ODE ALLA CHAMPIONS LEAGUE

Max Allegri lo ha detto senza girarci attorno: dopo il nono posto della scorsa stagione, consumato tra Fonseca e Conceição, il Milan deve tornare in Champions League. Vero e proprio riconoscimento di una gerarchia emotiva e storica. La squadra ha lasciato per strada qualche punto, sì, soprattutto nei pareggi che hanno consentito all’Inter di scavare un discreto solco. I nerazzurri viaggiano a ritmo feroce, ma il Milan di Allegri resiste. E arrivare secondi, oggi, non sarebbe un risultato da liquidare con sufficienza: significherebbe rimettere piede nella competizione che più di ogni altra appartiene al DNA rossonero.

Quando la Champions League nacque, prendendo il posto della cara vecchia Coppa Campioni, le squadre italiane erano presenze naturali negli ultimissimi turni. Milano e Torino erano stazioni centrali del grande viaggio europeo. Oggi non è più così. La forbice economica con le corazzate straniere si è allargata fino a diventare una crepa strutturale. Eppure, trovo ingeneroso – e miope – sminuire le semifinali e le finali raggiunte dalle nostre squadre negli ultimi anni. La Juventus nel decennio scorso, l’Inter più di recente: tentativi di permanenza in un mondo che tende a escludere chi non può spendere come gli altri.

La Serie A è diventata periferia del grande calcio globale, ed è proprio per questo che la Champions è tornata a essere linfa vitale sia economicamente che emotivamente. Quelle notti europee regalano qualcosa che il campionato, per quanto nobile, spesso non riesce più a offrire. A mio modesto parere, in molti casi superano persino l’emozione dello scudetto: sono appuntamenti con la storia e con l’idea stessa di grandezza.

Il calcio vive di emozioni prima ancora che di titoli. L’appassionato cerca il brivido, il calciatore vuole la vetrina massima, la Champions, che è come esibirsi alla Scala o alla Fenice. Tutto il resto è teatro minore. La memoria corre, inevitabilmente, a certe notti del nuovo millennio – spesso avaro di trofei, sì, ma non di pathos – in cui le italiane hanno saputo lasciare un segno profondo. Momenti che ancora oggi tornano alla mente con una forza che nessuna coppa nazionale, e talvolta nemmeno uno scudetto, è riuscita a eguagliare.

Pensando ad Allegri, non possono non venirmi in mente le finali perse contro Barcellona e Real Madrid, collisioni con il massimo livello possibile. Le sue squadre erano costruite con meno risorse, ma con un’identità chiara, capaci di arrivare fino in fondo e di guardare negli occhi i giganti. Ricordo Cardiff, ricordo Berlino. E ricordo soprattutto quella sensazione di essere lì, ancora lì, quando in molti davano i bianconeri per finiti al cospetto di squadre più blasonate, magari in una semifinale o finale. Ricordo quell’epico ottavo contro il Bayern di Guardiola, con la qualificazione svanita per una rimonta subita nel finale all’Allianz Arena.

Poi c’è l’Inter, che negli ultimi anni ha riaperto una porta che sembrava sbarrata. La cavalcata del 2023, conclusa con la finale di Istanbul, è stata una lezione di dignità sportiva. Contro un Manchester City infinitamente più ricco, l’Inter ha giocato una partita vera. Ha perso, sì, ma uscendo dal campo con la sensazione – rara – di non essere stata inferiore. E quella traversa di Dimarco, quel pallone che non entra, restano lì, sospesi, come un punto interrogativo. Il detrattore ricorda la manita subita in finale contro il PSG la scorsa Champions, ma quella notta di San Siro contro il Barcellona dell’alieno Lamine Yamal non deve essere cancellata dall’umiliazione patita in finale.

C’è stato anche il Napoli, intensissimo, quello di Spalletti che ha incantato l’Europa con un calcio leggero e feroce insieme, venendo eliminato da un Milan più tonico in quel momento e che ha fatto leva su una maggiore esperienza europea. Nel 2023 abbiamo avuto tre squadre in semifinale di Champions, lasciando l’impressione che anche da questa Serie A si possa ancora proporre qualcosa di moderno, competitivo e riconoscibile.

