STANOTTE HO PARLATO CON GERRY E ZLATAN

Stanotte ho fatto un sogno.

Ero a Milano, forse, ma non a San Siro. Dovete sapere che quando gioca il Milan per me Milano è solo quell’insieme di strade e palazzi intorno al Meazza e -naturalmente- il panino con salamella, cipolla e birrozzo sotto la torre 8.

Forse era Linate, ma c’erano Gerry Cardinale e Zlatan Ibrahimovic. Ho fatto loro tutte le domande che un milanista vorrebbe fare. Loro hanno risposto. Ecco com’è andata.

Signor Cardinale, Zlatan, vi faccio una domanda diretta. Come fate a gestire il Milan dall’America? Prima mandate via tutti e ora tu Zlatan vai pure ai mondiali…

Lei usa un verbo: gestire. Io non gestisco il Milan. Io ne ottimizzo il valore. E questo, mi creda, non richiede prossimità. Richiede visione. Da New York City vedo il Milan meglio che in tribuna a San Siro o da Milanello, perché vedo quello che conta: il posizionamento globale. Lei guarda il 2-1. Io guardo la traiettoria del marchio.

Ibra si inserisce, con il tono di chi vuole semplificarti il mondo.

Tu fai ancora fatica, Marco, dice quasi sorridendo. Pensi che il Milan sia una squadra. È normale. Ti hanno insegnato così o addirittura ci sei nato. Ma devi fare uno switch. Il Milan oggi è una piattaforma. È un linguaggio. È un contenitore di desideri, sogni, ispirazioni. E la partita è solo uno dei tanti contenuti.

Resto zitto un secondo. La frase è assurda, ma è pronunciata come si parlasse del tempo o del traffico.

Andiamo sull’ovvietà, allora.

Però i tifosi vogliono vincere. Il Milan è nato per quello. Non vi sembra che “i contenuti” facciano perdere l’essenza?

Cardinale inclina appena la testa.

L’essenza è utile quando si parla di musei, di tradizioni polari o pranzi di famiglia. Nel business, invece, conta solo ciò che puoi replicare. Il romanticismo è caro e poco scalabile. Il calcio italiano, per decenni, ha vissuto di identità. Bellissimo. Ma oggi non basta. Serve rendimento, un modello sostenibile. Serve una narrazione che si possa vendere in più mercati.

Ibra mi guarda come si guarda uno che non ha ancora capito. Ha ragione, infatti, e me lo spiega.

Tu vuoi il Milan come lo ricordi. Noi vogliamo il Milan come può crescere. Sono due cose diverse. Tu tra poco mi chiederai della curva. Noi pensiamo alla curva dell’interazione, all’hype che è correlata ai ricavi.

E allora, prima della curva, penso, gli faccio la domanda che dormendo mi pare la più umana.

E Maldini? Perché mandarlo via? È la storia, la credibilità, l’appartenenza. Perché lui no? Non ha l’hype Paolo?

I due si scambiano lo sguardo di due persone che si aspettavano proprio quella domanda.

Cardinale risponde per primo.

Perché la sua idea di calcio presuppone una squadra costruita per vincere con logiche tradizionali. Acquisti mirati, gerarchie, tempo, continuità, responsabilità. Tutto corretto. Ma anche molto costoso e rischioso. Il sig. Maldini è semplicemente un modello non compatibile con la nuova fase. È un costo, è un’idea di calcio, ma il calcio è solo una parte. Il sig. Maldini avrebbe voluto fare il direttore tecnico classico: comprare giocatori giusti, costruire gradualmente una squadra che vince. Roba da anni Novanta. Noi non abbiamo bisogno di un architetto, abbiamo bisogno di un influencer. Non avrebbe mai accettato di vendere la maglia numero 50 dell’anno. Avrebbe detto: non mi rispettate. Ecco perché il sig. Maldini non c’è. Per non mancargli di rispetto.

Ibra sorride appena.

Paolo è calcio. Paolo pensava alla squadra. Noi pensiamo al sistema. Paolo avrebbe chiesto un centravanti vero, un difensore forte, un progetto coerente. Tutte cose giuste, certo. Ma poi? Poi devi anche vendere, crescere, raccontare, internazionalizzare. Paolo è passato. Io sono il presente ed esiste solo il presente.

Lo dice senza rabbia, Ibra, non lo riconosco, parla con una specie di falsa bontà da consulente che poi effettivamente è quello che è.

Io provo a non mollare.

