Va da sé che Rúben Amorim si sia speso alacremente in prima persona affinché Luka Modrić, in ultima istanza, sentenziasse di dichiarare a sé stesso di voler continuare la sua avventura in maglia rossonera, conseguentemente non decretando la fine di una carriera straordinaria: poter usufruire della sua leadership, della sua qualità tecnica superiore e della capacità di poter guidare i più giovani, Comotto su tutti, presenti nella rosa, rappresentano istanze incontrovertibili volte a sancire come indispensabile la presenza, seppur incorniciata fra leggiadre sfumature di senilità, del genio balcanico.
Nonostante l’età avanzata, infatti, Modric ha ampiamente dimostrato di poter garantire, oltre all’intramontabile intelligenza tattica, un apporto decisivo relativamente alla gestione dei momenti chiave, nella stagione e nel corso dello svolgimento delle singole gare.
Il gioco di Amorim richiede una costruzione fluida ed esposta alla pressione avversaria, motivo per il quale Modrić è il giocatore perfetto per gestire, addomesticare, ripulire e tramutare in perle di cui poter usufruire, i palloni, per lo più scottanti e decisivi, a ridosso della difesa, dettando i tempi della manovra.
Nel sistema di gioco del tecnico portoghese ( 1-3-4-2-1 o 1-3-4-3) i due centrocampisti centrali formano una coppia speculare, dinamica e altamente funzionale: è richiesto loro di gestire compiti tattici estremamente rigidi e cruciali, sia in fase di possesso che in fase di non possesso.
Il loro rendimento rappresenta a tutti gli effetti l’ago della bilancia della squadra: un sistema costituito da due soli mediani rischia strutturalmente l’inferiorità numerica, ragion per cui le mansioni sono suddivise in modo asimmetrico e rigoroso.
Amorim sostanzialmente impone ai due mediani di non occupare la stessa linea orizzontale, designando un primo costruttore che si abbassa per ricevere il pallone dai difensori (agendo da regista o schermo), mentre l’altro si alza su una linea verticale differente per offrire una linea di passaggio diagonale e pulita e per rompere contemporaneamente le linee di pressione avversaria.
Il loro compito principale è scambiare rapidamente il pallone per attrarre la pressione dei rivali: una volta svuotato il centrocampo avversario, i mediani devono cercare immediatamente la verticalizzazione diretta verso la punta centrale o l’imbucata nei mezzi spazi per i due trequartisti.
Amorim storicamente preferisce accoppiare due profili con caratteristiche complementari (come faceva con Palhinha/Ugarte e Matheus Nunes/Hjulmand allo Sporting Lisbona): il centrocampista maggiormente investito ad adempiere a funzioni di copertura rimane più bloccato a protezione della difesa, riciclando il possesso, garantendo densità e impedendo le transizioni rapide degli avversari se la palla viene persa.
Differentemente, il mediano con licenza di cavalcare più liberamente fette di campo in fase di conduzione o parimenti senza palla, quando la squadra si distende nella trequarti offensiva (passando a un più verosimile 1-3-2-5), si inserisce centralmente per riempire l’area di rigore o per supportare lo scarico della punta.
Dato che il sistema di Amorim prevede un baricentro molto alto e un pressing tendenzialmente molto offensivo e orientato sull’uomo, i centrocampisti sono chiamati ad affrontare uno sforzo fisico notevole: quando i cinque giocatori offensivi (punta, trequartisti ed esterni) escono in pressione forte sui difensori avversari, i due mediani devono accorciare ferocemente in verticale per aggredire i centrocampisti dirimpettai.
L’obiettivo è rubare palla immediatamente per innescare una transizione positiva fulminea.
Se gli avversari riescono a superare la prima linea di pressione, ai due mediani viene chiesto il difficile compito di correre all’indietro per coprire porzioni di campo molto ampie, sia centralmente che lateralmente, scivolando in aiuto dei braccetti difensivi o dei quinti di centrocampo.
Inserire un giocatore delle caratteristiche di Luka Modrić in questo contesto cambia in parte la dinamica puramente fisica del “doppio pivot” di Amorim, portando vantaggi unici ma anche qualche compromesso tattico: Modrić eccelle nel sottrarsi alla pressione avversaria con il primo controllo e con un primo dribbling sciorinato in esigui fazzoletti di terra; nelle situazioni in cui la squadra attira la pressione avversaria su un lato del campo, la sua sublime visione di gioco consente di cambiare rapidamente territorio per servire i quinti di centrocampo rimasti isolati o in superiorità numerica.
Amorim ama la verticalizzazione rapida non appena si apre lo spazio centrale: l’abilità di Modrić di lanciare di prima ( magari con l’esterno, suo marchio di fabbrica) premierebbe immediatamente gli scatti in profondità dei trequartisti o del centravanti; altresì nei momenti in cui la squadra ha bisogno di rifiatare o consolidare il possesso, Modrić darebbe una gestione dei tempi di gioco e del pallone che pochi altri centrocampisti al mondo possiedono.
L’esaltazione apicale, la linea di demarcazione ovviamente oltremodo travalicante l’esecuzione “scolastica”, consentirebbe al buon Luka di determinare la formazione di catene di passaggi corti e letali con il braccetto difensivo e il trequartista del suo lato di riferimento, dominando il possesso nel mezzo spazio.
Avendo le compagini di Amorim due esterni che mantengono l’ampiezza massima, la capacità di Modrić di pescare l’esterno opposto con lanci millimetrici diventerebbe l’arma principale per scardinare i blocchi difensivi bassi.
Data l’età e la sua naturale propensione a gestire più che a rincorrere, Modrić ha naturalmente bisogno al suo fianco di un partner estremamente fisico, di corsa e di rottura, capace di coprire ampie porzioni di campo e compensare la fase di non possesso e di contropressing feroce richiesta dal tecnico portoghese: Rabiot potrebbe calarsi perfettamente nell’interpretazione in salsa lusitana del centrocampista ideale.
In definitiva, l’unica vera controindicazione è ovviamente rappresentata dall’inconfutabile certezza di dover centellinare le risorse dell’ormai quarantunenne ex pallone d’oro.

BIO: ANDREA FIORE
Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.










