IL RITORNO IMPOSSIBILE: FRANCO BARESI A U.S.A. 1994

Franco Baresi arriva al Mondiale degli Stati Uniti del ’94 come certi uomini a una soglia della vita: senza proclami, bisogno di presentazioni, con addosso solo ciò che resta dopo una lunga stagione. Il calcio, per lui, non è più una promessa né un’esplosione: è una forma consolidata del tempo. E il tempo, a quel punto, non concede più niente gratuitamente.

L’Italia approda a quel Mondiale con un’identità ancora incerta, come se non avesse deciso del tutto che squadra voler essere. Le difficoltà iniziali, le vittorie “sporche”, la sensazione di equilibrio instabile: tutto contribuisce a rendere il cammino meno lineare di quanto si racconti poi nelle sintesi. In mezzo a questa incertezza c’è lui, il capitano, il difensore che per anni ha dato ordine a un’idea di calcio, prima al Milan e poi in Nazionale. Baresi non ha bisogno di spiegarsi: si vede nei movimenti, nella distanza che riduce, nella capacità di rendere semplice ciò che semplice non è.

Poi, improvvisamente, il torneo cambia natura. Un infortunio al menisco, in una partita della fase a gironi, lo sottrae al campo. Non c’è enfasi nel momento, nessuna scena teatrale: solo la constatazione fredda che qualcosa si è rotto e il Mondiale, per lui, potrebbe essere finito. Da lì in avanti, mentre l’Italia continua il suo percorso tra difficoltà e sopravvivenza calcistica, Baresi entra in una dimensione sospesa, fatta di recupero, attesa e distanza. È dentro la squadra, ma non più nel gioco. E per un difensore, per chi vive del contatto e della lettura immediata delle situazioni, questa condizione è una forma particolare di esilio.

Eppure il calcio, soprattutto quello dei Mondiali, ha una sua logica che non coincide mai del tutto con quella medica o razionale. L’Italia arriva fino alla finale. E a quel punto accade ciò che appartiene solo alle storie che restano: il capitano rientra. Non per assistere, ma per giocare. Italia-Brasile, Pasadena: un luogo che sembra più astratto che geografico. Sono le 12,30 locali e fa caldo, con la temperatura che supera i trenta gradi. Va in onda in mondovisione una sorta di “Mezzogiorno di fuoco”, per citare un noto film degli anni ’50.

Il protagonista non è Gary Cooper, ma Baresi che è in campo come se il corpo fosse stato negoziato con il destino. Non è un rientro pieno di leggerezza: è un ritorno costruito sulla resistenza, sulla volontà e su una forma di disciplina che non ha bisogno di essere dichiarata. Il Brasile è un avversario che in quel momento rappresenta una delle espressioni più alte del gioco offensivo, una squadra che vive di spazi e talento naturale, mentre l’Italia prova a resistere dentro una struttura che si regge anche grazie alla presenza del suo capitano.

La partita scorre lunga, senza gol, come se il tempo stesso fosse stato rallentato per esaurire ogni possibile equilibrio. E dentro quel tempo Baresi non è soltanto un difensore: è una linea di confine. Ogni intervento è una scelta definitiva, ogni anticipo una sottrazione di possibilità all’avversario. Ma il corpo non è più neutro. Il ritorno dall’infortunio non è mai un ritorno senza condizioni, e ogni minuto aggiunge una quota di fatica e sofferenza che non si vede, ma si accumula.

A undici metri dal destino

Quando la partita arriva ai rigori, il Mondiale si restringe in pochi metri di spazio e in pochi secondi di tempo. È qui che le storie cambiano forma. E il primo a presentarsi sul dischetto per l’Italia è proprio lui. Nel suo libro “Libero di sognare” (Feltrinelli) Baresi scrive: “È tutto pronto. L’arbitro è prossimo a fischiare. Il guardalinee controlla che Taffarel resti sulla linea di porta. Lascio il pallone sul dischetto e indietreggio. Solo fisicamente. Solo per poter avanzare. Perché non mi sono mai tirato indietro. Fosse anche per sbagliare. Un altro attimo sta per compiersi”.

Non c’è retorica nel gesto, non c’è ricerca di simbolo: c’è una necessità interna, quasi inevitabile. Il tiro però va alto. E per un istante il mondo sembra sospeso in un silenzio che non appartiene né alla vittoria né alla sconfitta, ma a qualcosa di più fragile: la possibilità interrotta. A ripensarci è curioso, e anche crudele, che a sbagliare i rigori in finale siano stati proprio gli uomini migliori di quella Nazionale: Franco Baresi e Roberto Baggio. Ma i rigori li sbaglia solo chi ha il coraggio di tirarli, come dirà il Divin Codino.