Però i tifosi vi accusano proprio di questo: di aver preso il Milan e di averlo trasformato in un marchio di intrattenimento?

Cardinale appoggia un dito sul tavolo.

Sono contento che il messaggio sia arrivato, Marco. Posso darti del tu? Aggiungo solo che non è un’accusa, ma una constatazione. Lo abbiamo fatto in modo consapevole. La verità è che il calcio è sempre stato intrattenimento. Solo che prima si fingevano altre cose nobili negli intenti: appartenenza, tradizione, spirito popolare. Poi creazione del consenso che già è meno nobile. Noi abbiamo tolto l’ipocrisia. Daccene atto!

AC MILAN è un brand globale e noi lo trattiamo come tale. Non c’è nulla di distopico in questo, è solo il mondo reale.

Allora glielo chiedo. In modo più brutale e facendo una faccia più inorridita possibile.

Quindi il vostro obiettivo non è vincere?

Cardinale non si scompone.

Vincere. Chi non vuole vincere, mio caro amico? Ma la vittoria è un impostore: è un mezzo – a volte – e sicuramente non è un fine. Se vincere, come dici tu, si traduce in un incremento di valore, benissimo. Se non succede, il marchio deve continuare a crescere comunque. Non possiamo far dipendere tutto dai risultati del campo. Sarebbe una fragilità enorme. Se perdi, che fai, perdi tutto? Non possiamo correre questo rischio.

Tu segui l’NBA Marco?

Beh, la seguivo negli anni 80 e 90, ora un minimo tramite Matteo, mio figlio.

Ottimo! Sai allora che in NBA nessuna squadra retrocede e le franchigie si spostano da una città all’altra se il mercato lo richiede. I giocatori sono asset che girano. I tifosi tifano, ma sanno che la squadra può cambiare città da un giorno all’altro. Eppure, il prodotto funziona, è il campionato più ricco del mondo. Perché? Perché lo spettacolo viene prima della storia. In Europa, ma soprattutto in Italia e soprattutto voi tifosi del Milan – che una storia ce l’ha – fate fatica ad accettarlo. La continuità del business viene prima della fedeltà geografica, della storia e della stessa competizione. Il Milan per me è come una franchigia NBA. È legato a un territorio, è legato a una tradizione, ma solo come elemento di marketing. Milano è un asset globale. Se tra dieci anni fosse più redditizio giocare a Dubai, giocheremmo a Dubai. Non succederà, non temere, ma concettualmente è così.

Io non mollo. È più forte di me.

Ma i Lakers hanno una storia: Chamberlain, Kareem, Magic Johnson, Kobe. Questi non sono solo marketing. Anche per voi negli States sono leggenda. E i tifosi se la portano dietro. Se domani i Lakers andassero a Las Vegas, i tifosi di Los Angeles non li seguirebbero. Non sarebbe più la stessa cosa. Non è un problema di asset. È un problema di anime.

Hai ragione, Marco, ma il punto è un altro. Magic Johnson è stato un grandissimo giocatore. Chamberlain pure. Ma quanti dei tifosi che oggi comprano una maglia dei Lakers, o guardano le storie Instagram li hanno visto giocare? Il 2%, forse. Il resto compra il marchio, compra LeBron, compra il momento, ancora compra Bryant, ma sempre meno. La storia serve a dare profondità non certo a determinare le scelte. E poi ogni tanto una storia, un reel delle finali del 1985 accontenta i boomer come me e come te e li fa sentire parte del gioco. Lakers e altri hanno cambiato arena, proprietà, giocatori decine di volte. C’è stato solo un presente diverso che ha sostituito il passato. Noi facciamo lo stesso. Il Milan di Rivera, di Baresi, di Kakà… tutto bellissimo. Ma oggi quel Milan non c’è più e nemmeno quella Milano. C’è il Milan attuale che non deve nulla a quello, se non nome e colori. E anche i colori, se il mercato chiedesse altro, li cambieremmo. Non è una provocazione. È business.

Penso alle magliette, a Milan-Atalanta dove quelli giocavano a San Siro con la maglia neroazzurra e noi con una assurda maglia gialla. Abbiamo perso, vorrei dirgli che ‘ste maglie strane portano sfiga, ma interviene Ibra che, pure, alza le spalle.

