EDGAR MORIN, BRACCONIERE DELLA CONOSCENZA

  • “I buoni e i cattivi risultati delle nostre parole e delle nostre azioni si vanno distribuendo, presumibilmente in modo alquanto uniforme, in tutti i giorni del futuro, compresi quelli, infiniti, in cui non saremo più qui per poterlo confermare, per congratularci o chiedere perdono.” (CECITÀ – JOSÉ SARAMAGO)

Scrivere oggi di Edgar Morin si rischia l’ovvietà, come ricorda Oscar Nicolaus citando la storica intervista rilasciata da Massimo Troisi a Gianni Minà il 10 maggio 1987 “

Troisi: Il Napoli è campione d’Italia da 7 giorni e tu mò mi vieni a intervistare…

SÌ FIGURATI AVRANNO PARLATO E AVRANNO DETTO TUTTO ORMAI

Minà: Eh si, sono statti fatti vari commenti…

Troisi: L’hanno già detto: “A parte la squadra Maradona ma non dimentichiamo questo meraviglioso pubblico?”

Minà: Si, Questo l’hanno già detto.

Troisi: Che “è stato come un 12o giocatore in campo” anche questo già detto?

Minà: L’hanno già detto.

Troisi: “Va bene il Napoli, va bene la squadra, ma non ci dimentichiamo l’organizzazione con Ferlaino, Allodi, l’organizzazione che è sempre mancata a Napoli?”

Minà: Questa cosa l’hanno già detta.

Troisi: Già detto, giustamente. Non dimentichiamo però Bianchi un allenatore modesto ma nello stesso tempo capace, che è stato sempre nell’ombra però nonostante tutto… “

Minà: L’hanno già pure detto.

Troisi: Allora “Festeggiamo, siamo contenti ma 1000 problemi che da millenni si affacciano su Napoli non li dimentichiamo”

Minà: Pure detto.

Troisi: Allora” FESTEGGIAMO TUTTO MA NON CI DIMENTICHIAMO L’ACQUA E IL GAS APERTO” l’hanno detto?

Minà: No, questo no. Questo è un bel messaggio che nessuno ha detto.

Per non dimenticare “l’acqua e il gas aperto”, e non ripetere cioè le stesse cose già dette da altri, provo a sintetizzare solo quei pensieri realmente autentici e visionari di questo eccezionale ebreo errante che ha preso per mano l’umanità, con estrema tenerezza e condizionato in positivo il nostro di mondo, quello della neuro- educazione in ambito sportivo. Un uomo che ci ha aiutato a superare il paradigma della semplificazione, mostrandoci la realtà come una rete di elementi interconnessi e non frammentati. La denominazione del blog naturalmente è in suo onore.

“Dunque, poiché tutte le cose sono causate e causanti, aiutate e adiuvanti, mediate e immediate, e tutte sono legate da un vincolo naturale e insensibile che unisce le più lontane e le più disparate, ritengo che sia impossibile conoscere le parti senza conoscere il tutto, così come è impossibile conoscere il tutto senza conoscere le parti” (PENSIERI BLAISE PASCAL)

