LA “COSTRUZIONE DAL BASSO”, POCHI VANTAGGI E NESSUNO SPETTACOLO: DIMMI CHE MI SBAGLIO

Eddai, su, Filippo: tra tattiche, convegni, storie, racconti, stage, lavoro e le molte altre cose che questo tuo sito offre agli amanti del calcio e forse non solo loro, prendiamoci una pausa caffè per parlare al bar di quella cosa lì, che ti piace (che vi piace) tanto. La costruzione dal basso, insomma. 

Tu sei un campione che ad altissimi livelli ha giocato, allenato, non ha mai smesso di studiare e amare il pallone. Io sono uno spettatore, uno del pubblico, un tifoso tra l’altro. Quindi il primo sentimento sul quale ti invito a riflettere sono le mie coronarie: sono in ambasce quando la mia squadra del cuore circonda l’area avversaria e da un momento all’altro può succedere qualcosa di importante.

Così come sono in fibrillazione quando parte il contropiede avversario, quando sono loro ad avvicinarsi alla nostra porta. Perché devo aggiungere un’altra forma di ansia quando è la mia squadra che palleggia nei pressi del suo portiere? Mi merito questo ennesimo assalto alla valvola mitralica? E poi, da becero antico frequentatore delle curve, degli spalti e infine della tribuna stampa, mi chiedo: ma se l’obiettivo è fare gol, non è meglio andare laggiù il prima possibile senza stare qui a traccheggiare? 

Sempre da spettatore e da tifoso. Mi ricordo qualche gol del Milan in queste ultime stagioni, grazie a Maignan o un difensore che lancia lungo: Sampdoria a San Siro (Leao), Frosinone a San Siro (Leao), a Napoli (Leao per Giroud), una traversa a Genova contro i rossoblù (Leao). Qualche altra gustosa situazione. Faccio invece una fatica enorme a ricordarmi un gol, un solo con un lungo fraseggio iniziato da Maignan, dalla difesa, passando per il centrocampo e finito in area. A spanne. Questione solo di spettacolo, di estetica, per carità. Non è questa la discussione né la sede per discettare se sia meglio il contropiede o il calcio offensivo: quell’espressione “giochisti e risultatisti” è orrenda come il tema che tratta.

Più seriamente, da giornalista. Ti dico dell’orgoglio di Nedo Sonetti, che tu hai avuto al Brescia, quando racconta della sua invenzione, “l’attacco del portiere”, che risale a quando allenava la Sambenedettese e tra i pali giocava Walter Zenga: terminata l’offensiva avversaria su azione o da calcio piazzato (in particolare i corner), immediatamente il n.1 doveva lanciare lunghissimo per sorprendere la difesa altrui. Ovvio, i tempi cambiano, siamo apertissimi tutti alle innovazioni. Allora mi dico: va bene, è un sistema per chiamare fuori gli avversari, per aprirti degli spazi. Credo però che una squadra debba saperlo fare, necessiti cioè di portiere e difensori con i piedi buoni, molto buoni, ottimi direi. E soprattutto che siano sempre attenti e concentrati, perché vedo davvero moltissimi gol presi per errori grossolani dell’uno e degli altri. 

Una volta c’era il tiki-taka al Barcellona, quando non avevano un centravanti di sfondamento o che desse sufficiente profondità, proseguito però anche con l’arrivo di Ibrahimovic che infatti con Guardiola non legò un granché. Ti nascondevano la palla, ce l’avevano sempre loro, e quella cosa lì la facevano nella metà campo offensiva, non davanti al portiere. Vincevano campionati e coppe, ma davano anche la colonna vertebrale a una Nazionale che – dopo aver vinto solo un Europeo in casa sua nel 1964 – collezionò 2 Europei di fila nel 2008 e nel 2012 e il Mondiale del 2010: tiki-taka o no, erano gli interpreti a fare la differenza. Anche senza Messi. 

Mi hai detto che la costruzione dal basso costringe i giocatori a prendersi responsabilità di maggior spessore, è vero, ma il dazio da pagare per la squadra è troppo frequentemente alto. Secondo me, lo faccia chi lo sa fare. 

Lo staff di una Nazionale europea mi consegnò in segreto, qualche tempo fa, una statistica elaborata su alcune tra le migliori squadre di club europee specializzate (tra le prime) nella costruzione dal basso: a memoria, ti giuro che non baro, diceva che il prolungato palleggio difensivo finiva 6/7 volte con un lancio lungo, 6 volte il pallone andava agli avversari, 2/3 volte si ricominciava dal portiere e soltanto una o 2 volte il ti-tic ti-toc dava l’inizio a un’azione offensiva.

Tocca a te, adesso: vorrei che mi spiegassi meglio. Un abbraccio.

BIO: Luca Serafini è nato a Milano il 12 agosto 1961. Cresciuto nella cronaca nera, si è dedicato per il resto della carriera al calcio grazie a Maurizio Mosca che lo portò prima a “Supergol” poi a SportMediaset dove ha lavorato per 26 anni come autore e inviato. E’ stato caporedattore a Tele+2 (oggi SkySport). Oggi è opinionista di MilanTv e collabora con Sportitalia e 7GoldSport. Ha pubblicato numerosi libri biografici e romanzi.