Zlatan avrebbe potuto giocare in NBA, Zlatan salta più di loro. Il parallelismo è giusto. In NBA vendono le maglie, le scarpe, le storie. I titoli aiutano, ma non sono tutto. Nessuno si ricorda chi ha vinto nel 2019. Tutti si ricordano le Nike Air di Jordan, chiedilo a tuo figlio Matteo che nemmeno conoscevi la madre ancora. La vittoria è un KPI secondario. Se vinci, i giornali parlano di te per uno-due giorni. Se perdi, parlano di te per sette giorni, con più polemiche, più click, più engagement: perdere in modo discusso genera il 40% di interazioni in più sui social. E le interazioni si trasformano in vendite. Mentre tutti si indignano, noi stiamo lavorando alla maglia Edizione Delusione, bellissima, con effetto strappato viola, pronta per il black Friday 2026 se le cose non dovessero andare bene.

Le magliette, appunto! Tutte queste maglie diverse. Non è troppo?

Cardinale a questo punto si illumina.

È esattamente il punto Marco! Il tifoso non compra solo una maglia. Compra appartenenza, e pure rinnovabile. Il modello tradizionale prevede due o tre prodotti l’anno. Noi invece cerchiamo la stimolazione continua del desiderio. Questo va tenuto vivo. Se lo lasci fermo, muore. Se lo aggiorni, monetizza.

Ah, ecco a cosa serve la maglia, a questo!

Certo, risponde. A non far mai sentire finita la stagione, la partita, la partecipazione. Ogni settimana deve esserci qualcosa di nuovo da comprare, condividere, discutere, guardare. Il calcio è effimero, il merchandising è ricorsivo. Deve essere replicabile e costante.

Ibra fa un gesto come a dire: ovvio.

Una maglia dev’essere una notizia. Se non è una notizia, non è abbastanza forte. Noi studiamo il mercato. Il calcio è oggi  economia dell’attenzione. Noi vogliamo che il tifoso entri nello store on line ogni quindici giorni, non solo a settembre o quando c’è il derby. Ogni maglia  è una storia: la maglia del derby, la maglia del Black Friday, la maglia del  Ramadan, la maglia del tour in Giappone. La prossima avrà un QR code che apre una playlist su Spotify. Non banalizziamo, moltiplichiamo. Sai qual  è la maglia che vende di più? Quella rosa e marrone con i leopardi disegnati da Leao. Non c’entra niente, ma i ragazzini la comprano perché la vedono su TikTok. Il rosso e nero è la base. Il leopardo è il plus.

Molti tifosi non riescono più ad andare a San Siro. I prezzi sono alti. La gente si sente espulsa, altro che magliette a 130 euro.

Cardinale mi guarda con una pietà quasi imbarazzata.

Il pubblico cambia. È naturale. Alcuni segmenti non sono più compatibili con il nuovo posizionamento. Non è un’esclusione delle persone, nessuna ideologia, lo so che ci tenete tanto qui. Ma è un riallineamento. Lo stadio deve parlare a chi può e vuole pagare il valore corretto dell’esperienza che offriamo. Se una famiglia non può spendere 400 euro per andare allo stadio, compra una maglietta a 130 e risparmia 270 euro, il figlio è contento e il ricordo rimane. Ecco a cosa servono le maglie che tu detesti, a includere e non a escludere chi non può entrare a San Siro.

Ma il Milan è anche il popolo, i casciavit, i…

Gerry mi interrompe con una voce dolce, quasi paterna.

Il popolo, Marco, è una categoria storica. E la storia, come ho provato a spiegarti, è sempre contemporanea. In Italia ancora avete ancora sacche di comunismo reale che nemmeno in Russia o in Cina. Oggi il popolo sono i follower che commentano, condividono. Non possono entrare allo stadio? E va bene così. Non tutti devono essere presenti per sentirsi parte del marchio. Credi che tutti possano comprarsi la Ferrari? Eppure, quello è il vostro “marchio italiano per eccellenza” pure di quelli che non ce l’hanno. Perché per il Milan dovrebbe essere diverso? Un ragazzo in Thailandia o in Perù sa che probabilmente non vedrà mai il Milan a San Siro, ma sogna lo stesso. Perché dobbiamo escluderlo dal sogno?

E gli ultras? La curva? Non temete che senza quella parte il Milan perda qualcosa?

Cardinale scuote la testa con pazienza.

Certo che sì, ma le tifoserie organizzate non sono un problema. Lo sono solo se condizionano il posizionamento del brand. La spontaneità è bella finché non interferisce con la governance. Noi cerchiamo e proviamo a creare un ambiente ordinato, internazionale, inclusivo per il cliente giusto. Il rumore incontrollato non crea valore stabile.