1. Dal matematico Blaise Pascal infatti Edgar Morin riprende e attualizza l’idea di una PEDAGOGIA DELLA COMPLESSITÀ, interconnessione universale: un mondo, un sistema in cui non esistono elementi isolati ma in cui tutto è collegato da una rete invisibile e inaspettata di causa ed effetto. E molto altro. E’ da qui che scaturisce il principio ologrammatico, fondamento basilare della SUA Teoria della Complessità: non solo le parti sono nel tutto dalle quali emergono attraverso le loro interazioni ma il tutto è in ogni singola parte. Diffidare delle imitazioni. Morin mette al bando il riduzionismo preferendogli una visione sistemica, ma anche l’olismo che guarda l’insieme perdendo di vista il dettaglio.  Diventa quindi assurdo e poco comprensibile oltre che antieconomico ISOLARE GLI ELEMENTI DAL LORO CONTESTO, non analizzarli a fondo proprio perché il sistema globale si riflette sempre nelle sue componenti elementari: estrapolare e poi reinserire nel contesto sperando che l’alunno o il giocatore possa ricomporre l’infranto si rivela MISSION IMPOSSIBLE. In “LA SFIDA DELLA COMPLESSITA’ è notevole il tentativo (riuscito) di Edgar Morin di ELIMINARE LA CONFUSIONE che esiste coniando la chiara espressione “scuola del lutto”: una critica a quel sistema educativo che “genera una intelligenza contemporaneamente miope presbite daltonica guercia, cieca” che tende a ridurre tutto ad elementi semplici e si basa su di una SPECIALIZZAZIONE PARCELLIZZATA E RIDUZIONISTA, che continua a proporre discipline isolate le une dalle altre, creando un pensiero che non coglie il contesto e l’insieme. E’ dal filosofo spagnolo José Ortega y Gasset che riprende il termine “barbarie dello specialismo“(La ribellione delle masse,1930) considerando lo specialista come UN “SAPIENTE-IGNORANTE” che uccide la curiosità e la creatività, complice di quella frammentazione dei saperi che favorisce, si, l’evoluzione scientifica ma che rende assai difficile la visione d’insieme ed esclude dalla vita fatta di soggettività di emozioni pensieri. Lacrime e sangue. E molto altro. Per superare la “scuola del lutto”, Morin propone una riforma della NEUROEDUCAZIONE incentrata sulla TRANSDISCIPLINARITÀ e sulla

CONNESSIONE DEI SAPERI proprio perché I PROBLEMI DEL MONDO REALE COME CI ARRIVANO MAI ISOLATI. Il riconoscimento della Complessità sblocca così il mistero del mondo. Morin crede ad una neuroeducazione per niente nostalgica che non accetta più la conoscenza determinista, una neuroeducazione in cui la logica isolata è insufficiente, una neuroeducazione capace di accettare l’incertezza tramite percorsi utili ad affrontare, tener testa e superare imprevisti e limiti, errori e illusioni. paradossi. perché in realtà c’è un contesto, un ambiente tale

per cui non sempre le finalità vengono perseguite: il sistema appunto è fatto di molte parti che interagiscono. Come dire che a volte le squadre funzionano e altre no. Allora serve un metodo interlocutorio, perfettibile per studiare la questione. Morin mette dunque al centro della neuroeducazione l’identità dell’essere umano nella sua unità e diversità. Una soggettività immersa però in una totalità di soggettività altre, impossibile da comprendere se non si analizzano le singole parti che la compongono tenendo conto che sono inscindibili facendo parte di un unicuum.

Morin si occupa di questioni molto vicine anche al nostro mondo del calcio quando scrive che è nella cattiva interpretazione dei dati, il rischio di errore. perché oggi la tragedia è che abbiamo esperti altamente qualificati in un settore specifico, ma non appena il problema esce dalla loro specializzazione, balbettano. Lo scopo della scienza della complessità è di cercare le leggi che regolano il comportamento collettivo, comportamento emergente) e studiarle evitando di fare una teoria sola che possa valere per tutti.

Non esiste per Morin una figura di un complessologo, una specie di super tuttologo. O di ludologo, di giocologo, aggiungerei. Perché le teorie sono praticamente degli occhiali diversi per vedere il mondo e quindi col passare dei secoli gli occhiali vanno cambiati. La teoria della complessità è un nuovo paio di occhiali, neanche tanto, (la Teoria generale dei Sistemi fu elaborata da Ludwig Von Bertalanffy tra gli anni trenta e sessanta del xx secolo) un nuovo modo di vedere il mondo e che si permette di affrontare tutta una serie di problematiche. E noi tac, eccoci pronti a colonizzare, a metterci sopra l’etichetta professionale. HORROR, perchè l’aumento della complessità non è un fenomeno gestibile o controllabile; si presta a interpretazioni differenti, richiede una radicale riorganizzazione della struttura del sapere, un continuo adattamento alle novità, e un costante aggiustamento del sistema per renderlo capace di “tenere insieme” e far funzionare bene le diverse componenti.

Viandante, sono le tue orme il cammino, e niente più;
viandante, non c’è cammino, il cammino si fa andando.
Andando si fa il cammino, e nel rivolger lo sguardo indietro
 si vede il sentiero che mai più si tornerà a calpestare.

