’essere flessibile e sino a quanto?
    Per quanto legato al concetto di dare (e ricevere) informazioni e conoscenze credo che debba esservi una coerenza di metodo che, sia chiaro, non deve essere insistenza od ottusità.
    Ergo, la flessibilità, per quelli come me che si rtengono che la forza delle idee e la coerenza nel sostenerle faccia grande una conduzione tecnica, come e dove la possiamo inserire?
    Personalmente sono per rimodulare gli aspetti strada facendo ma sempre seguendo delle linee guida….
    Grazie
    Alessio

  5. Complimenti Massimiliano per questo articolo, la cui chiarezza non è affatto banale…condivido in pieno dalla prima all’ultima riga!

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