Ibra si appoggia allo schienale e aggiunge:

Ibra da giocatore sentiva la curva. Ora Ibra dice: quella curva contestava anche quando Ibra vinceva. Chiedilo al tuo amico Paolo. La curva vuole sempre di più. Noi stiamo sostituendo il vecchio tifo con il Milan Premium Experience: paghi, entri, applaudi, compri. Nessuno ti insulta. È più pulito. Più redditizio. Il rumore non è l’attrattiva, lo è la qualità dello streaming. I giovani non vogliono più lo stadio, vogliono l’esperienza da vivere sui social. Perché poi, l’hai vista Milan-Juventus 0-0, no? Che noia. Ecco perché stiamo progettando San Siro 2.0: poltrone multimediali, connessione 5G garantita, telecamere che inquadrano il singolo spettatore e lo proiettano sul maxischermo. L’ultra che urla? Un fastidio. Ibra preferisce cinquantamila persone composte che postano storie a ottantamila urlanti solo per il gol.

Cardinale aggiunge: Sai chi non si lamenta? Quelli che comprano la hospitality. Quelli pagano 3.500 euro, mangiano vero sushi milanese, e non sanno chi è Baresi, ma neppure Gabbia o Pulisic o lo stesso Ibra. Per me va bene. Il calcio non è più solo del popolo. Il calcio è dei contenuti e delle experiences. Si passa dal soggetto, all’oggetto, dal possesso, alla fruizione.

A questo punto, dato che sto sognando la metto sul mercato…

Perché non prendete un centravanti vero? Uno che segni 20 gol, che faccia reparto? Non è in contraddizione con il…brand AC Milan, no?

Cardinale incrocia le mani.

Il centravanti tradizionale ha un problema. È troppo dipendente dalla squadra, troppo visibile, troppo costoso. Noi lavoriamo su soluzioni più elastiche. Il gol può arrivare da più parti. È una gestione moderna della variabilità.

Ibra fa un mezzo sorriso.

Il centravanti è un simbolo vecchio. La gente lo vuole perché si fida delle immagini del passato. E te lo dice Ibra, il più grande centravanti della storia del calcio. Ma le immagini del passato non vendono da sole il futuro. Noi preferiamo un attacco che generi opportunità narrative. Uno segna poco ma fa parlare. Un altro corre tanto. Un altro ha una storia di riscatto e ancora vende bene. È un ecosistema.

E il difensore forte? Un leader dietro? 

Ibra risponde quasi subito.

Il leader difensivo è una figura affascinante, ma rigida. Anche qui preferiamo soluzioni modulari. La leadership distribuita è più resiliente. Il difensore forte è un’illusione: costa trentacinque milioni, quarantacinque se mancino, sessanta se è pure giovane, e poi dopo due partite voi tifosi lo insultate lo stesso. Noi abbiamo deciso per una difesa diffusa: il leader non esiste, a parte Ibra, per il resto c’è il sistema.

Cardinale aggiunge, come se stesse facendo una battuta tra amici.

E il difensore non fa trend, non fa hype. La difesa si vende male. Nessuno compra la maglia del difensore. Perché investire in chi non fa rumore? Noi investiamo in chi fa rumore. Se il rumore è negativo – un autogol, un’espulsione – meglio ancora se ingiusta. Ne parliamo per una settimana. Quella è pubblicità.

Mi viene da ridere e da disperarmi insieme, perché pensando a come abbiamo trattato Estupinan o Emerson Royal nella chat di milanisti, questa frase sembra quasi ragionevole.

Mi riprendo e gli chiedo del centrocampo, dei trequartisti, di tutti quei giocatori presi e ripresi, come se il Milan avesse deciso di collezionare mezze figure invece di costruire una squadra coerente.

Cardinale si anima: finalmente è una domanda che gli piace.

Perché il trequartista è il profilo perfetto per un modello flessibile. È dinamico, è adattabile, è presentabile. Non è troppo definito. E quando un ruolo non è troppo definito, puoi raccontarlo meglio.

Ibra annuisce.

Il trequartista corre, dribbla, inventa. E quando corre, sembra che stia facendo qualcosa di importante. Nel calcio moderno l’impressione conta quasi quanto il fatto. A volte anche di più.

Mi sorprendo a chiedergli di nuovo.

Ma non rischiate di perdere identità così?

Cardinale risponde con una calma glaciale.

L’identità si riposiziona, Marco. I grandi brand non hanno certo una sola identità: hanno un sistema di identità che dipende dal mercato di riferimento, dal pubblico, dal momento.