 (PROVERBIOS Y CANTARES: XXIX – ANTONIO MACHADO)

2. Il pensiero complesso comporta in sé la coscienza dell’incompiutezza. Edgar Morin incita ciascun educatore (allenatore) proprio in virtù del suo ruolo, a non tentare sempre di eliminare l’INCERTEZZA, ma di IMPARARE A GESTIRLA, a conviverci senza ansia poiché “il calcolabile e il misurabile non sono più che una provincia nell’incalcolabile e nello smisurato”. La calcolabilità della corretta esecuzione dei rigori di ieri sera nella finale Arsenal-Paris SG è il primo esempio che mi viene in mente. Per rispondere alla sfida della complessità secondo Morin non si deve aspirare ad una conoscenza deterministica, oggettiva, definitiva o nostalgica (come gli organi federativi sembrerebbero suggerire). La complessità, che non è una roba solo del mondo ma anche dell’infra-mondo e del retro-mondo, propone di unire logiche e principi opposti senza temerli.

È la COMPLEMENTARIETÀ la questione che sostiene la ricorsività organizzativa, l’auto-organizzazione e l’auto-regolazione nel processo di apprendimento. Per far sì che l’alunno o il giocatore possa imparare a riflettere sul proprio modo di apprendere, a monitorare il proprio progresso ad adattare l’approccio all’apprendimento in base alle proprie uniche irripetibili esigenze. Una via innovativa e originale per diventare consapevoli del proprio percorso verso lo sviluppo di una maggiore autonomia e responsabilità, per favorire la capacità di risolvere problemi in modo creativo e di adattarsi alle situazioni in modo flessibile identificando le proprie forze e debolezze e pianificando le proprie attività in base al contesto e non andando fuori tema.

“Navigare l’incertezza: bisogna imparare a navigare in un oceano di incertezze tra alcuni arcipelaghi di certezze”. Quando incontriamo queste frasi ci sentiamo vicini a questo intellettuale che tifa per noi . Di più. E’ parte di noi e ci suggerisce delle prospettive nuove mentre torniamo dall’allenamento convinti di aver sbagliato quasi tutto. Ci indica con pazienza una CONOSCENZA PERTINENTE, capace di cogliere il contesto, il globale, il multidimensionale e il complesso. Tutte cose che ha pensato Edgar Morin per primo, nome e cognome e indirizzo, e non tutti gli altri copioni surrogati ripescati dall’IA generativa di quei riassunti micidiali e immondi. Senza rispetto.

…ma il sapere non ci rende né migliori né più felici…(HEINRICH VON KLEIST – LETTERA A UN’AMICA)

3. Da Michel Eyquem de Montaigne, Edgar Morin fa scaturire l’idea di una la TESTA BEN FATTA capace di organizzare le conoscenze, collegare i problemi e sviluppare un pensiero critico differenziandola da una TESTA BEN PIENA, accumulo di nozioni frammentate e inerti, che vengono erogate di continuo. Pensiamo a quanto troppo comunichiamo ai nostri ragazzi al campo invece di scegliere la creazione di contesti (su cui tornerò ben presto).  Lo scopo della neuro-educazione secondo Morin è di COMPRENDERE LA CONDIZIONE NELLA QUALE VIVE L’UOMO e di aiutarlo a vivere possibilmente in modo tranquillo in modo saggio ma anche di imparare ad adattarsi al contesto sociale. E oltre. Evitando i pericoli di ogni paradigma che pretenda di comprendere la realtà in forma disgiuntiva e specialistica, incapace di vedere le connessioni profonde che legano le parti di un sistema, di qualsiasi tipo esso sia. Sappiamo ormai bene che il concetto di mente implica ben altro che cervello+piedi. HORROR.

Nel pensiero di Morin troviamo una capacità di guardare lontano, una saggezza di pensieri masticati lungo tutto un secolo attraverso filosofia epistemiologia e sociologia, una prospettiva da onesto pensatore in un pluriverso in cui sono essenziali sia le conoscenze che le competenze per fronteggiare i problemi. Ma sia le competenze che le conoscenze hanno bisogno di feed-forward di orientamento, di input, di affordances che ci indichino la via di fare bene, di lavorare bene, di giocare bene senza mai dimenticare di essere individui e contemporaneamente esseri sociali in un gruppo che si chiami famiglia, classe squadra o nazione. Lo sviluppo dell’intelligenza richiede di legare il proprio esercizio al dubbio che permette di “ripensare il pensato” (Juan de Mairena). Attraverso tre grandi interrogativi formulati da Kant rivisitati in chiave sistemica e che Morin stesso ci suggerisce:COSA POSSO CONOSCERE? CHE COSA DEVO FARE? CHE COSA MI HA PERMESSO DI SPERARE?