E come dimenticare il primo Napoli da Champions, quello sfrontato e orgoglioso di Walter Mazzarri. Un Napoli che all’esordio europeo andò a Manchester senza abbassare lo sguardo. Contro il City arrivò persino il vantaggio, firmato dal Matador Cavani, come se quella notte dovesse servire a dire all’Europa che quei giocatori non volevano calcare il palcoscenico supremo da comparse. Da outsider veri, Lavezzi, Hamsik e Cavani misero in difficoltà chiunque, fino ad arrivare a un soffio dall’eliminare il Chelsea, che poi avrebbe alzato la coppa. Al San Paolo fu una notte magnifica, con Cavani e Lavezzi a devastare la difesa dei Blues; a Londra, ai supplementari, pesò l’inesperienza.

E poi la Roma, quella guidata da Eusebio Di Francesco, perfettamente calato nella notte giusta. L’eliminazione del Barcellona nel 2018 resta una delle più grandi imprese del calcio europeo recente. Dopo il 4-1 del Camp Nou, all’Olimpico andò in scena un 3-0 che ancora oggi sembra irreale. Era il Barcellona di Messi trentunenne, era la Roma di Kostas Manolas che, per una sera, diventò eroe omerico, scendendo dall’Olimpo per consegnarsi alla storia. Era anche la Roma di Edin Džeko, totem silenzioso e gigantesco, che in quelle notti sembrava ancora più imponente.

E poi il Milan, la squadra italiana più titolata in Europa, che negli ultimi anni ha faticato a ritrovare la sua dimensione naturale, ma che nel primo decennio dei Duemila ha scolpito pagine indelebili. Impossibile non rivedere Kaká a Old Trafford, quando con un tocco di testa fa scontrare Heinze ed Evra e vola leggiadro verso Van der Sar, strappando l’applauso persino al pubblico inglese. O Gattuso che ringhia su Cristiano Ronaldo nel 3-0 di San Siro, trascinando lo stadio con sé. O ancora Pippo Inzaghi, il “Pippo mio” di Pellegatti, decisivo nelle notti che contano, dalla finale di Atene alle mille apparizioni improvvise in area. E Jon Dahl Tomasson, che “ruba” un gol sulla linea contro l’Ajax e manda il Milan avanti al fotofinish.

Infine l’Inter di Mourinho, capace di trasformare una sconfitta in un capolavoro. “La sconfitta più bella della mia vita”, disse il portoghese dopo il Camp Nou giocato in dieci contro undici contro il Barcellona forse più forte di sempre, con Eto’o terzino e la palla concessa scientemente agli avversari. E poi Madrid, l’apoteosi: Diego Milito che a 31 anni diventa re, suggellando una stagione irripetibile.

Nel nuovo millennio le italiane hanno vinto la Champions solo tre volte: due Milan, un’Inter. Tutte a Milano. Tante sconfitte, tante cadute, anche qualche figura meschina. Ma non sono mai mancate le emozioni, quelle che ti tengono incollato allo schermo e che resistono al tempo più dei trofei minori.

La Champions è il luogo in cui il gesto tecnico viene sublimato. È il palcoscenico dove Messi, Cristiano Ronaldo, Ronaldinho, Kaká, Mbappé, Yamal diventano racconto. Dove Del Piero insegna al mondo il tiro a giro, dove Pirlo, Modrić, Xavi e Iniesta rendono il centrocampo un’arte, dove Gattuso, Makelele e Kanté spiegano che grinta e intelligenza possono portarti lontano anche se parti dal basso.

La Champions League assurge a memoria collettiva. È il punto in cui il calcio smette di essere cronaca e diventa letteratura. Ed è per questo che, anche quando non si vince, tornarci resta fondamentale. Chi ha vissuto davvero certe notti sa che valgono più di qualsiasi coppa minore: il calcio diventa vera e propria letteratura e certe imprese vengono consegnate imperituramente agli annali.

BIO: VINCENZO DI MASO

Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.

Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia. 

Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.

Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.

Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.

2 risposte

  1. Articolo ed analisi semplicemente sontuose Vincenzo, doppio Chapeau!
    È fuor di dubbio che la Champions League, usando un paragone letterario, possa rappresentare l’immortale Divina Commedia per antonomasia mentre tutto il rimanente mondo calcistico orbitante starebbe a significare un semplice, riduttivo sunto come una sorta di piccolo Bignami in aiuto nel momento del superamento degli esami. Purtroppo la maggior parte della tifoseria spesso e volentieri ricorda o scorda, a seconda del risultato, soltanto la vittoria della propria squadra, o viceversa stenta ad obliterarne la sua sconfitta nella finale mentre tutto il resto, come hai deliziosamente descritto, diventa noia…e ho detto noia …come quella famosissima canzone!…ma questo è, nel bene o nel male il nostro calcio moderno!
    Buona giornata !

    Massimo 48

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