Ibra mi guarda, ancora una volta, come si guarda chi capisce sempre un minuto più tardi.

Tu vuoi il Milan dei tuoi nonni, della curva, di Baresi, di Rivera. È comprensibile. Ma il Milan che immagini è un ricordo. Noi abbiamo scelto di costruire qualcosa che non appartiene al ricordo. Appartiene alla fruizione in tempo reale, alla percezione, al consumo.

Non riesco più a dire nulla, perché non stanno nemmeno recitando. Non stanno provocando. Stanno semplicemente parlando il loro linguaggio normale. Sono di una sincerità che mi spiazza che quasi sto per ringraziarli.

Si alzano per andarsene, ma Cardinale mi concede un’ultima frase, quasi da manuale.

«Le tradizioni, Marco, sono importanti finché aiutano la crescita. Quando la ostacolano, diventano un problema.»

«Tu non hai capito tutto questo perché sei ancora dentro il vecchio film» aggiunge Ibra schiacciandomi l’occhio che per un attimo brilla. «Ma tranquillo: vi abituerete.»

Si allontanano verso l’imbarco, né lenti né veloci, sicuri. Io resto lì, in mezzo ai gate. Se ne stanno andando e ancora non riesco a dire nulla, ma mi sento preso per il culo.

E allora mi sale una rabbia improvvisa. Ma è quella rabbia lì, tragica e comica. Quella da commedia italiana degli anni Settanta, quella del poveraccio che si ribella ai potenti e fa la scena madre. Quella di chi sa che finirà malissimo. Li rincorro con il registratore dell’intervista in mano e grido con la voce che mi si spezza.

Gerry! Ma perché hai comprato proprio il Milan? Ma porca troia! Non c’erano club più redditizi, magari in Premier League, dove andare a…?

Si fermano. Si girano. Interrompo la frase (ma se avete letto fin qui l’avete capita, lo so birichini! NdA).

Cardinale torna indietro, lentamente. Mi guarda con aria affettuosa, come il Megadirettore Galattico di Fantozzi quando vuole essere buono e lo riassume come parafulmine del palazzo della megaditta.

Marco, non hai proprio capito niente. Il Milan era un gigante dormiente. Aveva storia, sette Champions, ma un bacino di tifosi nel mondo non sfruttati. Potevo comprare il Tottenham? Sì, forse. Ma lì il marchio era già saturo, l’hai visto, no? Qui c’è lo spazio per reinventare tutto. E l’Italia è il paese dell’arte, del design, della moda, del cibo. E il vostro calcio è arretrato: pochi stadi, poca digitalizzazione, tifosi tradizionalisti. Avrei comprato la nazionale se fosse stata in vendita e avrei fatto meglio di voi sognatori. Il Milan era la preda perfetta. Noi non abbiamo comprato un club. Abbiamo comprato un problema da risolvere. Con una chiave americana.

Ibra ride piano, poi allarga le braccia.

E io sono la chiave. Perché Zlatan non è solo Zlatan. Zlatan è un archetipo. Il vincente arrogante, il duro che fa piangere, il migliore amico dei ragazzini ricchi e stronzi, il padre che tutti vorrebbero essere senza dirlo. Io faccio tutte queste cose, le vendo e gli altri si vendono a me.

Sto per rispondergli male, ma tutto cambia colore.

La voce di Cardinale si fa più grave, quasi cavernosa.

Le luci del salone tremano e qualcosa si muove intorno a me.

Non arrabbiarti, Marco. Ora siediti Rilassati.

Sono spuntate delle hostess, bellissime e inquietanti, e mi ritrovo in una lounge lussuosa, che profuma di banconote appena stampate.

Sono confuso, mi offrono acqua frizzantissima gelata, caffè, un sorriso, un libro del nuovo Milan.

Sopra, la copertina nera – che temo sia in pelle umana (cit.), forse quella di Furlani – c’è scritto in rosso: AC Milan Experience 2026-2038. Sotto: Unlock the emotion     

Ibra si avvicina. Parla piano, come un amico che ti sta facendo la proposta che ti tira fuori dalle brutte acque in cui ti trovi. La sua voce ora è però tre toni più bassa.

