Nel dibattito calcistico contemporaneo, le locuzioni “giocare bene” e “bel calcio” vengono spesso utilizzate come sinonimi. Eppure, pur sovrapponendosi talvolta nella pratica, esse rinviano a due concetti distinti.
La differenza non è soltanto terminologica: riguarda il modo in cui si interpreta il gioco, il rapporto tra efficacia e bellezza, tra ordine e percezione estetica.
Giocare bene significa anzitutto organizzare il gioco in maniera funzionale. È un concetto strutturale, prima ancora che estetico. Una squadra gioca bene quando occupa razionalmente gli spazi, coordina i movimenti, riconosce le situazioni e prende decisioni coerenti con il proprio modello di gioco. La qualità del gioco, in questo senso, coincide con la qualità dell’organizzazione: ogni giocatore comprende il proprio ruolo all’interno di un sistema e contribuisce a rendere la squadra un organismo capace di adattarsi ai problemi continuamente posti dall’avversario con la sua azione contrapponente.
Questa concezione richiama l’idea aristotelica di téchne: un sapere pratico orientato a uno scopo, nel quale la bontà dell’azione si misura attraverso la sua adeguatezza e aderenza al fine perseguito. Nel calcio, tale fine è inevitabilmente la vittoria. Un’organizzazione efficace non è quindi un valore autonomo, ma uno strumento per aumentare la probabilità di prevalere sull’avversario. Giocare bene significa, in primo luogo, costruire le condizioni affinché la squadra possa prevalere con continuità.
In questa prospettiva, molte delle grandi squadre della storia possono essere considerate esempi di “giocare bene”. Andando a ritroso, ma non troppo, la Juventus di Marcello Lippi e, più recentemente, l’Atletico Madrid di Simeone hanno mostrato come l’eccellenza organizzativa possa costituire il fondamento della competitività, indipendentemente dal giudizio estetico formulato dagli osservatori, anche quando il loro calcio non veniva unanimemente definito “bello”. I bianconeri del mister viareggino sono stati, probabilmente, il primo esempio di una rigida organizzazione improntata “per principi”, prima che questa espressione diventasse di uso comune; allo stesso modo, la struttura difensiva dei “Colchoneros” di mister Simeone, così rigorosa e funzionale all’obiettivo – non subire gol – è il manifesto di un calcio ben giocato, ben applicato, ben tradotto sul campo. Denominatore comune: entrambe nella esperienza sono percepite come perfetti meccanismi organizzativi, piuttosto che come riferimenti di bellezza. Attenzione, a scanso di equivoci: questa narrazione non presuppone che le succitate squadre non abbiano anche raggiunto punti di buon valore estetico, ma semplicemente che esse non abbiano raggiunto vette estetiche tali da restare impresse per tale motivo.
Il bel calcio, invece, appartiene a un’altra dimensione. È una categoria estetica. Non descrive tanto il funzionamento del sistema quanto l’impressione che esso produce in chi osserva, presuppone il sistema, ma va oltre. Una squadra può suscitare meraviglia per la fluidità delle combinazioni, per l’armonia dei movimenti, per la creatività delle soluzioni tecniche o per il coraggio con cui ricerca il dominio della partita; ovvero per l’insieme delle sopraelencate circostanze quando esse si fondono nella proposta. In questo caso, il giudizio non riguarda esclusivamente l’efficacia dell’azione, ma la sua forma intesa come rappresentazione percepibile ai sensi.
Le squadre universalmente associate al bel calcio sono quelle che hanno lasciato un’eredità culturale prima ancora che sportiva. L’Ajax di Rinus Michels, con il calcio totale, il Barcellona di Pep Guardiola e, per molti aspetti, il Napoli di Maurizio Sarri sono stati celebrati non soltanto per le vittorie ottenute, ma per il modo in cui esse venivano costruite. La bellezza risiedeva nella continuità del possesso, nella qualità delle connessioni tra i giocatori, nella sensazione che il pallone scorresse secondo una logica quasi musicale.
Il Milan di Arrigo Sacchi ha rappresentato, invece, il paradigma più evidente della totale aggregazione e compenetrazione dei concetti oggetto della trattazione: sincronismi, compattezza, pressing asfissiante e controllo dello spazio erano elementi di un’organizzazione di stampo scientifico; così come fluidità, tempi di gioco e armonia dei movimenti costituivano vette di avvenenza – verosimilmente – mai più raggiunte su un campo di calcio.
Da questo punto di vista è possibile richiamare la riflessione di Immanuel Kant sul giudizio estetico. La bellezza non coincide con l’utilità: ciò che definiamo bello è ciò che appare dotato di una finalità senza che la sua valutazione dipenda esclusivamente dal risultato pratico. Nel calcio, tuttavia, questa autonomia dell’estetica non può mai essere assoluta. Un’azione spettacolare, una circolazione del pallone elegante o una costruzione elaborata acquistano pieno significato solo se rimangono funzionali al gioco. Diversamente, la ricerca della bellezza rischia di trasformarsi in un esercizio di stile, svuotato da qualsiasi significato concreto e apprezzabile.
È proprio qui che emerge la differenza fondamentale. Il giocare bene costituisce una valutazione interna al gioco: riguarda l’efficienza dell’organizzazione. Il bel calcio è invece una valutazione esterna, formulata dallo spettatore o dalla cultura calcistica e dipende dalla sensibilità estetica di un’epoca, di un contesto o persino di un individuo. Ciò che una generazione considera spettacolare può apparire ordinario a quella successiva, mentre un’organizzazione eccellente conserva il proprio valore indipendentemente dal gusto.
