MONDIALI 2026 – GRUPPO A – COREA DEL SUD: L’ULTIMA DANZA DI SON

Parlare della Corea del Sud significa inevitabilmente riaprire una delle ferite più discusse della storia del calcio italiano. Perché il pensiero corre subito a quel Mondiale del 2002, alle notti asiatiche e soprattutto a Byron Moreno, il fischietto ecuadoriano diventato quasi una figura mitologica. L’Italia di Trapattoni uscì contro la Corea di Guus Hiddink tra cartellini a senso unico, gol annullati ingiustamente, tolleranza unilaterale degli interventi e una sensazione di impotenza che ancora oggi molti tifosi ricordano con rabbia autentica.

Ma sarebbe riduttivo spiegare quella Corea soltanto con gli arbitri. Dietro c’era anche una squadra feroce atleticamente, organizzata e sospinta da un entusiasmo nazionale che raramente si era visto in un Mondiale. Hiddink riuscì a trasformare un gruppo disciplinato in una macchina da pressing e corsa continua. In quegli anni la Corea del Sud raggiunse persino la top 20 del ranking FIFA, vivendo probabilmente il proprio apogeo calcistico.

Poi, come spesso accade alle nazionali che crescono rapidamente, arrivò una fase di rallentamento, un periodo in cui la Corea sembrò smarrire identità e talento. Fino alla comparsa di due giocatori che hanno restituito prestigio internazionale all’intero movimento: Son Heung-min e Kim Min-jae. Ed è curioso notare come, rispetto al Giappone, i sudcoreani vantino questi due picchi più alti ma meno profondità complessiva. Son è un campione vero, nonostante l’età, uno dei pochi asiatici capaci di diventare protagonista assoluto in Premier League senza l’etichetta folkloristica dell’“eccezione esotica”. Kim, dal canto suo, è un centrale dominante fisicamente, autorevole, persino intimidatorio. Due giocatori che, al top della forma, sarebbero titolari in quasi tutte le nazionali del mondo.

Dietro di loro, però, il livello medio resta inferiore rispetto a quello giapponese. La Corea continua a vivere soprattutto di intensità, organizzazione e spirito collettivo. E in questo, in fondo, non è cambiata poi così tanto rispetto alle squadre del passato. Corrono molto, pressano appena sentono odore di difficoltà avversaria e combattono su ogni pallone con una testardaggine quasi militare. Non sempre il loro calcio è raffinato, raramente è elegante, ma ha una capacità notevole di trascinare le partite dentro un territorio sporco, nervoso, fisico.

Anche nelle amichevoli recenti si percepisce chiaramente il tentativo di accorciare ulteriormente la distanza dalle squadre europee. E questa Corea sembra aver capito che per competere davvero ai grandi tornei bisogna prima imparare a soffrire meglio.

Dal punto di vista tattico, infatti, il primo obiettivo resta quasi elementare: non concedere. La squadra si dispone compatta, lavora a zona, prova ad anticipare le linee di passaggio e cerca continuamente di leggere l’umore della partita. Quando avverte un momento favorevole, accelera improvvisamente; quando invece percepisce il rischio, si abbassa senza badare troppo all’estetica.

Come il Giappone, anche la Corea del Sud sembra ormai orientata verso il 3-4-2-1, sistema che però interpreta in maniera meno fluida e più nervosa rispetto ai nipponici. Dove il Giappone cerca armonia geometrica e sincronismi quasi automatici, la Corea preferisce verticalizzare rapidamente, spezzare il ritmo e trasformare la partita in una questione di intensità. La formazione iniziale dovrebbe essere composta da Kim Seung-gyu tra i pali; Kim Moon-hwan, Kim Min-jae e Lee Han-beom in difesa; Seol Yeong-woo, Lee Tae-seok, Kim Jin-kyu e Paik Seung-ho in mezzo; Son Heung-min e Lee Kang-in alle spalle di Lee Jae-sung.