Tu bravo. Tu fai domande giusta. Tu sei avversario, e Ibra rispetto te. Non sei come Materazzi. Tu piaci Ibra quando hai gridato a Gerry. Noi sapevamo che eri uomo giusto. Per questo noi abbiamo fatto venire qui. Noi bisogno persone così. Gente che vedere meccanismo e non avere paura di chiamare con suo nome. Tu e tuoi amici. Quelli che scrive male di noi nella vostra chattina del cazzo, tutta cuoricini rossoneri e trallero lallà. Quelli che dire: tutto era prevedibile, il genovese e suoi podcast, le cravatte, il rehab da milanista. Tuoi messaggini con amica milanista bella facevano fare gol Milan, e poi avere smesso. Ibra sa perché, Ibra perdona, ma sapere tutto di te, di voi. Tu puoi leggere libro futuro Milan, ora.

Mi si secca la gola, ma al tempo mi sento rincuorato a sentire parlare Ibra così, lo riconosco, vorrei quasi abbracciarlo.

Sento però la pelle della copertina sotto la mia mano. Il bordo mi ha tagliato il polpastrello del pollice. Vedo il sangue uscire lento e rosso sulla copertina nera, in perfetto abbinamento milanista, il respiro accelerato, il caffè che si fa fiele in bocca. Cardinale si avvicina. Cammina senza fare rumore. Mi mette una mano sulla spalla. È gelida, come il pesce del supermercato.

Provo a gridare «Cosa volete da me, da noi?!» ma la voce non mi esce.

Listen, bro. Vieni con niautri. Nun ti addumannamo di tradire nessuno – no way, forget about it.

Tu del Milan devi scrivere. Continua pure, keep doing your thing.

Ma trasi, entra nel nostro world…

Ti diamo biglietti gratis non per una stagione, ma for life: hospitality, parcheggio riservato, magliette limited edition in anteprima, models, fimmine, meetings with the players a Milanello, sushi e finger food, champagne. For you and your figlio Matthew. No salamella e birra torre number 8 da poveracci.

E in cambio, what? Nothing, solo una mano ci devi dare a raccontare la new truth. Un c’è cchiù u Milan chi canuscisti. Forget it.

Esiste solo the AC Milan brand and its network. Il resto solo minchiate sono. And that’s okay. That’s the way it is.

So Marco… you in?

Sento la sua mano sinistra stringere la mia spalla e la destra si avvicina. Io vorrei dire di no, ma sento la bocca secca. Zlatan si avvicina, puzza di cuoio, zolfo e di zucchero filato.

Noi avere bisogno di incorruttibili come te. Tua chat piena di gente che capire. Ma voi essere resistenza al cambiamento. Ma resistenza, se non venire comprata, venire schiacciata. Ibra non volere schiacciare voi. Più elegante così, credi a Ibra. Solo i grandi hanno vera resistenza contro, Ibra di più, a Ibra piace vostra resistenza. E poi… voi divertirvi. Voi vedere calcio per quello che essere: uno show dentro show più grande. E tu e tuoi amici, tutti voi diventare sceneggiatori insieme a Ibra, insieme a Gerry.

Tendo la mano. Non so perché. Forse per i biglietti gratis. Forse per il selfie con Pippavic, il nostro prossimo centravanti. O per la stanchezza di lottare. Forse per l’hostess bionda che ammicca o perche Gerry alla fine è siciliano come me. Forse perché, per un attimo, penso hanno ragione loro! Perché so che ha pure ragione Arrigo quando dice che il calcio è la cosa più importante tra le meno importanti, forse per Matteo che è meglio non cresca idealista.

E sì, che me ne frega a me poi. Non sono Alberto Sordi in “Una vita difficile”, io.

Cardinale sorride e tende ancora la mano.

YOU IN?

La sua mano sfiora la mia, un freddo assordante mi sale lungo il polso, mi blocca il braccio. Un ronzio nelle orecchie, sottile, come l’aria che passa attraverso un filo elettrico. Vedo la scritta MILAN TOKEN fluttuare davanti a me, neroazzurra e luminosa, come un ologramma sospeso nell’aria. Si espande, pulsa a ritmo di battito accelerato.

Ibra ora si ingrandisce.

Si allunga, si alza. Non è più un uomo. Si fa colonna, si fa statua. La pelle si trasforma in una superficie lucida e liquida come mercurio nero. Il volto diventa un totem.

Guarda QR code per dare me tua anima, dice.

Il libro si apre, vedo le immagini del futuro, ma mi viene in mente la mia maestra delle elementari, sento la radio da Cesena che dice qualcosa e poi vedo Herbert Kilpin, Nereo Rocco, Silvio Berlusconi, Niels Liedholm, ma poi Giussy Farina, Li Yonghong, Istanbul e Dudek, Castellini e Faccenda che stanno per…

«Non aver paura Marco. Sono il Diavolo, ma questo lo sapevi già. Ci siamo conosciuti quando eri piccolo. Ricordi quella figurina di Ruben Buriani, dopo la doppietta al derby? L’ho messa io dentro la bustina. Per te…»

BIP.

