La storia di Giovanni Leoni è l’esempio concreto di come perseveranza, fiducia e lavoro, possano aiutare un giovane calciatore a raggiungere i propri obiettivi. Nel suo farsi largo da “tardivo”, Leoni ha dovuto gestire e affrontare il gap fisico rispetto ai suoi coetanei e per questo ha fin da subito “investito” sul lavoro in “compensazione” legato alla tecnica e alla “testa”, facilitato dal contesto di riferimento: la presenza di una famiglia stabilizzante, non può che aver favorito la custodia dell’autoefficacia di Leoni. Il concetto di autoefficacia, teorizzato nel secolo scorso dallo psicologo Albert Bandura, mette al centro la possibilità di allenare la capacità di perseguire con determinazione i propri obiettivi. E di farlo fin da molto piccoli…
Tornando alla storia di Leoni, il Padova ha avuto un ruolo fondamentale nella sua crescita, riconoscendone innanzitutto il potenziale e aiutandolo poi a sviluppare abilità tecniche e mentali. Come già anticipato, la famiglia stessa del ragazzo ha saputo cogliere l’importanza di rimanere in un ambiente favorevole e compatible con il relativo percorso di crescita fin dai primi anni biancoscudati. La società e gli allenatori (anche Mister Pirlo, che lo ha allenato in un “Erasmus” di sei mesi alla Sampdoria, ne ha individuato l’importante potenziale nella lettura tattica e negli anticipi) hanno capito l’importanza di adattare l’allenamento alle esigenze individuali del prospetto del 2006, concentrandosi sulla tecnica e sulle consapevolezze per aiutarlo a superare le sue limitazioni fisiche. Da quelle parti la lungimiranza e la visione d’insieme sui ragazzi del vivaio, sono un marchio di fabbrica, esattamente come verificatosi negli anni in cui un certo Alessandro Delpiero si presentava al mondo intero.
Da allora sono trascorsi oltre trent’anni, il mondo del calcio è enormemente cambiato e l’acquisto di Leoni da parte del Liverpool va visto come un suo importante punto di partenza. E prima ancora come decisivo punto di arrivo, a suggello di un percorso fatto di lavoro duro e costante sulla tecnica e sull’attitudine, che ha permesso all’ormai ex Parma, di raggiungere uno dei top club del calcio europeo e di farlo in poco più di un biennio di professionismo.
Questa storia offre diversi spunti in chiave coaching, a cominciare dall’importanza di adattare l’allenamento quotidiano alle esigenze individuali e di lavorare sulla tecnica e sulla mente per superare le limitazioni legate a un fisico “non ancora fatto”. Troppi talenti disperdono il loro potenziale al cospetto di limiti fisici, veri o presunti, senza che invece si guardi oltre il riscontro immediato; troppi genitori si arrendono alla fatica del momento e alla frustrazione dei loro figli; troppi direttori scelgono la luce a rilascio immediato rispetto a quella che si fa intensa e profonda con l’ausilio del tempo e della già citata pazienza. Ecco perché questa storia contiene un’importante ispirazione su come “essere tardivi” non sia che una modalità alternativa nel percorso di maturazione completa dell’identità di un giovane campione, seguendo ciascuno il proprio personale fuso orario.

Bio: Francesco Borrelli è un Mental Coach certificato Acsi – CONI. Oltre alla Laurea in legge presso l’Università degli Studi di Genova, si è formato in PNL attraverso corsi e Master conseguiti nell’ambito di aziende private di cui ha fatto parte. Negli anni ha coltivato la sua passione per lo sport scrivendo per testate giornalistiche liguri, oltre a svolgere il proprio lavoro di consulente d’azienda in ambito bancario. L’attività di Mental Coach lo porta da diverse stagioni ad accompagnare sportivi impegnati a preparare Olimpiadi e Mondiali, oltre a calciatori di tutte le età, agevolandone i rispettivi percorsi e seguendone tutta la trafila giovanile fino all’approdo in prima squadra. Il suo sogno è condividere come Coach il suo ufficio a fianco alla “palestra delle leggende” di Milanello con Ibra.
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