Cosa ci aspettiamo da così poco tempo?
Quanto tempo, nell’arco di una vita, dedichiamo davvero al calcio?
La risposta è semplice: pochissimo.
Se un bambino inizia ad allenarsi a sei anni e prosegue fino ai diciotto, dedicando al calcio otto ore alla settimana, avrà trascorso in campo circa 5.000 ore. Sembrano tante, ma rapportate alle oltre 157.000 ore che compongono i primi diciotto anni di vita rappresentano appena il 3% del tempo.

Il restante 97% lo vivrà altrove: a scuola, in famiglia, con gli amici, giocando, osservando, crescendo, facendo esperienze che, inevitabilmente, contribuiranno anch’esse alla formazione della persona e del calciatore.
Eppure continuiamo a pensare che quel tempo così ridotto possa essere sufficiente per costruire il calciatore attraverso la ricerca della perfezione tecnica, dei meccanismi, delle esecuzioni impeccabili.
Forse è proprio da qui che nasce il nostro primo errore.
Se il tempo che abbiamo a disposizione è così limitato, è difficile immaginare che il talento possa essere prodotto esclusivamente dalle ore di allenamento. Il talento, semmai, va alimentato, accompagnato, orientato. Non costruito come se bastasse allenarsi per farlo nascere.
Per questo motivo l’obiettivo dell’allenamento dovrebbe cambiare prospettiva.
Non allenare semplicemente dei gesti, ma aiutare i bambini a comprendere il gioco. Imparare a giocare con gli altri, a riconoscere le situazioni, a prendere decisioni, a rispettare le regole, gli avversari e i compagni. In altre parole, imparare a vivere il calcio prima ancora che ad eseguirlo.
È per questo che il gioco rappresenta il mezzo più potente che abbiamo.
Allenare attraverso il gioco significa trasformare ogni minuto in un’esperienza significativa, coinvolgente e motivante. Significa fare in modo che il desiderio di imparare nasca dall’interno del bambino e non dalla continua correzione dell’adulto.
Perché, alla fine, un’ora vissuta con entusiasmo, curiosità e partecipazione produce molto più apprendimento di un’ora trascorsa alla ricerca di una perfezione tecnica che, nella maggior parte dei casi, resterà irraggiungibile.
E forse quella ricerca della perfezione soddisfa più l’allenatore che il bambino.
È rassicurante vedere un gesto eseguito sempre nello stesso modo, un esercizio che funziona senza imprevisti, una squadra che ripete meccanicamente ciò che è stato insegnato. Ma il calcio non è questo. Il calcio è complessità, adattamento, relazione, incertezza.
Inseguire una perfezione che il gioco stesso non richiede rischia di diventare una gratificazione dell’adulto, spesso in assoluta buona fede, ma lontana dai reali bisogni di chi sta imparando.
Per questo il compito dell’allenatore non dovrebbe essere quello di controllare ogni comportamento, ma di costruire un ambiente.
Un ambiente capace di coinvolgere, stimolare, responsabilizzare. Un contesto nel quale il bambino sia libero di osservare, scegliere, sbagliare, riprovare e trovare soluzioni insieme agli altri.
Ma c’è un’altra consapevolezza che dovremmo avere, forse ancora più importante.
Noi allenatori dovremmo credere, prima di tutto, nel valore dello sport. Non soltanto nel suo potenziale di formare un calciatore, ma nella sua capacità di formare una persona.
Quelle cinquemila ore non rappresentano soltanto un’occasione per imparare a giocare meglio. Sono un’opportunità straordinaria per crescere, muoversi, stare bene, costruire relazioni, imparare a convivere con gli altri, rispettare regole condivise e affrontare successi e difficoltà.
Se vissuto all’interno di ambienti sani e contesti realmente formativi, il calcio fa bene al corpo, alla mente e alle persone.
Forse dovremmo ricordarcelo più spesso. Perché il successo del nostro lavoro non dovrebbe essere misurato soltanto da quanti ragazzi arriveranno a giocare ad alti livelli, ma anche da quanti, una volta diventati adulti, continueranno a fare sport, ad amare il movimento e a riconoscere nel calcio un’esperienza positiva della propria vita.
Questo è un risultato che riguarda tutti. Anche chi non diventerà mai un calciatore professionista.
Perché il tempo che abbiamo è poco. Ed è proprio per questo che non possiamo permetterci di sprecarlo inseguendo la perfezione.
Dobbiamo investirlo nel costruire un ambiente che favorisca l’apprendimento, l’autonomia e il piacere di giocare. Perché il talento non nasce dalla ripetizione perfetta di un gesto, ma dalla capacità di comprendere il gioco, interpretarlo e continuare ad imparare, ogni volta che si entra in campo.
E se, al termine di quel percorso, avremo contribuito a far crescere prima delle persone e poi dei calciatori, allora quelle cinquemila ore avranno avuto un valore ben più grande di qualsiasi risultato sportivo.

BIO: Gianluca Urgnani, 50 anni, marito e padre, Uefa B. Da oltre 30 anni allenatore nell’Attività di Base; da dieci nel settore giovanile di FC Internazionale, attualmente con incarico di allenatore U9.
Autore del libro “DENTRO IL CAMPO. DENTRO IL GIOCO” edito da SPORTIVIEDIZIONI, “Gli indispensabili de Il NuovoCalcio”.











Una risposta
Mister,alcune considerazioni . I bimbi che frequentano la Scuola Calcio Dilettante, nella stragrande maggioranza si allena 2 volte alla settimana per 3 ore, per poi giocare la partita ufficiale massimo due tempi.( NB: I Piccoli Amici hanno 4 tempi da 10 min; I Primi Calci hanno 4 tempi da 12/15 min; I Pulcini hanno 4 tempi da 15 min; Gli Esordienti hanno 4 tempi da 20 min). Pertanto:a) il bimbo P.A. sarà impegnato 3,20 ore x 40 =128 x 6 anni= 768 ore b) il bimbo P.C. sarà impegnato 3,30 x 40 = 132 x 6 anni = 792 ore ; c) il bimbo Pulcino sarà impegnato 3,30 x 40 = 132 x 6 anni = 792 ore ; d) il bimbo Esordiente sarà impegnato 3,40 x 40 = 136 x 6 anni = 816 ore . Queste sono in linea di massima le ore nel periodo della Formazione Scuola Calcio. Inoltre c’è da tenere presente quanti minuti i bimbi giocano la partitella negli allenamenti? Di solito il Mister dedica gli ultimi 15/20 minuti finali. Secondo il mio parere il bimbo che frequenta la Scuola Calcio dedica POCHISSIMO tempo a Giocare a Calcio. Questo purtroppo è quello che è l’esperienza calcistica dei bimbi ed è molto meno dal prospetto del tuo ” Che fare con quel 3%?” Un cordiale saluto.