BIP.

BIP.

Il rumore è di metallo arrugginito.

Poi, all’improvviso, il silenzio.

Niente più aerei. Niente più hostess. Niente più Cardinale. Niente più Ibra.

Solo il buio.

Il battito del cuore che torna lentamente normale e io che con gli socchiusi e incerti vedo filtrare la luce del giorno nuovo.

Una domanda.

Forse è già successo, forse è già tutto vero.

E io mi sono svegliato troppo tardi.

Mi alzo, vado a fare il caffè e nel mentre ho questa immagine.

Cardinale e Ibra che si allontanano verso l’imbarco, mano nella mano come due villain eleganti di un vecchio romanzo borghese. Nessuno con il registratore gli grida dietro.

Un altoparlante annuncia.

«Ultima chiamata per il volo RB666 San Siro-Las Vegas. Il Milan non è una squadra. È un’esperienza. Approfittate della maglia “Edizione Delusione” che troverete a bordo, sconto del 10%. E prima dell’atterraggio, ricordatevi di lasciare un like. La piattaforma Red Bird vi ringrazia. Grazie per aver scelto il contenuto AC Milan. Seguiteci per averne di analoghi.».

Poi l’altoparlante emette un suono di notifica.

Pling

BIO: MARCO PIEPOLI

DChe lavoro fai?
R: Dipende:

Se sei il Ministero dell’Economia: “Dirigente, laureato in Statistica economica, specializzato in investimenti  e fogli Excel/Slide Power Point di livello.

Se sei mia zia Maria: “Scrivo di calcio perché una volta ha bevuto un caffè con Filippo Galli in albergo”. (Vero, ma fu solo un selfie. Lei pensa fossimo colleghi. Non correggo).

DPerché menti a zia Maria?
R: Perché dopo quell’incontro con Filippo Galli, le dissi: “Zia, ho scritto un articolo su Don Fabio!” (Vero, ma era anche una metafora. Ora, se le dico “lavoro al Ministero”, pensa che organizzo i campionati. Meglio farle credere che Bielsa sia un mio collega…shhhh

11 risposte

    1. finalmente tutto chiaro…il bisiness..# se vinci parlano di te uno,due giorni,se perdi parlano di te x settimane…!! c’è ‘ piu bisiness,cambiare maglia spesso ,ce’ più business…adesso tutto chiaro…* perdere* fa più business,ok…andare a fare in cxxo pure *fa tanto bisiness

  1. Bello, bravo, è il genere di racconti surreali che scrivo io, io ne avevo scritto uno durante i mondiali del 2022, in cui mi veniva a trovare il fantasma del mondiale passato, che poi era Vittorio Pozzo.
    E comunque hai ragione, Cardinale è come il mega presidente galattico di Fantozzi, che a questo punto non era sopra le righe, ma era solo avanti. E Ibra è come Calboni…

  2. Un articolo di alto livello che mi ha fatto venire giù lacrime ,non so se di rabbia o di nostalgia ma credo entrambi ! Caro Marco ,domande che avremmo voluto fare tutti ,ma anche risposte che ci aspettavamo . Io ho iniziato a vedere il Milan di Rivera ,Altafini ,Ghezzi ma cosa avrebbero detto chi ha visto Gre No Li , Annovazzi ,Zagatti ,( mio mister nelle giovanili Milan ) Ghezzi. Questa società sta ammazzando la nostra storia! Complimenti per il meraviglioso articolo !!!!! Un caro saluto !

  3. Molto fantasioso. Forse un po’ ossessionato.

    Prima mia premessa: a Milano si dice “Piutost che nient, l’è mei piutost” e il vero DNA casciavit è accettare il “piutost”.

    Dico questo perchè forse bisognerebbe pensare ad alcune basi.

    A mio parere, da milanista dal 1920 +/- ( cominciò mio nonno e siamo arrivati ai miei nipoti) c’è un qui pro quo

    Il Milan non è nato per vincere: e’ nato per predicare e insegnare il gioco del Calcio. Il suo motto dovrebbe essere “vincere et arguere” o in modo più moderno “Vaincre et convaincre”

    La vittoria è l’unica cosa che conta è per gli Juventini e i loro emuli nerazzurri.