6 risposte

  1. Caro Serafino concordo pienamente con te, a volte faccio dei sobbalzi sul divano e da buon Toscano non ti dico cosa riesco a dire, questo inizio dal basso non riesco a capirlo, poi fatto di continuo diventa anche stucchevole…detto questo il grande Filippo sicuramente di calcio ne sa più di me e avrà ragione lui.
    Forza Milan sempre comunque e ovunque

  2. Buona Pasquetta innanzitutto…
    Ho giocato tanti anni a calcio e amo il pallone in modo viscerale, ma non sono un tecnico o un addetto ai lavori. Sono un tifoso di calcio, un semplice spettatore.
    Secondo me la verità, come spesso accade, è nel mezzo. Nel mezzo significa che la costruzione dal basso è bella, estetica, anche costruttiva nel momento in cui c’è un’organizzazione, quindi è bene che ci sia. Ma la cosa più importante è giocare con la testa (che conta più delle gambe) e sapere interpretare le situazioni di gioco, per cui spesso un lancio/assist sul terminale offensivo o trequartista è la cosa più rapida ed efficace se l’appoggio è fatto bene. Proprio sabato scorso mio figlio (difensore) ha lanciato in profondità il centravanti che si era creato spazio e si è procurato un calcio di rigore.
    Quindi viva la costruzione dal basso, viva il lancio ben fatto, purché ci sia la testa e l’intelligenza a governare queste azioni.

  3. Io sono del 1946, ho giocato come dilettante puro, ho allenato squadre giovanili, ho conseguito il patentino sotto Silvio Piola, mi trovo d’accordo con te.

  4. Mi metto in mezzo, in attesa che risponda Filippo ovviamente.
    Premetto che non ho una posizione di qua o di là, proprio perchè sostengo, come già ho fatto mi pare anche qui, che le giocate dal basso palla a terra abbiano senso e funzionino senza che diventino un dogma (lo stesso De Zerbi non lo considera come tale, e le sue squadre se hanno spazio e tempo lanciano lungo eccome).
    Detto questo la domanda (provocatoria) è: ma per costruire dal basso ci vuole più o meno talento tecnico?
    Perchè ai tempi il gioco corto nasceva come refugium quando Corrado Viciani diceva che non avendo giocatori tecnicamente in grado di fare o di ricevere un lancio di 50 metri, gli faceva fare passaggi corti e meccanici in modo che avessero meno possibilità di sbagliare e li faceva triangolare perchè – a detta sua – non sapevano dribblare.
    Ora però sento dire sempre più spesso (compreso dall’autore di questo articolo) che per costruire dal basso bisogna poterselo permettere sul fronte tecnico (lo faccia chi lo sa fare)…e in tempi non sospetti anche Galeone chiedeva alle sue squadre la pressione basse e non alta perchè sosteneva che se gli avversari avessero dei palleggiatori molto abili ti avrebbero solo fatto ballare e stancare…

  5. Spesso gli errori di questo genere diventano argomento distruttivo specie quando c’è il poritere chiamto in casua ed è evidente come si sottolineano maggiormente i rischi dei vantaggi.Tra questi ci sono diversi che nei commenti tecnici sono molto attenti a marcare la perdita di palla quando una squadra adotta delle letture per risalire il campo. Da qui pero’ entrano diversi fattori che vanno nella direzione di creare un presupposto per attaccare la struttura difensiva dell’avversario: dai principi del proprio modello di gioco , dalla regola introdotta nel 2019 su calcio di rinvio ,ad una risposta al pressing avversario. Certo che questo non è adottato da tutte le squadre e che un calcio diretto esiste e puo’rappresentare una soluzione in cui la propabilita’di mantenere il pallone non è molto alta, collegata a vincere un duello aereo , conquistare una seconda palla o avere un rimpallo fortunoso. La tesi di Stefano Saviotti nel corso di Match Analyst figc del 2019/2020 analizza molto bene gli aspetti della costruzione a palla ferma in serie A , mostra una percentuale di palle perse da calcio di rinvio maggiore delle squadre che preferiscono lanciare lungo e meglio ancora le azioni che si sono concluse con un tiro in porta piu’favorevole al gioco corto. Ovviamente il rischio di perdere palla in una zona pericolosa aggravato dal goal ce’ ed è un rischio immediato ,visibile e questo porta a confondere il vantaggio di un passaggio corto con lo svantaggio di perdere la palla nella stessa zona, un meccanismo mentale che falsa il reale rischio/beneficio perche’non permette di valutare i vantaggi meno immediati ed evidenti in costruzione. Concetto credo ancora piu’fondamentale in un percorso formativo dove si accompagna ad un calcio propositivo , di personalita’ e crescita tecnico-tattica pensato sempre in maniera proattiva.

  6. Il calcio è un rischio è rischiare deve far parte ,secondo me del bagaglio dei giocatori. Chiaramente tutte le opinioni sono rispettabili e giuste. Già da piccoli anno 2014 , le azioni ,anche se giocano a 7 , le faccio partire dal portiere ,affinche possano avere della scelte giuste o errate che siano. Responsabilizzare i bambini. Poi è importante occupare gli spazi , facendoli roteare nelle posizioni . Utilizzo molto le partite ,perché ,secondo me ,migliorano la tecnica , i fondamentali e imparano anche la coordinazione. In poche parole tutto in funzione del gioco. Ritengo inoltre che con i rilanci lunghi del portiere ,8 su 10 consegni la palla all’avversario . Non tutti abbiamo in porta Maignan . Credo molto nel domino del gioco e della padronanza del pallone. Un grande saluto Luca . Anch’io la pensavo come te negli anni passati ,ma ho dovuto aggiornarmi pensando di migliorare la metodologia. Un abbraccio consapevole che quello che penso non è vangelo.

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