GUGLIELMO GABETTO: LA SANTA RITA DEL CALCIO ITALIANO

Il 22 maggio si celebra una delle sante più popolari e venerate nella Chiesa cattolica, patrona di molte cause, tra cui i casi impossibili e le situazioni disperate: Santa Rita da Cascia.

A Santa Rita è dedicata la chiesa nell’omonimo quartiere di Torino, a pochi passi dallo stadio in passato chiamato “Comunale” e che ora ospita le partite in casa dei miei “cugini granata”.

Proprio per questo motivo, soprattutto per quanto riguarda le situazioni definite “impossibili”, negli anni ’40, a un giocatore italiano che faceva furore sui terreni di gioco, erano stati attribuiti diversi soprannomi tra cui: “la Santa Rita dei goleador”, in onore dei suoi goal e delle sue giocate “incredibili”.

Era un attaccante completo, caratterizzato da rapidi scatti e dribbling velocissimi oltre che da doti atletiche notevoli.

Usava il suo fisico longilineo per giocate fantasiose, odiando la banalità e ricercando goal in teoria impensabili, grazie alla potenza del suo tiro ed alla sua elevata coordinazione.

Era acrobatico, astuto e malizioso, sfruttava il fisico spigoloso per dare spettacolo: odiava fare le cose semplici.

Si trattava di un torinese doc, nato nel quartiere Aurora nel 1916 e destinato a lasciare il segno nella memoria di tutti i torinesi e non solo.

Era Guglielmo Gabetto, approdato a 18 anni alla Juventus (nel quinquennio d’oro con il record di 5 scudetti di fila destinato a durare oltre 80 anni) nella quale avrebbe poi segnato 191 reti in 7 stagioni, vincendo uno scudetto e una Coppa Italia e entrando nella “Hall of fame” dei marcatori bianconeri.

E riuscendo ad emergere anche come uomo spogliatoio, grazie anche al suo carattere estroverso che lo portò essere chiamato (molto prima di Nils Liedholm e Franco Causio) “il Barone”, per la sua eleganza e per la brillantina che usava per i capelli per imitare Raimundo Orsi, suo compagno di squadra.

GUGLIELMO GABETTO IN AZIONE CON LA MAGLIA BIANCONERA

Incredibilmente, nel 1941, l’allora presidente Juventino Piero Dusio, di fronte all’offerta di 330 mila lire (una cifra considerevole per l’epoca: un operaio specializzato guadagnava circa 2000 lire al mese) pensando che Gabetto fosse sul viale del tramonto, nonostante i suoi 25 anni, decise di cederlo al Torino di Ferruccio Novo insieme ai compagni Felice Borel e Alfredo Bodoira.

DUSIO – PRESIDENTE DELLA JUVENTUS

(Una formazione della Juventus dell’epoca: Borel è il primo in piedi da sinistra, Bodoira il quarto sempre i piedi da sinistra mentre Gabetto è il terzo accosciato da destra)

E proprio con Bodoira ed Alfredo Staccione entrerà nella storia per essere stato capace di vincere lo scudetto con entrambe le squadre della città della Mole.  

E con il Torino “Gabe” (questo era il suo nuovo soprannome) scrisse pagine indimenticabili del calcio italiano ed anche della storia “popolare” della prima capitale d’Italia, giocando 219 partite e realizzando un totale di 127 reti, diventando così il quarto marcatore di ogni tempo e arrivando a vincere 5 scudetti e una coppa Italia: Gabetto, unico vero torinese della formazione insieme a Piero Operto, divenne con Loik e Mazzola una delle  colonne portanti della squadra.

Ed a testimoniare il fortissimo legame con il goal di questo straordinario giocatore ci sono anche le 5 reti segnate in sole 6 partite disputate con la Nazionale Italiana, una media altissima.

(Gabetto in azione con la Nazionale e con la maglia del Torino)

Spigliato e capace di sdrammatizzare ogni situazione, è ricordato anche per molti aneddoti riguardanti situazioni che lo vedevano protagonista nel ruolo di “discolo” ma sempre nella sua accezione più “positiva”.

Ad esempio in occasione di una trasferta a Trieste, durante il ritorno a Torino, Gabetto aveva nascosto molte sigarette di contrabbando nel pullman della squadra (quelle sigarette che ai tempi della maglia bianconera andava a fumare in bagno per non far indispettire la dirigenza..).

Il pullman fu seguito e fermato dalla Polizia che sequestrò le sigarette e i documenti a Gabe al quale  fu chiesto, per riaverli indietro, di giocare nella squadra dei poliziotti: solo l’intervento dei dirigenti granata riuscì a convincerli che la partita di campionato era più importante…

Molti altri ricordi sono legati al bar Vittoria, il locale aperto proprio da Gabetto e Ossola nel 1948 in pieno centro città, poi conosciuto come “da Gabos” e diventato simbolo del tifo Torinista.

Nel bar, rimasto aperto per due giorni e due notti di fila in occasione della partita Italia-Inghilterra lo stesso anno, si narra che Gabetto e compagni scendessero in cantina con la scusa di sistemare o preparare dei gelati, per poi dare vita a intense partite di poker nelle quali Gabe riusciva puntualmente a spennare il malcapitato di turno (spesso proprio lo stesso Ossola).

L’ultimo soprannome attribuitogli è stato “vieux diable”, dato che nel 1949 era indubbiamente un giocatore veterano ma capace di gesti atletici tali da far emergere a qualcuno il dubbio che avesse stretto un patto con il diavolo.

E, anche se non sarebbe certo stato necessario, Gabetto entrò ancora più nella storia di Torino e nella leggenda del calcio, perdendo la Vita nella tragedia di Superga del 4 maggio 1949.

Lui che è riuscito a farsi ammirare e ricordare da entrambe le “parti” calcistiche della città nonostante l’accesa rivalità (sportiva ovviamente); lui che come Santa Rita è legato a imprese in apparenza inimmaginabili, come quella di far scrivere ad uno juventino “purosangue” come me un articolo che “giustamente” esalta allo stesso modo la mia squadra e quella degli “Invincibili”.

Perché ancora una volta il Calcio, nella sua complessità, era ed è qualcosa di molto semplice.

BIO: ANDREA FIORINDO

Nato e cresciuto in Piemonte da genitori veneziani, psicologo- psicoterapeuta e psicologo dello sport, vive a Torino dopo aver lavorato in diverse aree del Mondo caratterizzate da conflitti armati o catastrofi naturali.

Da oltre 20 anni si occupa di Comunicazione e Cross Cultural Communication.

Le sue passioni più grandi sono: Claudia (la sua compagna) e la loro “modern family”; i coltelli ed il Calcio, che considera una splendida occasione di trasmissione di valori familiari ed una fede da portare avanti “fino alla fine”.

4 risposte

    1. Grazie Giuseppe.
      Gabetto aveva cominciato giovanissimo in una società “affiliata” alla Juve e poi è arrivato a racchiudere, nel suo gioco e con la sua Vita, le due anime della città.

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