INTERVISTA A FABRIZIO MAIELLO

Qualche giorno fa abbiamo presentato il libro di Marco Cattaneo Rapirò Gianfranco Zola”.

Per La Complessità del Calcio Massimiliano Ruzzante ha intervistato Fabrizio Maiello. Fabrizio ha parlato della sua vita, delle sue brusche cadute ma anche del suo straordinario riscatto.

Come è nata la tua passione per il calcio?

Posso dire da quando ho iniziato a camminare. Ho sempre avuto questo pallone tra i piedi, da piccolo. Prima ancora di andare a scuola ci giocavo in tutte le maniere: giù nel cortile di casa, nel corridoio di casa. Quando non c’era il pallone, giocavo con dei calzini arrotolati a forma di palla, per non fare casino. Questa passione mi faceva sentire felice, perché a casa mia c’erano dei problemi. Non è stata trasmessa da un familiare — mio padre, per dire, era appassionato di pugilato. Avevo un cugino, figlio della sorella di mio padre, che si chiamava Martinelli, che era più grande di me, ma non è che venivamo da una famiglia con questa tradizione calcistica.

Nel 1977, avevi 14 anni, hai fatto un provino al campo di Linate per il Milan. Raccontami come era stato organizzato.

Avevo iniziato a giocare nell’oratorio del mio paese, Cesano Maderno — l’oratorio di Binzago, che era una frazione. Da lì, in poco tempo, sono passato al Cesano Maderno, che faceva campionati più importanti. È lì che è nata la storia del provino al Milan. Non so bene da chi fu organizzato, ma a Cesano dicevano che ero bravo. Mi ricordo anche la storia di Radice: quando il Torino, che aveva vinto il campionato, arrivò a Cesano Maderno, questi dirigenti e quell’allenatore mi facevano palleggiare fuori, sotto le tribune, prima delle partite — quasi per incutere timore agli altri ragazzini, per far vedere cosa sapevo fare.

Da lì mi hanno organizzato il provino. Sono andato a Linate, vicino all’aeroporto — ero piccolo, mi ha portato mio padre. Ci hanno diviso ruolo per ruolo, eravamo ragazzini che non si erano mai visti. La prima palla che mi è arrivata, ho fatto un bel gol. Da lì sono rimasto un po’ nel giro del Milan, senza però mai essere formalmente nel Milan, e poi sono passato al Monza. All’epoca non si firmavano contratti con il Milan, mentre con il Monza sì, perché ci ho giocato nelle giovanili. Lo stadio della prima squadra era il Sada, in una via proprio attaccata al carcere di via Mentana. In fondo a quella strada c’era il campo Mauri, dove il Monza si allenava e faceva le partite. Io abito a circa un chilometro dallo stadio Brianteo — il U-Power Stadium. L’anno scorso sono tornato lì con Cattaneo per una cosa, e c’era un allenatore della Primavera che si ricordava di me, perché ci allenavamo proprio al campo Mauri.

Com’è finita la tua carriera calcistica giovanile?

Avevo quasi 17 anni. In una partita mi sono scontrato con un ragazzino che è scivolato ed è entrato su di me di netto, prendendomi il piede sinistro. Me lo sono sentito girare dentro, ruotare dall’altra parte. Ho capito subito che mi ero fatto tanto male — non tanto per il dolore in sé, quanto per l’impressione visiva: la gamba era girata dall’altra parte, quasi come fosse disarticolata. Sono andato all’ospedale, la gamba era gonfia. Inizialmente pensavo fosse una cosa meno grave, ma era un infortunio serio. La medicina ai tempi era quella che era — bastava un problema al menisco per stare fuori mesi, figuriamoci una cosa del genere. Mi ricordo di Rocca “Kawasaki”, un difensore, che poi ha giocato in Nazionale. Aveva subito il mio stesso infortunio. Aveva tutto per sfondare.

C’erano altri giovani talenti al Monza in quel periodo?

A Monza giocavano Monelli (che ho rivisto spesso in questi anni per eventi di FOOTGOLF), Massaro, Buriani, Penzo e Colombo. Io qualche volta mi sono allenato anche con la prima squadra, ma non ero ancora considerato pronto per quel livello.

Ti sei mai immaginato cosa sarebbe potuta essere la tua carriera senza quell’infortunio?

Sì, ci penso. Ero convinto di poter diventare un calciatore professionista, di Serie A. Quando andavo al Monza lo vivevo quasi come una cosa inferiore, perché nella mia testa c’era solo la Serie A. Quando poi ne ho parlato con Zola, l’altra sera, mi ha detto una cosa che mi ha colpito. “Io ti capisco. Anch’io mi sono trovato in un momento in cui sembrava tutto perso. Ma non è che se non diventi calciatore professionista diventi un delinquente. Io però devo essere onesto: se fossi stato nei tuoi panni, mi sarei fatto portar via dal campo in barella. Perché a me piaceva troppo giocare — mi sarei accontentato anche di giocare in una categoria inferiore.”