Hong Myung-bo, tornato sulla panchina della nazionale nel 2024 tra più dubbi che entusiasmo, sta ancora cercando una vera identità tattica. Non è un caso che in Corea molti continuino a considerarlo una leggenda da giocatore ma un allenatore incompiuto. Nel 2002 era il capitano della cavalcata mondiale; nel 2014, da commissario tecnico, guidò invece una delle peggiori spedizioni coreane degli ultimi decenni. Il suo ritorno non è stato accolto con particolare calore. Eppure Hong sembra aver compreso una cosa: la Corea non può più limitarsi a correre. Deve imparare a gestire diversi registri tattici. Per questo negli ultimi mesi ha sperimentato molto, soprattutto con la difesa a tre. Le prove, a dire il vero, non hanno sempre convinto. Le pesanti sconfitte contro Costa d’Avorio e Austria hanno alimentato critiche feroci, ma il CT continua a sostenere che il futuro della Corea passi anche dalla capacità di alternare sistemi diversi senza perdere aggressività.

Son Heung-min resta il volto del calcio coreano e probabilmente il più grande giocatore asiatico dell’epoca moderna insieme a Kim Min-jae. Son è il riferimento emotivo della squadra. Negli anni allenatori e osservatori hanno discusso continuamente su quale sia la sua posizione ideale. L’ex Tottenham rende di più quando gli si concede libertà totale di attaccare gli spazi. Se la partita si apre, diventa devastante. Se invece si chiude dentro densità e possesso ragionato, tende a perdersi un po’. Accanto a lui agirà Lee Kang-in, il giocatore tecnicamente più raffinato della rosa. Il talento del Paris Saint-Germain è uno dei pochi coreani capaci di rallentare il pallone quando tutti gli altri vogliono correre. Mancino elegante, creativo, a tratti persino anarchico, rappresenta quasi una deviazione culturale rispetto alla tradizione calcistica coreana, storicamente più atletica che estetica.

Dietro, invece, il monumento è Kim Min-jae. Il centrale del Bayern Monaco ha riportato la Corea ad avere un difensore realmente dominante sul piano internazionale. Forte fisicamente, aggressivo nelle uscite, difficile da superare nell’uno contro uno, Kim è il giocatore che permette alla squadra di difendere qualche metro più avanti senza andare immediatamente nel panico. Il problema nasce attorno a questa spina dorsale. Diversi osservatori sudcoreani sottolineano infatti come il livello dei migliori giocatori non sia accompagnato da una qualità altrettanto alta nei ruoli complementari, soprattutto sugli esterni bassi e in mediana. È lì che la Corea rischia di soffrire contro le grandi nazionali europee o sudamericane, soprattutto quando il pressing iniziale perde intensità.

Per questo Hong insiste quasi ossessivamente sulle transizioni. Vuole una squadra che recuperi rapidamente posizione quando perde palla e che attacchi con violenza immediata appena la riconquista. Nelle sue interviste ha parlato spesso dell’importanza dei dettagli e della necessità di diventare più rapidi nel passaggio dalla fase offensiva a quella difensiva. Anche perché il Mondiale nordamericano presenterà difficoltà logistiche enormi. Lo stesso Hong ha sottolineato quanto l’altitudine messicana e il clima possano incidere sul rendimento atletico della squadra, al punto da programmare allenamenti specifici e adattamenti anticipati. E per una nazionale che basa gran parte della propria competitività sul ritmo, perdere brillantezza fisica significherebbe perdere quasi tutto.

Resta quindi una Corea ancora incompleta, a tratti irrisolta, ma tremendamente fastidiosa. Una squadra che probabilmente non incanta, che forse non possiede la profondità del Giappone, ma che ha abbastanza talento e ferocia per puntare a qualificarsi.

I convocati

Portieri: Jo Hyeon-woo, Kim Seung-gyu, Song Bum-keun.

Difensori: Kim Min-jae, Cho Yu-min, Lee Han-beom, Kim Tae-hyeon, Park Jin-seob, Lee Gi-hyeok, Lee Tae-seok, Seol Young-woo, Jens Castrop, Kim Moon-hwan.

Centrocampisti: Lee Kang-in, Lee Jae-sung, Hwang Hee-chan, Hwang In-beom, Paik Seung-ho, Lee Dong-gyeong, Bae Jun-ho, Eom Ji-sung, Yang Hyun-jun, Kim Jin-gyu.

Attaccanti: Son Heung-min, Oh Hyeon-gyu, Cho Gue-sung.

CT: Hong Myung-bo 

BIO: VINCENZO DI MASO

Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.

Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia. 

Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.

Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.

Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.

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