Naturalmente esistono casi in cui le due dimensioni tendono a coincidere e, in quest’ottica, dobbiamo nuovamente chiamare in soccorso il Barcellona di Guardiola e il Milan di Sacchi. Il primo rappresenta forse l’esempio più emblematico di quanto appena significato: un’organizzazione estremamente rigorosa che produceva un calcio percepito come bello proprio perché l’ordine generava armonia. Analogamente, il Milan, inizialmente giudicato rivoluzionario soprattutto sotto il profilo tattico, è stato progressivamente riconosciuto – come accennato – una delle espressioni più affascinanti, se non la più affascinante, del calcio moderno, a tal punto da segnare uno spartiacque temporale: esistono un prima e un dopo il Milan di Sacchi. In questi casi, la bellezza non nasceva dall’improvvisazione liberamente assecondata, ma dalla perfetta esecuzione di principi collettivi.
Rimane fermo, però, un elemento che accomuna entrambe le prospettive: il fine ultimo del calcio è vincere; né l’organizzazione, né l’estetica possono prescindere da questo dato. Una squadra perfettamente organizzata, ma incapace di produrre risultati tradisce la propria funzione; allo stesso modo, una squadra universalmente celebrata per il proprio spettacolo, ma sistematicamente sconfitta finisce per smarrire il senso competitivo del gioco. Come ricorda la tradizione della filosofia pratica, il valore dei mezzi si comprende sempre alla luce del fine che essi intendono realizzare.
In fondo, il dibattito tra giocare bene e bel calcio richiama una distinzione antica tra il bene e il bello: il primo appartiene all’ordine della funzione e del compimento, il secondo a quello della forma e della contemplazione. Nel calcio, però, queste due categorie non sono necessariamente in conflitto. Il bello può nascere dall’efficacia e l’efficacia può manifestarsi attraverso la bellezza. La vittoria resta il telos comune, mentre organizzazione ed estetica rappresentano due prospettive differenti attraverso cui comprenderne il percorso.
In conclusione, risuona la riflessione di Hans-Georg Gadamer, secondo il quale il gioco non è qualcosa che il giocatore domina completamente, ma una realtà che coinvolge e trascina chi vi prende parte. Il vero soggetto del gioco, infatti, è il gioco stesso: i giocatori si lasciano guidare dal suo ritmo, dalle sue regole e dalle sue possibilità. Così anche nel calcio, organizzazione e bellezza, nascono quando una squadra non si limita a eseguire schemi o a perseguire il risultato, ma entra pienamente nello spirito del gioco stesso, lasciando emergere quella dinamica condivisa in cui il gesto tecnico diventa espressione di senso e bellezza.
È forse proprio in questo equilibrio tra competizione e gratuità, tra efficacia e forma, che il calcio rivela la sua dimensione più autentica: non solo uno sport in cui vincere, ma un gioco da interpretare e, soprattutto, da vivere.

BIO: Giuseppe Vigneri, reggino di nascita e palermitano d’adozione, è allenatore UEFA B.
Dopo una carriera da calciatore in ambito giovanile, inizia ad allenare a soli 20 anni.
Vanta esperienze in vari settori giovanili, anche professionistici, nonché in prime squadre nei campionati di Promozione ed Eccellenza. Sacchiano convinto, crede in un calcio equilibrato, intenso e propositivo.











3 risposte
riflessione meravigliosa, e ancor più “bella” secondo me perché applicabile in svariati domini, anche extra sportivi.
Grazie.
PS. ho pensato a Zeman come a un caso in cui il bello non riusciva a produrre il bene
Sono d’accordo su molte cose ma su una dissento categoricamente:fra decine e decine di squadre che avrebbero potuto essere “usate” e nominate come esempio di organizzazione e magari un filino meno di bellezza, rifarsi alla Juve di Lippi è una forzatura se non un vero e proprio errore:specie nelle stagioni ’94-’95 e ’96-’97 la Juve del buon Marcello ha raggiunto picchi estetici notevolissimi, fino a sciorinare un calcio tecnicamente dominante, oltre alla chiarissima organizzazione, utilizzando nel tempo anche più sistemi di gioco come l’1-4-3-3 e l’ 1-4-4 (a rombo, con Deschamps vertice basso e Zidane alto, oltre ad un sontuoso Jugovic e all’alternanza Conte-Di Livio -Tacchinardi)-2 nelle annate citate, ma anche l’1-3-4-1-2 della stagione successiva con Ferrara-Montero-Iuliano e un Davids in più a centrocampo. Alcune gare sono state clamorose, su tutte probabilmente la semifinale di ritorno contro l’Ajax e il doppio 6-1 al Milan in campionato e al Paris Saint Germain in Supercoppa. Del resto, con Baggio, Del Piero, Vialli, Paulo Sousa, Zidane, Jugovic, Davids, Boksic, Vieri e compagnia era anche difficile non raggiungere vette puramente estetiche. Tre finali di Champions League consecutive e tre scudetti in quattro anni sono lì a testimoniarlo. Mettere nella stessa frase la Juve di Lippi e l’Atletico di Simeone è onestamente improprio.
La parola «arte» non esiste in greco, il concetto unico usato dai greci era la techne, che non è la tecnica ma è la capacità di capire come si fa a fare una cosa in modo che sia agathòs, cioè renderla utilizzabile, utile. Agathòs è buono in quanto serve al suo scopo nella maniera migliore, come il soldato valoroso in battaglia. In italiano ancora oggi noi diciamo «un bel piatto di spaghetti», per intendere non che è bello ma che è buono, che è la migliore espressione della ricetta. Gli italiani sono i filosofi più attenti del mondo, ma ne sono inconsapevoli. […] Non è la bellezza che salverà il mondo, o salverà noi: è proprio l’opposto. Il nostro compito è tentare di salvare la bellezza.
Philippe Daverio, Che cos’è la bellezza, 2022