Quella cosa mi ha fatto riflettere. Io invece avevo nella testa “tutto o niente” — o la Serie A, o niente. Non riuscivo a immaginare un’alternativa. Anche per via di quello che vivevo a casa, avevo bisogno di qualcosa di grande, di definitivo. Il contesto di Cesano Maderno in quegli anni era difficile.

Sì, era un ambiente già rovinato allora, e oggi è peggiorato ulteriormente. C’è molta criminalità, cose pesanti. Io ho investito tutto in quella cosa — il calcio — e poi non è andata. Ero determinato ad arrivare o a non arrivare per niente.

Quali erano i tuoi modelli calcistici, da ragazzo, negli anni ’70-’80? E a chi ti assomigliavi come giocatore?

All’epoca mi piaceva molto Cruijff. Era un giocatore elegante, giocava con la testa, passaggi precisi, classe vera — diversa. Non mi piacevano i difensori, quelli che fanno tanta legna in campo, non ci vedevo la giocata. Poi c’erano due italiani in cui mi rivedevo molto: Franco Causio, dalla parte della Juventus, il “Barone”; e il “Poeta” Claudio Sala. Sì, due giocatori diversissimi tra loro, ma entrambi mi piacevano molto, anche perché giocavano in squadre rivali — Juventus e Torino — e io ho sempre avuto una simpatia per i più deboli, per cui preferivo il Torino.

Che ruolo ricoprivi in campo?

Trequartista, mezzapunta — il numero 10, al massimo il numero 8. Non ero un centravanti puro. Avevo un buon tiro di destro, mi trovavo meglio con il sinistro, ma soprattutto avevo tecnica e visione di gioco.

Hai mai avuto una squadra del cuore?

Non ho mai avuto una vera squadra del cuore — mi piaceva il calcio in generale, tutto il calcio. Ho sempre simpatizzato per i più deboli. Quando Maradona è arrivato al Napoli, ho cominciato a tifare per loro, perché li vedevo come la squadra degli ultimi, quella che sfidava i potenti. Mi hanno anche invitato il 6 aprile per la partita di campionato contro il Milan. Ho accettato più come gesto di rispetto verso quella storia che per vera fede.

Com’è nata la storia dei tuoi record di palleggi?

Nasce dentro all’OPG — l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario. Quando sono entrato, non stavo bene, questo è chiaro. Ma un giorno ho visto qualcosa che mi ha colpito: un filmato, una copia privata introvabile, di qualcuno che faceva cose con il pallone che non avevo mai visto. Era come una rivelazione. Da lì ho capito che potevo usare il pallone come strumento per allenarmi, per tenermi in piedi — mentalmente prima ancora che fisicamente.

Mi sono procurato un pallone. Il corridoio dove potevo muovermi era lungo una quarantina di passi. Ho iniziato a palleggiare nelle ore d’aria — avanti e indietro, avanti e indietro — ore intere, ogni giorno. Ogni anno avevo una sola possibilità per tentare qualcosa di significativo. Per me quel pallone era legato alla mia rinascita. Avevo perso tutto — mio padre, mia madre, i fratelli, i legami — ero solo. Ma dentro di me era rimasta quella scintilla: il pallone.

Quando Cattaneo mi ha chiesto come facevo a resistere, gli ho detto: non pensavo a niente. Sentivo solo il pallone. Quel momento di concentrazione totale mi teneva vivo. Mi stavo allenando ogni giorno, ho cominciato a recuperare autostima — qualcosa che nessuno dall’esterno mi dava, ma che io costruivo da solo, un palleggio alla volta. E poi sono arrivati i record veri.

Nel 1998 ho palleggiato per un chilometro con i piedi — avanti. L’anno dopo, un chilometro a marcia indietro con i piedi. Nel 2000 ho fatto un chilometro a marcia indietro di testa — in 35 minuti, quattromila palleggi circa. Il video originale esiste ed è impressionante.

Nel 2001 ho fatto 5 km con il pallone in equilibrio sulla testa. Nel 2002 — anno dei Mondiali — la storia è finita su sei pagine di giornale. Pensate: in quella rassegna c’erano Maradona, i grandi campioni del mondo, e in mezzo c’era questa storia di un uomo in un istituto psichiatrico che palleggiava. Quella scintilla era diventata una fiamma.