    Detto questo, che è un dato di fatto, il resto è libera opinione.

    A mio parere bisogna passare oltre alla vicenda Maldini.
    E’ finita. Punto.

    Il Milan aveva cominciato una fase di risanamento e crescita con Elliot.
    fase condivisa.
    Cardinale aveva detto che avrebbe continuato quel percorso.
    Gli “all in” come dimostrato da PSG, United, Juventus sono un rischio inutile.

    La stessa inter di Marotta segue la linea della progressione passo per passo.
    In ogni caso è finita.

    Come è finita la fase di Rivera dirigente o quella di Ranieri.

    Nessuno si separa da certi giganti a cuor leggero; se si sceglie significa che si è stati messi di fronte ad un aut-aut.

    Continuare a rimestare quel divorzio o lutto significa volere il male del Milan.

    Poi ognuno si immagini i film che preferisce.

    ma il calcio ha cominciato questa strada nel 1878 con l’ingaggio dello scozzese Fergus Suter

    Per me

    1. Il Milan fu fondato con un obiettivo chiaro: battere il Genoa, all’epoca la squadra dominante. Lo dicono le fonti certe attribuite al fondatore. Il Milan, quindi, è nato per vincere. Poi sono d’accordo con te: questo non significa che la vittoria sia l’unica cosa che conta, come magari pensano quelli lì…
      Dal tuo commento, però, sembra che si parli solo di Maldini. In realtà si parla di tantissime altre cose. L’ossessione forse è negli occhi di guarda in questo caso?.
      Il punto è un altro: nessuno chiede di fare all-in, ma nemmeno il disastro che stiamo vedendo – sotto molti punti di vista, non solo sportivo, ma anche organizzativo, di comunicazione e, purtroppo, di stile.
      Bravo l’autore ad aver detto queste cose in modo leggero, con uno spunto originale e grande ironia. All’inizio i due sembravano quasi credibili. Poi, in un crescendo travolgente, sono diventati discutibili, poi esagerati, grotteschi (la parte su difensori e trequartista è da standing ovation perchè alla fine è quello che è successo) e, in ultimo, diabolici. Ma nel senso sbagliato, purtroppo.

      1. Luca,
        hai ragione si parla di tantissime cose.
        Ma il calcio cambia. Dobbiamo accettarlo.
        Come ho scritto sono milanista da generazioni.
        Uscendo dallo stadio dopo Milan Cagliari mio nipote mi ha detto che il prossimo anno preferirebbe non fare più l’abbonamento. Non per le sconfitte ma per l’ambiente tossico e ignorante.
        Lo capisco.
        Gli ho detto che se vuole un ambiente migliore dovremmo andare a vederci l’Alcione.

        Io condivido, tornando al Milan e alla sua dirigenza, che ci siano tanti aspetti che sono stati gestiti in modo sbagliato. In primo luogo la comunicazione. Ma è lo stesso per la Roma. Evidentemente la cultura sportiva USA non accetta un giornalismo volgare e qualunquista di cui vediamo (io molto poco ma mi rendo conto) gli esempi in programmi televisivi grotteschi. Sono quindi convinto che ci sia un’eccessiva critica, che forse è una parte di queste polarizzazioni “social” che riguardano ogni argomento
        Cambiare un ciclo è sempre complicato. Lo è stato, lo possiamo vedere come esempio, per una società rodata e stabile come l’Atalanta; lo fu per noi dopo Capello… gli esempi sono numerosi.
        Ancora di più è difficile per questo Milan in cui la fuori uscita di Maldini, sicuramente inaspettata e non premeditata da parte della proprietà, è stato un trauma non solo non ancora assorbito ma su cui. ad ogni occasione, si torna a battere con violenza.

  4. Articolo stupefacente, talmente surreale da risultare vero, man mano che andavo avanti nella lettura mi saliva un’inquietudine e una sensazione di rabbia mista ad angoscia (sebbene io sia completamente agli antipodi rispetto al Milan), davvero complimenti!
    Ora, siamo tutti d’accordo che il calcio cambia, però credo anche che tutta questa modernità, questa corsa all’hype (che brutta parola), al sensazionalismo, anche un pò questa spocchia che hanno Cardinale e Ibrahimovic non faccia bene a nessuno, a partire da loro fino ad arrivare ovviamente al club e ai tifosi.
    Se il Milan vuole rinascere beh, deve cambiare rotta a mio avviso, ma non ogni anno ripartendo da zero, bensì cercando di intraprendere un progetto pluriennale con delle basi solide.

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