“Le decisioni e le azioni spesso non approdano ai risultati sperati e possono anche approdare al loro contrario (ecologia dell’azione)” (EDGAR MORIN – L’AVVENTURA DEL METODO)

4. Il quid del pensiero di Edgar Morin emerge dall’opera in sei volumi intitolata IL METODO (LA MÉTHODE, pubblicata a partire dagli anni ’70. Spesso si discute su questa parola “METODO” criticandone la fissità. Ma per Morin la parola non è cristallizzata, è anzi  generativa,  la ricerca di una via, di un cammino: è la ricerca della sua vita. Le sue pagine, le parole che scrive sono occasioni di vita perché “possedere uno scopo un ordine logico, un piano, un metodo è fondamentale per la tua esistenza MA NON TI DÀ SICUREZZE, ti avvolge nel dubbio affettuoso della complessità.

Se lo sai maneggiare con disciplina lo puoi superare, il metodo, dopo averlo giudicato imperfetto, COSÌ COME I CONFINI SERVONO PER ANDARE OLTRE LE FRONTIERE PER POTERLE VARCARE LE REGOLE PER POTERLE INFRANGERE: una linea all’orizzonte alla quale rivolgere lo sguardo, un orizzonte che però non segna alla fine la prospettiva a cui tendere. Un’idea da perseguire ma che anche potrebbe mutare a metà del percorso, regalandoti la potenza dell’immaginazione.”

L’unica vera soluzione che ci prospetta Edgar Morin è quella di investire nella CAPACITÀ DI COMPRENDERE IL FUTUROPER GESTIRE UN SISTEMA COMPLESSO SERVE UN SISTEMA ANCOR PIÙ COMPLESSO, un cambio di paradigma, una sfida che impone di valorizzare le diversità, di mettere il soggetto nella condizione di scegliere tra le diverse opzioni in cui impiegare le energie, sempre in base alla sua vocazione e al suo talento. La propensione al cambiamento va interpretata nell’ottica dello sviluppo e delle opportunità individuali messe a disposizione in un’ottica planetaria che permette di considerare gli altri non soltanto nei loro difetti e nelle loro carenze ma anche nelle loro qualità e nello stesso tempo nelle loro intenzioni e nelle loro azioni.

“Il tempo per imparare a vivere è già passato” (LA DIANE FRANÇAISE- LOUIS ARAGON)

5. “Non facile cambiare strada ma tutte le nuove vie che la storia umana ha conosciuto erano imprevedibili figlie di deviazioni che hanno potuto prendere radici, diventare tendenze e forze storiche. Certo avanziamo come sonnambuli in un divenire di cui siamo i giocattoli, come scrive Pascal. Noi corriamo senza preoccuparci verso il precipizio dopo esserci messi qualcosa davanti agli occhi per evitare di vederlo ma possiamo strapparci da questo sonnambulismo prendendone coscienza e guardando al di là dell’ hic et nunc del qui ed ora.

Edgar Morin mi accompagna da diversi decenni. Lo farà nel futuro grazie alla sua sterminata produzione che va anche riletta con lentezza, come lui suggerisce, per gustare i pensieri e le idee. Spesso nella vita mi è capitato di leggere cose e riconoscere il suo inconfondibile marchio di fabbrica. Frequently mi è capitato di esclamare ”Ma questo è Morin” scovandolo tra le parole di qualche articolo o tra le frasi pronunciate in una conferenza da boriosi oratori restii alle citazioni. La sua eredità è incalcolabile, specialmente per un uomo resistente fin dalla nascita e

