LA STORIA DEI MONDIALI – PARTE 6^: IL RITORNO DEL BRASILE E IL PRIMO SIGILLO DELLA FRANCIA

Tante “prime volte” sanciscono l’unicità dell’edizione del 1994 dei campionati del mondo: gli Stati Uniti d’America sono il primo paese non facente parte dell’Europa Occidentale o dell’America Latina ad organizzare la rassegna iridata; per la prima volta ad ogni successo corrisponde l’acquisizione di tre punti nella graduatoria dei gironi iniziali (sulla scia di questa decisione la Serie A, di gran lunga il più importante fra i tornei nazionali in ambito globale all’epoca, si renderà protagonista della medesima svolta storica a partire dalla stagione che prenderà avvio successivamente alla conclusione del mondiale e che si concluderà con il ritorno alla conquista del tricolore da parte della Juventus di Marcello Lippi, che ben ha saputo interpretare l’innovazione sciorinando un calcio offensivo volto alla consapevolezza della necessità di agguantare quante più vittorie possibili) e, soprattutto, la principale novità è rappresentata dal fatto che il trofeo viene assegnato soltanto dopo i calci di rigore.

A trionfare è il Brasile, che, a distanza di 24 anni, dopo la straordinaria epopea che aveva condotto nella bacheca verde-oro tre titoli fra il 1958 ed il 1970, conquista il quarto sigillo pur non disponendo di una nazionale trascendentale, con Romario e Bebeto assoluti protagonisti.

In realtà avrebbe dovuto essere il mondiale di Roberto Baggio, universalmente riconosciuto quale miglior giocatore del pianeta e pallone d’oro in carica: un trofeo, quest’ultimo,  che avrebbe nuovamente fatto suo se, in quel di Los Angeles, non avesse clamorosamente fallito il tiro dagli undici metri che  risultò a tutti gli effetti decisivo (nonostante , qualora fosse stato siglato, il Brasile avrebbe comunque avuto la possibilità di chiudere la contesa) a margine di un incontro che il “divin codino”, a onor del vero, non avrebbe disputato se non si fosse trattato di una finale di un mondiale.

L’infortunio patito durante la straordinaria semifinale contro la Bulgaria, condita da una doppietta, costrinse Roby a presentarsi in condizione precarie (per usare un eufemismo) sul prato di Pasadena contro Dunga e compagni: l’andamento della partita aumentò a posteriori il rammarico, nel gruppo squadra e nell’intero popolo azzurro, per un titolo che, con Baggio al meglio, probabilmente sarebbe stato sollevato al cielo da un eroico e stoico Franco Baresi, rimessosi velocemente da un infortunio al menisco e sceso in campo per dare il proprio, sensazionale,  contributo.

Or dunque, dopo la memorabile parentesi al Milan, Arrigo Sacchi non ebbe modo di aggiungere al proprio palmares anche la medaglia d’oro più significativa del calcio.

Quattro moti di rivoluzione più tardi la Francia di Aimè Jacquet, ma soprattutto di Zinedine Zidane, si laurea per la prima volta campione del mondo battendo, nell’atto conclusivo, contorniata dalla domestica cornice di Saint Denis, il Brasile per 3-0 in virtù della doppietta del fuoriclasse bianconero, futuro pallone d’oro, e altresì grazie all’ulteriore sigillo di Petit.

Se il fantasista della Juventus risultò il miglior giocatore di questa manifestazione iridata (nonostante l’espulsione patita contro l’Arabia Saudita), alla storia questo mondiale consegnerà il dramma, non solo sportivo, del miglior giocatore del pianeta, Ronaldo “il fenomeno”, colpito da convulsioni alla vigilia della finale contro i transalpini (successivamente si parlò di problemi cardiaci che associati ai farmaci inizialmente ingeriti dall’attaccante brasiliano lo avrebbero addirittura condotto in pericolo di vita).

Incredibilmente, però, Zagallo decise di schierarlo in campo nell’undici iniziale: la gara del pallone d’oro in carica fu logicamente lontanissima dagli standard consueti dell’ “extraterrestre” che, a stento, dava la sensazione di reggersi in piedi.

II Brasile, sconvolto dall’emotivamente destabilizzante episodio e privo della potenziale, solita, inarrestabile prestazione della sua stella, non poté fare altro che capitolare dinanzi ai padroni di casa.

Al cospetto dei quali s’interruppe, nei quarti di finale, il cammino degli azzurri:gli errori dal dischetto risultarono ancora una volta decisivi.

BIO: ANDREA FIORE

Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito  tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.

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