Per Baresi ciò che resta di quella finale non si esaurisce nell’errore. Perché la sua presenza è già, di per sé, un evento che supera il singolo gesto tecnico. Ha giocato una finale mondiale dopo un infortunio serio, ha guidato una squadra fino all’ultimo atto, ha tenuto insieme una linea difensiva contro uno degli attacchi più forti del mondo. Ha attraversato il Mondiale non come spettatore della propria carriera, ma come ultimo punto di resistenza.

Quando il Brasile alza la Coppa, la narrazione ufficiale si chiude su un esito. Ma quella partita, vista dalla distanza del tempo, racconta anche un’altra cosa: che esistono finali in cui il significato non coincide con il risultato. E in quella distanza tra ciò che si è vinto e ciò che si è vissuto, la figura di Franco Baresi rimane intatta, nonostante tutto. Non perché abbia evitato la caduta, ma perché l’ha attraversata restando in piedi fino all’ultimo istante possibile del gioco.

Ancora oggi rivedere le sue lacrime a fine partita sono un’immagine potentissima, che racchiude forza e fragilità al tempo stesso. Così descrive quel momento Franco, nel suo libro “Libero di sognare”: “Mi ritrovo in mezzo al campo, sopraffatto dalle emozioni. Mi terrei tutto dentro, come sempre ho fatto. Ma non mi trattengo. E comincio a piangere. Sacchi mi abbraccia. Tenta di consolarmi e io mi lascio andare. A trentaquattro anni piango ogni lacrima che ho in corpo davanti al mondo intero. Piango per aver perso la finale, per la fatica delle ultime settimane, per il rigore fallito, per aver visto sfumare il sogno all’ultimo momento, per avere dato ogni briciolo di energia, per la mia squadra, per il mio paese, per tutte le sofferenze che ho affrontato nella vita, per il sogno infranto di quel bambino che giocava scalzo nell’aia (…). Piango libero, perché non temo più di sembrare debole”.

A leggere queste parole verrebbe voglia di alzarsi e salire in piedi su un banco come nella scena finale di uno dei miei film preferiti: “L’attimo fuggente”. Per poi chiamare Franco e dirgli: “Capitano, mio Capitano!”.

Davide Grassi, giornalista pubblicista, ha collaborato con diversi quotidiani nazionali, tra cui il Corriere della Sera, e con magazine di calcio e radio. Scrive su QS Sport Magazine, inserto mensile del Quotidiano Nazionale. Ha pubblicato diversi libri soprattutto di letteratura sportiva, ma anche di storia della Seconda guerra mondiale e musica rock. Con il primo, nel 2002 ha vinto il premio “Giornalista pubblicista dell’anno”. È vicepresidente di Apa Milan, l’Associazione dei piccoli azionisti del club. Il suo sito è www.davideg.it

3 risposte

  1. Buongiorno Davide, bellissimo ricordo umano, prima ancora che sportivo, di un uomo che ha sempre dato tutto in campo, un uomo che ha avuto un rispetto per tutti, un uomo che non ha mai avuto una cattiva parola per gli avversari e che ha sempre saputo riconoscere le proprie sconfitte, senza mai esaltarsi per le innumerevoli vittorie.
    Franco Baresi, per la mia generazione di tifosi, è stato un esempio straordinario e persino commovente.
    Franco Baresi ha disputato tante straordinarie partite, ma quella dell’articolo magistralmente scritto, è a mio avviso, la più straordinaria delle innumerevoli straordinarie (mi si passi la confusione, voluta).
    Aggiungerei che, soltanto Franco Baresi avrebbe potuto fare una partita del genere dopo l’infortunio occorso con la Norvegia (mi pare) ed è anche per questo che, nonostante altri giocatori del Milan abbiano vinto più di Franco Baresi, reputo Franco Baresi il miglior difensore della storia del calcio mondiale e se dovessi metterlo al secondo posto, lo farei soltanto per Gaetano Scirea.
    In quella partita, Franco Baresi arriva dappertutto, con scelte di tempo straordinarie, annullando grandi attaccanti dell’epoca e facendoli sembrare dei giocatori del “parco Lambro”; eppure, erano gli attaccanti del Brasile, che di li a pochi minuti si sarebbero laureati campioni del mondo.
    Viva Franco Baresi.

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