Ho continuato dopo l’uscita. A Reggio, ogni 8 settembre — la festa della città — ho fatto record in diretta, in mezzo alla gente, tra le bancarelle, dal 2021 al 2024. Ogni volta qualcosa di diverso, sempre in pubblico, sempre con il pallone. Quest’anno, non ho fatto l’8 settembre, mi sono preparato per il record della Superga (2025) — mentalmente impegnativo.

Ma tutta l’estate continuo ad allenarmi: 40 gradi, le ore peggiori del pomeriggio, nelle condizioni più difficili. Come quando palleggiavo su un pavimento che mi spaccava i piedi. È sempre lo stesso principio.

Come ti alleni in vista di un record importante?

D’estate, quando finisco di lavorare, vado a correre alle due di pomeriggio, senza mangiare, perché poi devo allenarmi e non voglio farlo a stomaco pieno. Non uso il pallone tutti i giorni — anzi, lo tengo da parte. Un mese prima del record comincio a prepararmi sul serio, tengo le statistiche, misuro i tempi. E mi alleno sempre nelle peggiori condizioni: 40 gradi, ore di punta, sole diretto. Perché se riesci in quelle condizioni, il giorno del record vai più tranquillo.

Il record alla Superga è stato qualcosa di speciale.

Sono salito più volte a fare sopralluoghi. Il 28 settembre siamo saliti di domenica — sono arrivato fino in cima, ho fatto il percorso, forse ho anche esagerato un po’. Il giorno dopo c’era il Torino che giocava a Parma, era arrivato anche Cattaneo. Abbiamo fatto questa cosa: se il pallone cadeva, avrei dovuto regalare il libro — quello che hai letto — al primo passante. Contratto.

Il 29 settembre, alla Superga, ogni colpo era secco, preciso. La difficoltà lì è che le macchine ti passano a fianco, la gente taglia la strada, devi mantenere una concentrazione assoluta come in una partita importante. Il pallone non è caduto. È stato l’ultimo record che ho fatto, e lo ricordo come uno dei più intensi. Quando sono arrivato in cima ero diventato come un animale — nel senso che non pensavo a niente se non a quel pallone. Come quando palleggiavo nel corridoio dell’OPG.

Tutto Sport e il Torino hanno ripreso il video. Alberto Barile, che era a Parma con la squadra, lo ha visto durante il pranzo e ha chiamato — incredulo.

Perché continui a farlo?

I record sono la chiave per aprire la porta. Quando vado nelle scuole, comincio con i palleggi — e i ragazzi restano colpiti. Ma quello che faccio con il pallone è solo il modo per entrare. Dopo, racconto la storia. E la storia è diversa. I record mi permettono di dare più luce al messaggio vero: legalità, libertà, amicizia, amore. Quando Zola ha guardato un video e ha cominciato a riflettere, lì ho capito che quello è il cambiamento che mi interessa davvero.

Nelle scuole cosa succede?

Ho visto cose bellissime. Una volta, dopo aver raccontato la mia storia, una ragazza — Sofia — ha alzato la mano e ha cominciato a piangere. Era una ginnasta agonista, si era rotta un ginocchio. Ascoltando quello che avevo passato io, si era immedesimata. Le ho detto: non piangere, tornerai più forte di prima. La professoressa mi ha ringraziato — aveva tenuto tutto dentro, e quella storia l’aveva aiutata a tirarlo fuori.

Ogni volta che vado in una scuola, qualcuno porta a casa qualcosa. E questo vale più di qualsiasi record.

Un messaggio finale.

Dico sempre ai ragazzi: non toccate mai una donna, non fate del male. Il male ha il suo fascino, lo so bene — l’ho vissuto. Ma ho anche capito che si può tornare sulla retta via, fare un esame di coscienza, e poi — se si può — aiutare gli altri. È quello che sto cercando di fare.

Grazie mille.

Grazie a te. Salutami Galli, tante cose, e buona fortuna per tutto.

BIO: VINCENZO PASTORE

Pugliese di nascita, belgradese d’adozione, mi sento cittadino di un’Europa senza confini e senza trattati.

Ho due grandi passioni: il Milan, da quando ero bambino, e la scrittura, che ho scoperto da pochi anni.

Seguire lo sport in generale mi ha insegnato tante cose e ho sperimentato ciò che Nick Hornby riferisce in Febbre a 90°: ”Ho imparato alcune cose dal calcio. Buona parte delle mie conoscenze dei luoghi in Gran Bretagna e in Europa non deriva dalla scuola, ma dalle partite fuori casa o dalle pagine sportive[…]”

Insegno nella scuola primaria, nel tempo libero leggo e scrivo.

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