fino alla morte nel penultimo giorno di Maggio. Praticamente ieri. Mi piace fare con voi questo esercizio di sintesi perché traspare dietro ogni appunto l’indicazione giusta, quella di cui abbiamo necessità in questo momento storico. Per noi e per il nostro calcio. Non è detto che il futuro sia ricco di benevolenza e pieno di cose buone, ma È SICURAMENTE UN FUTURO POSSIBILE. Un futuro è incerto, non solo per ogni singolo individuo, per ogni giocatore, allenatore figuriamoci, ma per il pianeta tutto. Incertezza che genera ansia. Anche tutta la nostra conoscenza è intrinsecamente incerta. A cominciare dalla TECNICA INDIVIDUALE e dalla TATTICA INDIVIDUALE, contraddizione in termini. Cosa è dunque importante per affrontare l’incertezza? La consapevolezza che IL PRESENTE NON È IMMOBILE. Accadono gli tsunami. Morin ci suggerisce di giocare di anticipo: ASPETTIAMOCI L’INASPETTATO. Ma PIENI DI SPERANZA E NON DI PAURA

Abbiamo un’identità. Abbiamo tutti lo stesso cervello, le stesse capacità emotive, la stessa fisiologia, e infinite differenze individuali. Abbiamo tutti una cultura, ma differente. Esiste quindi una profonda unità umana, MA che si esprime sempre ATTRAVERSO LA DIVERSITÀ. LA NOSTRA VERA RICCHEZZA. Sarà un mese di rimpianti e di disamine. Calcisticamente parlando. Tutte le decisioni che possiamo prendere, sia a livello locale che nazionale, sono delle scommesse. Non siamo sicuri che avranno successo. Con questa consapevolezza, possiamo monitorare l’azione e modificare la strategia, cioè tenere conto degli eventi per trasformarla. De Paoli ci parlava spesso di Sun-Tzu in tempi non sospetti. Perché l’arte della guerra è un’arte di operare nell’incertezza. Non conosciamo le intenzioni dell’avversario, non sappiamo dove si troverà….Ma la mente è capace di anticipare. E l’anticipo è anche un’arte, come ogni pensiero, di

conoscenza, poiché è in grado di trasformare un evento apparentemente casuale, di integrarlo per cambiare la propria strategia. In L’ecologia dell’azione, sesto libro sul metodo “ogni azione sfugge sempre più alla volontà del suo autore nella misura in cui entra nel gioco delle intro retroazioni dell’AMBIENTE nel quale interviene; così l’azione rischia non solo il fallimento ma anche la deviazione al pervertimento del suo senso e quindi gli effetti dell’azione dipendono non solo dall’intenzione dell’attore ma anche dalle condizioni proprie dell’ambiente nel quale si compie. “si possono pensare o supporre gli effetti a breve termine di un’azione ma i suoi effetti a lungo termine sono imprevedibili ancora oggi non sapremo misurare le conseguenze future della rivoluzione francese o della rivoluzione russa” Ma ci torneremo per inserire in un rigoroso frame la questione delle 4 E, nell’ottica dell’EMBODIED COGNITION.

“Credo che un uomo non muore quando dice non sono” (Edgar Morin)

Scrive Edgar Morin che la filosofia che è ricerca della verità (che non è detto accada) deve portare alla costruzione di una rete di fraternità e di solidarietà per superare le incertezze del presente, proponendo UN NUOVO UMANESIMO attento all’ecologia e al destino comune del pianeta. “I buoni e cattivi risultati delle nostre parole e delle nostre azioni si vanno distribuendo presumibilmente in modo alquanto uniforme ed equilibrato in tutti i giorni del futuro compresi quelli infiniti in cui non saremo qui per poterlo confermare per congratularsi o chiedere perdono; d’altro canto c’è chi dice che sia questa l’immortalità di cui tanto si parla”.

È una cosa buona essere per il bene e il senso della complessità permette di percepire gli aspetti differenti e contraddittori degli esseri, delle congiunture, degli eventi e questa percezione favorisce la benevolenza. La mia ultima lezione è l’ultima lezione che ho tratto dal mio secolo frutto congiunto di tutte le mie esperienze nel circolo virtuoso della complessità in cui cooperano la ragione aperta e l’amorevole benevolenza”. La schiena dritta è tutto.

RIP Edgar Morin.

STAY TUNED

BIO: SIMONETTA VENTURI

Insegnante di Scienze Motorie. Tecnico condi-coordinativo in diverse scuole calcio e prime squadre del proprio territorio (Marche). Ha collaborato con il periodico AIAC L’Allenatore, con le riviste telematiche Alleniamo.com, ALLFOOTBALL. Tematiche: Neuroscienze, Neurodidattica

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